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Giorgio Traversa, l’uomo che si è costruito da solo un futuro per i motori

Circuito Tazio Nuvolari, il progetto di Giorgio Traversa e Giulia Brignoli che rappresenta il futuro dei motori

21 settembre 2026
circuito tazio nuvolari
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Circuito Tazio Nuvolari – BRANDVOICE | Paid program

C’è un tratto di pianura lombarda, stretto tra le lanche del Po, che fino a quindici anni fa serviva solo al passaggio dell’acqua. Oggi, lì, sorge il Circuito Tazio Nuvolari: il secondo autodromo più lungo d’Italia, e l’unico interamente nelle mani di un singolo imprenditore. Nessun fondo, nessuna cordata, nessun consiglio d’amministrazione. Solo un uomo, Giorgio Traversa, e un’idea che è diventata ossessione, poi impresa, poi — come dice lui stesso — “l’opera più grande e importante della mia vita”.

Ad affiancarlo, oggi, è Giulia Brignoli, arrivata dal mondo bancario dopo quasi vent’anni di carriera internazionale in un gruppo strutturato. Due traiettorie che non potrebbero essere più distanti, e che proprio per questo funzionano. “La nostra forza è la complementarietà”, racconta Giulia. “Veniamo da due mondi totalmente diversi, con un background altrettanto diverso: io da un’azienda internazionale del banking, lui dall’imprenditoria di famiglia. È da lì che nasce tutto il resto.”

Cento anni di strade e tre generazioni

La storia di Giorgio Traversa comincia molto prima del Circuito, e molto lontano da un circuito. Comincia con il nonno Annibale, più di cent’anni fa, e un’impresa di costruzioni nata lungo il Po: estrazione di ghiaia dal fiume, calcestruzzi, asfalti, strade. Nonno, padre, e poi lui: terza generazione di un mestiere fatto di cantieri, non di paddock.

È da lì che nasce l’idea del Circuito — quasi per gioco, all’inizio. “Tutto è iniziato per una coincidenza che ha creato le condizioni per partire a costruire questo progetto nel 2011”, racconta Traversa. “Nel corso della realizzazione è nata e cresciuta in me la consapevolezza che sarebbe stata l’opera più grande e importante della mia vita, a chiusura di una carriera nel settore della costruzione delle strade e del calcestruzzo.”

In ufficio, ancora oggi, c’è una targa con i nomi di chi ha contribuito a costruire la pista e una dedica che riassume tutto. Tra la prima pietra e l’apertura passano meno di tre anni, tra iter ambientali complessi — una valutazione d’impatto pari a quella richiesta per una centrale elettrica — e imprevisti fisici: il giorno dell’inaugurazione del cantiere, nel giugno 2011, un temporale allaga tutto il terreno. “Se parte così, può solo migliorare”, si dice Traversa. Il giorno dopo l’acqua è già scomparsa, assorbita dalla ghiaia sotto i piedi: lo stesso materiale su cui la sua famiglia costruisce da tre generazioni.

Dal primo scavo alla pista: la sfida che ha cambiato tutto

Chi lavora con lui racconta di un uomo che decide in fretta, senza consulenti, senza comitati. Alla domanda su chi consideri il proprio competitor diretto, la risposta di Traversa è stata una sola parola: “Nessuno”. Non è arroganza, spiega Giulia Brignoli, ma la conseguenza naturale di un’idea molto chiara di dove si vuole arrivare, indipendentemente da tutto il resto.

È lo stesso spirito con cui Traversa liquida in poche righe una delle domande più classiche che si possano fare a un imprenditore. “Oggi non mi fa paura niente, o quantomeno solo la morte, perché non mi permetterebbe di ultimare le opere che ho nella testa”, dice. “Non ti nascondo che non ho mai una fine, non ne conosco proprio il significato”.

Non è un vezzo. Giulia Brignoli, che lavora accanto a lui da tre anni, racconta di una capacità quasi istintiva di leggere i numeri senza averli scritti su carta — di indovinare l’incasso di una giornata con uno scarto di poche centinaia di euro. È lo stesso istinto che, di recente, lo ha portato a realizzare un tracciato interamente bagnato di 2.450 metri, unico per lunghezza a livello europeo. “A me non interessa quanto tempo ci vorrà perché torni l’investimento”, ha risposto all’ingegnere che gli chiedeva un business plan, “perché so già che quell’opera non ce l’ha nessuno, e so che se la faccio, verranno.” Due giorni dopo l’apertura del progetto, a bussare alla porta è stato uno dei big mondiali dei pneumatici.

Anche la scelta del nome racconta qualcosa di questo approccio istintivo, oltre che familiare. È stata la moglie di Giorgio, Cinzia, a individuare “Tazio Nuvolari” tra i possibili nomi per l’impianto: un pilota capace di dominare tanto le quattro quanto le due ruote, l’unico vero riferimento trasversale nella storia dei motori italiani — e quindi, per una pista che oggi accoglie sia auto sia moto, il nome più coerente possibile.

Non solo: il logo del Circuito riprende i colori della bandiera italiana, “non un richiamo politico”, precisa Traversa, ma “un legame con il territorio e con l’ambizione di costruire, in Oltrepò Pavese, un polo capace di trattenere in Italia i giovani talenti dell’ingegneria automotive che oggi guardano all’estero”.

Con quasi 40.000 visitatori nell’ultimo anno e una rete crescente di collaborazioni con imprenditori locali, il Circuito punta a diventare un motore anche per l’indotto turistico e ricettivo della zona.

Da pista a Proving Ground: la scommessa sulla ricerca

Con l’omologazione di categoria B — la stessa di circuiti come Misano, al pari dei tracciati più importanti a livello internazionale — il Circuito Tazio Nuvolari potrebbe ospitare gare fino alle prove libere di Formula 1. Ma non è questa la strada scelta da Traversa. “Mi differenzio dagli altri perché voglio realizzare qualcosa che gli altri non hanno mai pensato di realizzare, indipendentemente dal risultato economico”, dice.

La direzione è un’altra: fare del Circuito un centro di Proving Ground per la ricerca e sviluppo dell’automotive, aperto a case e fornitori che oggi devono affidarsi a strutture lontane — dal Giappone al nord Europa fino ad arrivare in Spagna e per questo poco accessibile ai competitor. “Il nostro obiettivo è realizzare un centro di Proving Ground completo al servizio del mondo delle due e delle quattro ruote”, spiega Traversa, “un polo di sviluppo tecnologico che includa anche università e centri di ricerca.” Yamaha Europa con la supervisione della casa madre Yamaha Giappone ha già scelto il Circuito per un impianto dedicato interamente allo sviluppo dei propri prototipi, evitando ai suoi ingegneri — di stanza in Brianza — di dover volare fino in Giappone per ogni test.

È in questa cornice che si inserisce anche l’ampliamento del tracciato, passato dai 2.805 metri iniziali ai 5.260 metri attuali, completato nel 2023: un salto dimensionale che ha significato, tra le altre cose, misurarsi direttamente con circuiti storici come Misano e Mugello.

Quando l’asfalto diventa una competenza strategica

Se la visione è quella di un centro di ricerca all’avanguardia, la mano che ha costruito la pista è rimasta quella di un’impresa di strade. Traversa ha realizzato gran parte del tracciato con la stessa squadra e la stessa esperienza maturata nei cantieri di famiglia, utilizzando anche materiali riciclati e spessori ridotti rispetto agli standard, ma ottenendo — a detta di chi il mestiere lo conosce da una vita — una resa di grip fuori dal comune. È un know-how che nasce dal basso: granulometria, coefficienti d’attrito, tecniche di fresatura.

Giulia Brignoli ricorda il proprio primo giorno di lavoro, quando si presentò con il computer pronto per una riunione e Traversa la portò letteralmente sul cantiere, a osservare l’asfaltatura: da lì, mesi passati a imparare “il bitume, la granulometria, i coefficienti di attrito”, competenze che oggi le permettono di sedersi con sicurezza ai tavoli tecnici più esigenti.

Non ultimo, nella ricerca di soluzioni per la pista bagnata, Traversa ha discusso alla pari con un docente di meccanica dell’Università di Bologna, tenendo testa — solo con l’esperienza di cantiere — a un tavolo di ingegneri. Un episodio che per Giulia racconta più di tanti bilanci: “L’esperienza conta tanto in campo, ed è quella che ha permesso questa costruzione. Oggi, senza quelle competenze, si finirebbe solo per spendere di più.”

Due mondi che si completano

Se la parte tecnica e visionaria porta la firma di Giorgio Traversa, la struttura, l’organizzazione e la capacità di dialogare con interlocutori istituzionali e industriali portano quella di Giulia Brignoli.

È un rapporto di lavoro fatto di confronto quotidiano, più che di gerarchia. “Ci confrontiamo dalla mattina alla sera, e ha quasi sempre ragione lui”, racconta sorridendo Brignoli. “Ma è così che nascono le cose migliori: con un confronto vero”.

A chi gli chiede quale sia il traguardo di cui va più orgoglioso, Giorgio Traversa non indica un evento, un fatturato o un riconoscimento: indica ancora una volta il progetto nella sua interezza — un centro di ricerca e sviluppo per l’automotive che, nelle sue parole, “dovrà rimanere nei secoli”. Del resto, per un uomo che dichiara di non conoscere il significato della parola “fine”, il traguardo più coerente è semplicemente il prossimo.

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