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Investimenti 25 Novembre, 2019 @ 10:49

Investire in Cina, è il momento di un cambiamento di rotta

di Riccardo Maurizio Silvestri

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Investire in Cina nel Private Equity |nuovo quartiere di Pechino
Palazzi in costruzione a Pechino (Feng Li/Getty Images)

È ancora il momento di investire in Cina? Un’economia in rallentamento, tensioni commerciali con gli Stati Uniti, mercati pubblici instabili e un debole Consumer Confidence Index stanno offuscando la lucentezza dalla maggiore economia dell’Asia. In questo contesto, le società che investono oltrefrontiera stanno ridiscutendo le proprie strategie per continuare a creare valore. Ripercorriamo i temi principali discussi durante il forum AVCJ Private Equity & Venture, citato come il più grande ed influente raduno di professionisti di Private Equity in Asia.

La trentaduesima edizione del forum annuale AVCJ Private Equity & Venture si è conclusa il 14 novembre a Hong Kong. Protagonisti i Private Equity (PE), ossia gli investitori istituzionali che rilevano quote di società generalmente non negoziate in Borsa. Oltre mille partecipanti tra leader, investitori e professionisti del PE da tutto il mondo si sono riuniti per discutere le nuove sfide del settore, concentrandosi sull’Asia. Al centro il ruolo della Cina, la cui crescita continua ad essere forte ma mostra segni di rallentamento, con le ultime stime trimestrali corrette a ribasso fino al 6%, il valore più basso di sempre.

In questo contesto, i PE devono decidere dove, quando e con quali nuove strategie riattivarsi. Le capacità di individuare opportunità di crescita non sfruttate, combinare le proprie competenze distintive per creare valore e garantire una via d’uscita remunerativa non sono mai state così importanti.

Qual è la situazione attuale del Private Equity in Cina?

Nella prima metà del 2019, gli investimenti in PE in Cina sono scesi sotto i 10 miliardi di dollari dai 15 dello scorso anno, come riportato dall’Emerging Markets Private Equity Association. L’incertezza economica e politica che incombe tra Asia, Europa e Stati Uniti sta scoraggiando molte iniziative. Tuttavia, il sentimento generale degli investitori è che il mercato cinese del PE abbia ancora grandi margini per crescere in futuro. Le ragioni principali sono tre: sub-allocazione di capitale, fattori demografici e modernizzazione delle banche locali.

Il capitale allocato nel PE in Cina rappresenta attualmente una piccola frazione degli oltre 500 miliardi investiti globalmente nel 2018. Il dato è in controtendenza con il fatto che, nello stesso anno, la Cina ha contribuito a circa il 40% della crescita del PIL mondiale secondo le stime dell’International Monetary Fund. La giovane imprenditoria cinese, spinta dalla congiuntura economica favorevole, ha lasciato poco spazio ai PE. Tuttavia, nel prossimo decennio molti di questi imprenditori dovranno fare piani di successione per le proprie aziende, complicati dagli effetti della one-child-policy in vigore tra gli anni ’80 e il 2016. Se per i fondatori può risultare complesso trovare un nuovo management che succeda loro, i PE sono specializzati in questo. L’ingresso di un PE potrebbe dunque rappresentare una valida alternativa per garantire un futuro alle aziende cinesi dopo l’uscita di scena del fondatore.

Affinché tuttavia gli investimenti dei PE crescano, c’è bisogno di un ambiente collaborativo, soprattutto dal lato dell’offerta di capitale. Negli ultimi anni le banche cinesi stanno maturando ed hanno imparato come finanziare operazioni più complesse. Le operazioni di Leveraged Buyout (LBO), spesso utilizzate dai PE per acquisire società tramite indebitamento, riescono a reperire sempre più risorse dalle banche locali. Lo stesso vale per i grandi deal di take-private, in cui una società pubblica viene acquisita e sottratta alle contrattazioni: se alcuni anni fa queste operazioni riuscivano ad ottenere finanziamenti in misura di 2-2,5 volte l’EBITDA della società target, oggi secondo quanto riportato da Bain & Company assistiamo a multipli superiori a 6x.

Su quali settori puntano i Private Equity in Asia?

Le strategie dei PE differiscono a seconda delle competenze distintive e dei mezzi a disposizione. Nel selezionare nuovi target, guardano alle sinergie con le società in portafoglio e a quali nuove competenze possono apportare. Alcuni sono alla ricerca di nuovi settori in espansione su cui scommettere, altri preferiscono quelli già abbastanza sviluppati da generare alti rendimenti.

Il colosso americano Blackstone, società di investimenti alternativi più grande al mondo, punta sul proprio network globale per individuare i settori in cui creare crescita e valore. Edward Huang, Responsabile Private Equity Cina e Corea, cita prima di tutto l’healthcare, trainata dell’invecchiamento della generazione d’imprenditori cinesi che si è arricchita e dai nuovi dispositivi collegati tramite 5G, seguita da educazione e servizi – soprattutto IT. Diversamente, Michael Chen, Managing Director di Centurium Capital, si focalizza sulle specialità alimentari mentre Frank Tang, Presidente e CEO di FountainVest, sullo sport.

Ci sono poi i settori più sensibili, come l’intelligenza artificiale e quelli che raccolgono dati sugli utilizzatori. I fondatori delle aziende in questi settori potrebbero indugiare di fronte all’ingresso di un acquirente straniero. Emmett Thomas, Responsabile Asia per Advantage Partners, fa notare che “un processo di vendita guidato da un PE può risolvere lo scetticismo dei fondatori”. Oggi i PE hanno acquisito una dimensione sovranazionale, non identificandosi con una geografia specifica. Ciò può aiutare a vincere un deal.

Prima di completare un’operazione, il PE deve anche guardare alle possibili vie di uscita dall’investimento. Le principali sono l’IPO, in cui un business viene ammesso alle contrattazioni in Borsa, o il trade sale, ossia la vendita ad un altro compratore privato. La scelta dipende fortemente dal settore: Eric Xin, Managing Partner di Citic Capital, sostiene che “l’IPO sia più adatta ai settori conosciuti al grande pubblico”, come ad esempio l’e-commerce, mentre il trade sale ai settori dove è necessaria una più profonda comprensione del business, come nel caso delle biotecnologie.

Che ruolo hanno i Private Equity nel favorire l’espansione internazionale?

Le operazioni oltrefrontiera sono uno strumento per la creazione di valore che consente alle aziende di sfruttare la crescita in nuovi mercati, aumentare le proprie dimensioni e generare rendimenti più elevati. Le società si espandono attraverso fusioni e acquisizioni (M&A) poiché crescere organicamente oltre i confini nazionali è un processo lento e dispendioso. Tuttavia, le operazioni di questa natura sono di complessa esecuzione a causa delle sfide culturali, politiche e normative che comportano.

I PE possono essere determinanti nel successo di un’operazione transnazionale poiché in grado di mettere insieme risorse e competenze che mancano all’azienda. La maggior parte delle società non ha una divisione M&A, perciò le capacità del PE possono essere utili per la conclusione di un deal e per il conseguente processo di integrazione. Alex Emery, Responsabile Asia a Permira, sostiene che “il vantaggio dei PE è essere senza confini, ossia in grado di combinare persone da uffici diversi e riunire in un team le competenze più rilevanti per ciascuna operazione”.

Una volta attraversata la frontiera, i fondatori spesso pensano di poter replicare il modello di business che li ha resi di successo nel mercato domestico. Tuttavia, questa strategia raramente produce risultati. Secondo James Ieong, Chairman di Pagoda Capital, “il PE aiuta a riposizionarsi in un nuovo mercato, trovando un management che gestisca il business a livello locale e conformandosi alla regolamentazione per ridurre il rischio normativo”.

L’AVCJ Forum ribadisce il messaggio che il PE in Asia sta attraversando una fase di profondi cambiamenti da cui emergerà una nuova visione del business. La Cina presenta maggiori sfide rispetto al passato, tuttavia vi sono ancora grandi opportunità di generare rendimento per quegli investitori che saranno in grado di prevedere l’andamento del mercato, puntare sui settori vincenti e individuare i nuovi driver per l’espansione internazionale.

Investimenti 8 Agosto, 2019 @ 11:50

Investire in Cina adesso? Un’opportunità storica, parola di Ray Dalio

di Matteo Rigamonti

Staff

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Ray Dalio (Bridgewater)
Ray Dalio, Co-Chief Investment Officer & Co-Chairman di Bridgewater durante l’intervista sul canale Youtube di Bridgewater

Investire nella Cina è un’opportunità da non perdere. A dirlo Ray Dalio, fondatore del fondo Bridgewater, per nulla preoccupato dall’escalation della guerra commerciale in atto con gli Stati Uniti. Nel corso di un’intervista pubblicata sul canale YouTube di Bridgewater Associates, Dalio ha spiegato come la situazione sia di fatto comparabile a quella di altri momenti della storia e di altre economie che nella storia hanno occupato posizioni di leadership: “Non avremmo forse dovuto investire nei Paesi Bassi dell’impero coloniale olandese?”, si domanda. “Non avremmo dovuto investire nella Gran Bretagna della Rivoluzione Industriale? Allora non avremmo nemmeno dovuto investire negli Stati Uniti d’America”.

Dalio, che dalla Cina racconta di essere stato folgorato nel 1984 “quando il Paese di stava aprendo”, non nasconde di essere “bullish” sull’opportunità di investire a Pechino e sa di avere un pensiero controcorrente in questo particolare momento storico. “Investire in Cina non è né più né meno rischioso che investire in altri mercati”, semmai “è rischioso non investire” in un Paese dove, ricorda, “da allora il reddito pro capite è cresciuto di ventisei volte, il peso dell’economia sul Pil mondiale è passato dal 2 al 22%, la povertà è scesa dall’88% a meno dell’1% e l’aspettativa di vita è cresciuta di 10 anni”.

Investire in Cina è meno rischioso che investire in Europa?

Nel video Dalio argomenta la sua tesi secondo una logica di “diversificazione degli investimenti” e aggiunge: “La questione è se chi investe vuole essere un precursore oppure arrivare dopo gli altri”. Il numero uno di Bridgewater è al contrario più preoccupato dallo stato delle economie occidentali: “Ogni posto è rischioso – prosegue -, l’Europa è molto rischiosa” perché “la politica monetaria sta per finire la benzina, c’è frammentazione politica”, ma soprattutto il Vecchio Continente “non sta partecipando alla rivoluzione tecnologica e potrei andare avanti ancora a spiegare perché investire in Europa è molto rischioso”.

Stesso discorso vale per gli Stati Uniti che Dalio reputa “molto rischiosi per diversi motivi: per la disparità sociale e di ricchezza, per il conflitto in atto tra socialismo e capitalismo, per la frammentazione del decision making e l’assenza di efficacia nella politica militare”.

Dalio – che  con il suo fondo gestisce investimenti per 160 miliardi di dollari – non nasconde che “anche i mercati emergenti hanno i loro rischi e la Cina da questo punto di vista non fa differenza” ma, ribadisce, “quello che è rischioso è non avere diversificazione”, “meglio puntare su entrambi i cavalli in corsa”. A maggior ragione se, come ritiene, “non si andrà verso una guerra in senso classico” tra Stati Uniti e Cina, piuttosto “assisteremo ad una ristrutturazione dell’ordine mondiale in termini di supply chain, di chi produce tecnologie e altri importanti cambiamenti in questo genere di cose”.

Ecco il video integrale dell’intervista: