
Contenuto tratto dal numero di luglio 2026 di Forbes Italia. Abbonati!
Una nuova molecola potrebbe fornire un’opzione ulteriore per il trattamento di alcuni tumori neuroendocrini. Ne spiega l’importanza Francesco Panzuto, presidente di Itanet, che parla anche del valore di una rete di centri e conoscenze.
“Le neoplasie neuroendocrine sono un’ampia famiglia che raggruppa un insieme eterogeneo di patologie tumorali con varie caratteristiche distintive, a cominciare dalla sede di origine che può variare, ad esempio, dall’intestino al pancreas, fino ai polmoni. È necessario, dunque, caratterizzare in modo specifico la neoplasia prima di poter impostare il percorso terapeutico, a partire dalla localizzazione del tumore e dal suo grado di aggressività”. La spiegazione è di Francesco Panzuto, presidente di Itanet, l’Associazione italiana per i tumori neuroendocrini, fondata nel 2010 per promuovere la ricerca di base e clinica, oltre che professore di gastroenterologia alla Sapienza Università di Roma e direttore del Centro Net alla Uoc Malattie apparato digerente dell’Aou Sant’Andrea di Roma.

Primo passo per affrontare queste patologie è quindi una diagnosi quanto più precisa e tempestiva possibile. “Una diagnosi che necessita di un’accurata valutazione istologica, parallelamente a un percorso che ci consenta di identificare la sede del tumore, attraverso esami mirati quali una risonanza magnetica oppure una Pet con gallio, un tracciante che si lega alle cellule neuroendocrine ed è in grado di identificare oltre il 90% delle lesioni, fornendo una precisa valutazione dell’estensione del tumore e permettendo così di definire la tipologia di intervento”.
Dalla diagnosi si passa poi al trattamento. “Nonostante l’eterogeneità della malattia, c’è una regola applicabile a tutte le varianti con malattia localizzata. Si parte dalla rimozione del tumore attraverso intervento chirurgico o, laddove possibile, tramite endoscopia. Qualora poi si dovesse valutare che il tumore non è asportabile, sarà necessario ricorrere all’uso di farmaci, valutando il grado di crescita e proliferazione della neoplasia. Se le lesioni tumorali esprimessero i recettori della somatostatina e la malattia avesse una velocità di crescita moderata, la prima opzione potrebbe essere l’uso di analoghi della somatostatina. Ma il panorama delle opzioni terapeutiche nelle neoplasie neuroendocrine è più articolato”.

Negli ultimi anni ci sono stati notevoli progressi nel trattamento delle neoplasie neuroendocrine, ma la ricerca è sempre al lavoro. “Un passaggio importante è stata la diagnosi precoce facilitata dalla condivisione costante di informazioni e dalla creazione di una rete di conoscenze attraverso la quale ogni centro di riferimento ha la possibilità di dare al paziente tutte le indicazioni necessarie. Considerando anche che le terapie più avanzate non sono disponibili ovunque, è essenziale indirizzare il paziente verso un centro di riferimento. In Italia abbiamo diversi centri qualificati, coordinati da Itanet, che oggi amplia la propria azione confrontandosi anche con le altre realtà scientifiche europee attraverso Enets, la European Neuroendocrine Tumor Society. Lo sviluppo di questa rete è risultato basilare. Come Itanet abbiamo pubblicato un lavoro svolto sul territorio nazionale negli ultimi cinque anni, che ha fotografato la gestione dei pazienti, da cui è risultato che, se prima si registrava un ritardo diagnostico di quattro-cinque anni rispetto all’individuazione dei sintomi, oggi siamo scesi a sei mesi”.
Negli ultimi anni, continua Panzuto, sono state poi introdotte nuove terapie, come i radioligandi, “che colpiscono selettivamente le cellule tumorali che esprimono i recettori della somatostatina e consentono interventi terapeutici mirati. L’obiettivo è ampliare le nostre opzioni, guardando in modo sempre più specifico alle necessità del paziente. Un altro farmaco, non ancora approvato ma per cui ci sono già importanti evidenze scientifiche, è cabozantinib, che ha dimostrato di bloccare la crescita del tumore e che è risultato efficace al fallimento di precedenti terapie in pazienti con malattia avanzata”.

Cabozantinib, prodotto da Ipsen, è, a oggi, la prima e unica terapia sistemica approvata nell’Unione europea per il trattamento dei tumori neuroendocrini pancreatici ed extra-pancreatici ben differenziati, non resecabili o metastatici, in pazienti in progressione dopo almeno una precedente terapia sistemica diversa dagli analoghi della somatostatina. Lo studio registrativo di fase III cabinet, condotto su un’ampia tipologia di pazienti affetti da tumore neuroendocrino del pancreas o di altri organi, ha infatti dimostrato che cabozantinib è in grado di ridurre il rischio di progressione della malattia o di morte del 77% nei tumori neuroendocrini avanzati di origine pancreatica e del 62% in quelli di origine extra-pancreatica, rispetto al placebo. Risultati molto significativi se si considera che le opzioni terapeutiche alla progressione sono spesso limitate e dipendono dalla sede primaria del tumore e da altri fattori, rendendo difficile definire la sequenza terapeutica ottimale per le esigenze individuali di ogni paziente.




