Contenuto tratto dal numero di settembre 2026 di Forbes Italia. Abbonati!
A cura di Antonio D. Barretta, professore ordinario di economia aziendale all’Università degli Studi di Siena e direttore generale dell’Aou di Siena
In sanità i professionisti costituiscono la risorsa aziendale più importante per garantire i servizi sanitari. Per questo la capacità di un sistema sanitario di soddisfare la domanda di prestazioni è strettamente correlata con il reclutamento dei professionisti necessari per produrle.
Oltre 2.500 posti rimasti scoperti
Nel caso dei medici, la possibilità di disporre di quelli necessari in futuro diventa ogni anno un tema caldo proprio in questo periodo, quando vengono resi noti gli esiti del concorso nazionale per l’accesso alle scuole di specializzazione (SdS). Ormai da anni, alcune specializzazioni non sono in grado di coprire tutti i posti banditi. Nel 2025, ad esempio, dei 15.283 posti disponibili, 2.569 non sono stati coperti nel primo turno di assegnazione.
Ma quel che preoccupa di più è la situazione delle SdS meno attrattive. Lo scorso anno non è stato coperto l’80% dei posti di microbiologia e virologia, il 76% della patologia clinica, il 58% della medicina nucleare, il 45% della medicina d’emergenza-urgenza, il 39% della nefrologia. Mentre tra le SdS che hanno visto assegnare tutti i posti disponibili fin dal primo turno ci sono, ad esempio, la chirurgia plastica, l’oftalmologia, la dermatologia e la pediatria.
Quali sono le cause? Le ragioni sono molteplici, quali la distribuzione geografica delle sedi e il livello di conoscenza delle specifiche discipline, che dipende dal peso che queste hanno avuto durante il corso di laurea. È però ragionevole ritenere che possano avere un ruolo rilevante anche le opportunità economiche offerte dalle diverse discipline. Ne sono prova i siti delle agenzie formative, che offrono corsi di preparazione all’esame di ammissione alla SdS e che, fra le altre informazioni, considerano il guadagno atteso per ogni specialità. Alcune specializzazioni meno attrattive non consentono ai dirigenti medici dipendenti del Sistema sanitario nazionale di svolgere attività libero-professionale né intramoenia, né extramoenia. Attività che possono consentire di aumentare in modo significativo la remunerazione ordinaria.
L’ipotesi di un’indennità per le specialità meno attrattive
Che cosa fare allora? Così come esiste l’indennità di esclusività per i medici che optano per svolgere la propria attività libero-professionale solo in ambito pubblico, analogamente si potrebbe introdurre un’indennità per i medici specialisti nelle discipline meno attrattive. In realtà, è un’esperienza a oggi già sperimentata nella sola medicina d’emergenza-urgenza e con risorse nazionali contenute.
Se poi si scende nel dettaglio e si analizzano i tassi di copertura dei posti disponibili nelle varie sedi delle SdS che risultano meno attrattive a livello nazionale, si riscontrano differenze significative fra le scuole di alcune specialità. Ciò indica che l’attrattività dipende da fattori nazionali, ma anche da elementi strettamente locali. Alcune sedi sono più ambite perché offrono maggiori opportunità, sia per la qualità della vita, sia per la qualità della formazione percepita. È proprio su quest’ultima variabile che, a livello locale, gli atenei possono agire per aumentare l’attrattività delle proprie SdS, anche quelle meno ambite.
Dalla quantità alla qualità della formazione
Periodicamente gli specializzandi compilano un questionario, elaborato dell’Osservatorio nazionale delle scuole di specializzazione per valutare la qualità delle singole SdS. Queste valutazioni, spesso consultabili nei siti delle università, oltre a indirizzare le scelte dei candidati, possono, in caso di valutazioni molto basse, attivare delle site visit ministeriali.
Tuttavia, come afferma Emanuele Neri, ordinario di radiologia all’Università di Pisa e autore del libro La formazione specialistica medica nell’Unione Europea. Una visione comparativa per una riforma italiana, appena pubblicato da Edizioni Ets, “oggi la qualità di una scuola è ancora troppo spesso letta attraverso indicatori quantitativi, come i volumi di attività. Il numero di procedure conta, ma non basta. Una scuola non forma solo perché produce molto.
Può avere grandi numeri e pessima qualità tutoriale. Può concentrare casistica, ma distribuire male le opportunità. Può essere forte sulla carta e debole nell’esperienza concreta degli specializzandi. Ecco perché la vera riforma dell’accreditamento deve segnare il passaggio dai volumi assistenziali alla qualità formativa tracciata”. Gli studenti scelgono la sede delle SdS soprattutto in funzione della qualità della formazione che queste garantiscono.
Pertanto, il passaggio cui fa riferimento Neri potrebbe contribuire a rendere più attrattive anche le sedi che lo sono meno, perfino nelle discipline di cui ci sarà più necessità nei prossimi anni. Rendere più attrattive le scuole di specializzazione che oggi faticano ad attirare i giovani medici significa assicurare al Servizio sanitario nazionale le competenze di cui avrà maggiore bisogno nei prossimi anni. Se alcune discipline continueranno ad avere difficoltà nel reclutamento degli specializzandi, il problema non riguarderà soltanto le università, ma la capacità stessa del sistema sanitario di garantire ai cittadini cure tempestive e di qualità.