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Come cambia Hollywood dopo la caduta di re Weinstein

Harvey Weinstein all’apertura del Festival di Zurigo, 22 settembre 2016.

Quello che coinvolge Harvey Weinstein è lo scandalo più grosso che il mondo del cinema ricordi. “Coinvolge”, singolare presente, perché a 12 giorni dal suo inizio – era il 6 ottobre, sembra un secolo fa – invece che diminuire, le denunce contro quello che è stato uno dei più potenti produttori di Hollywood aumentano. Anche solo tralasciando le oltre 40 attrici che accusano Weinstein di molestie, negli ultimi giorni sono salite a quattro quelle che lo accusano di violenza sessuale.

A Rose McGowan (episodio del 1997, messo a tacere con un accordo economico di 100 mila dollari), Asia Argento e l’inglese Lysette Anthony, si è aggiunta un’attrice italiana di 38 anni che, secondo quanto riporta il Los Angeles Times, avrebbe raccontato di uno stupro avvenuto nella sua camera d’albergo nel febbraio 2013, episodio su cui sta indagando la polizia di Los Angeles.  Il tutto mentre dal centro rehab in cui Weinstein aveva giurato che si sarebbe fatto curare, arrivano notizie ben poco rassicuranti: non assume responsabilità di quello che ha fatto, giurando che si è sempre trattato di sesso consensuale, si addormenta durante la terapia di gruppo, usa un telefonino che non dovrebbe neanche avere.

Il presente ci dice quindi che Weinstein è finito, licenziato dalla compagnia che porta il suo nome, andato, gone, ostracizzato da tutti, messo da parte persino dagli amici, probabilmente senza neanche una seconda occasione da giocarsi, come invece piacerebbe tanto agli americani e come spesso si vede nei film (caduta, catarsi, nuova vita, trionfo, lacrime, titoli di coda). Al netto della massima solidarietà alle donne coinvolte, è un peccato che questo scandalo spazzerà via anche i meriti artistici del produttore: dalla Academy lo hanno già cacciato, e nel clima attuale l’ipotesi che gli tolgano gli Oscar vinti non è neanche così marziana.

Eppure, parlandone al passato, Weinstein è stato un grande uomo di cinema, un producer coraggioso e dispotico, uno che tagliava e cuciva i film a proprio piacimento con grande frustrazione degli attori e dei registi convolti (un episodio su tutti: Kate Winslet ha raccontato che le riprese di The Reader furono interrotte da lui con quattro giorni di anticipo, senza neanche dare al regista  Stephen Daldry la possibilità di girare delle scene che riteneva fondamentali), ma che poi quei film li portava a vincere gli Oscar (Kate Winslet, candidata per ben sette volte, ha vinto il suo unico Oscar proprio per The Reader, il che la dice lunga sulla capacità di Weinstein di pensare ai fatti, non solo alle promesse).

Come ha raccontato lo sceneggiatore Scott Rosenberg degli anni d’oro passati alla Miramax (la prima compagnia dei fratelli Weinstein, poi venduta alla Disney), “Harvey era quello che realizzava i nostri film, ci faceva guadagnare e dava i party più belli e folli”. I film di Quentin Tarantino Sesso, Bugie & Videotape, Shakespeare in Love, i film di Michael Moore Scream, Scary Movie, Clerks, Dogma, Il discorso del Re, Il lato positivo danno solo un’idea delle carriere che Weinstein ha lanciato.

In crisi da anni, in vendita da oltre due (pare che a comprarla alla fine sarà Tom Barrack, amico di Trump: produrrà comunque i film di Michael Moore? Chissà), The Weinstein Company era però ormai lontana anni luce dai successi della Miramax. E Weinstein stesso era sceso, dal terzo posto che occupava negli Anni ’90, a non essere neanche incluso nei primi 30 nella classifica dei miglior produttori redatta nel 2015 dall’Hollywood Reporter, travolto dai supereroi, dai remake, dai rebooth, dai sequel.

Non solo, è proprio il mondo in cui Weinstein operava dettando i suoi gusti e i suoi metodi a non esistere più. Parlandone al futuro, il successo della campagna #metoo ci dice che da qui in avanti le donne difficilmente staranno zitte e sopporteranno abusi di potere come quelli operati da lui. Domenica oltre 30 donne sono venute allo scoperto sul Los Angeles Times accusando il regista James Toback di molestie, a dimostrazione che non è solo Weinstein: un intero sistema che sta crollando.

E non è un caso che lo tsunami succeda proprio adesso, nell’anno che più di ogni altro ha visto le donne trionfare al cinema e in televisione, come registe e produttrici. Con oltre 800 milioni di dollari incassati con Wonder Woman, la regista Patty Jenkins ha squarciato un soffitto di cristallo che sembrava infrangibile: quello dei film di supereroi. Un risultato che sicuramente spianerà la strada ad altre registe femmine, la cui percentuale a Hollywood è ancora ferma a un misero 3%.

Agli ultimi Emmy, a farla da padrone sono state due serie tutte al femminile: The Handmaid’s Tale, che tra i produttori ha la protagonista Elisabeth Moss, e Big Little Lies, prodotta da Reese Whisterpoon e Nicole Kidman. Nella classifica dei nuovi top produttori di Hollywood, oltre a gente come Brad Pitt (la società è la Plan B, produttrice di 12 anni schiavo e Moonlight, entrambi premi Oscar), Dana Brunetti (The Social Network, la trilogia di 50 sfumature di grigio), Brian Fueller (The Purge) e Kathleen Kennedy (oltre 60 film e 120 candidature agli Oscar) figura anche Megan Ellison. Figlia dell’ex ceo di Oracle, Larry Ellison, e con una fortuna di due miliardi, è famosa per investire soldi propri in progetti come True Grit, The Master e Foxcatcher e per aver già collezionato tre candidature al Miglior film con Zero Dark Thirty, Her e American Hustle. A trentun anni Ellison, negli Anni ’90 – quando Weinstein molestava le attrici, – era poco più di una bambina. Su una cosa Harvey ha ragione: i tempi sono cambiati. Le donne ora dirigono, producono, portano la gente al cinema, vincono quei premi che prima si portava a casa lui.

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