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Investimenti 26 ottobre, 2017 @ 8:20

Montepaschi, il giorno dopo. Chi compra e chi vende in Borsa

di Luca Spoldi

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La sede di Monte dei Paschi a piazza Salimbeni, Siena.

Il conto alla rovescia è finito: dopo 306 giorni di sospensione il titolo Mps è tornato a essere scambiato in Borsa a Milano, ma non tutti i problemi possono dirsi superati. Partito “al buio”, ossia senza un prezzo di riferimento, il titolo ha oscillato da un minimo appena superiore ai 4,06 euro a un massimo di ben 5,26 euro.

 

Un ritorno volatile ma più positivo del previsto

Una partenza volatile, dunque, che ha sorpreso gli operatori anche perché avvenuta con volumi molto sostenuti (oltre 42 milioni di titoli scambiati a inizio pomeriggio), tanto da far pensare all’intervento di qualche investitore istituzionale, cosa alquanto inconsueta per un titolo che i broker (da Equita Sim a Banca Imi, fino a Banca Akros) stimano possa avere un “fair value” tra i 4,3 e i 4,6 euro. Ciò significa verosimilmente che gli stessi gestori potrebbero non muoversi in acquisto per prezzi superiori ai 3,7-3,9 euro, in modo da assicurarsi, come usualmente fanno, un potenziale di rialzo di almeno il 15%. Se si mantenesse attorno ai 5 euro, il titolo della banca guidata da Marco Morelli – ormai una banca “sana” dopo la ricapitalizzazione precauzionale da 8,1 miliardi di euro e la cessione di un portafoglio da 26,1 miliardi nominali di crediti deteriorati (Npl) – tornerebbe a trattare in linea con i concorrenti diretti.

 

A 6 euro per azione Mps sarebbe valutato in linea con Intesa Sanpaolo

Se poi si spingesse sino ai 6 euro per azione, vorrebbe dire che il mercato valuta che le prospettive reddituali (e la solidità di bilancio) del “nuovo” Mps non sono così dissimili da quelli del primo della classe,  Intesa Sanpaolo. Anche così per il Tesoro finora “investire” nella banca senese non è stato un affare, visto che i 3,8 miliardi di ricapitalizzazione sono serviti per salire al 52,18% circa del capitale sottoscrivendo nuovi titoli a 6,49 euro, mentre gli ulteriori 1,54 miliardi circa destinati all’operazione di “ristoro” degli obbligazionisti subordinati retail coinvolti nell’operazione di burden sharing resasi necessaria per poter procedere alla ricapitalizzazione precauzionale (indispensabile a riallineare gli indici patrimoniali della banca alle indicazioni fornite dalla Bce) sono serviti per sottoscrivere ulteriori titoli a 8,65 euro che, nel caso di adesione totale all’offerta, porteranno il Tesoro al 67,76% del capitale di Mps.

 

Come il prezzo può influire sul comportamento degli ex bondholder e del Tesoro

Fino a che Mps non salirà a 6,49 euro per azione, il Tesoro (che a 4,28 euro vedrebbe una minusvalenza latente di ulteriori 2,1 miliardi, portando a oltre 13 miliardi il costo complessivo del salvataggio) continuerà a perdere soldi su entrambe le operazioni, mentre gli ex bondholder subordinati retail avranno convenienza ad aderire all’offerta, e ricevere in cambio dei loro titoli azionari nuove obbligazioni senior targate Mps, fino a quando il titolo non salirà oltre gli 8,65 euro per azione. Sopra i 7,85 euro per azione (prezzo di carico medio per il Tesoro in caso di adesione piena all’offerta parziale di scambio) il Tesoro potrebbe peraltro iniziare a cedere in parte o in tutto la sua partecipazione senza incorrere in minusvalenze. Prima, ovviamente, occorrerà trovare quel partner industriale che finora nessuno è stato in grado di trovare, ma che forse dopo la profonda pulizia di bilancio e l’iniezione di mezzi freschi potrebbe tornare ad affacciarsi.

Appuntamento con la trimestrale il 7 novembre

Tra il dire e il fare ci saranno di mezzo una serie di trimestrali: i risultati della prima, riferita al terzo trimestre 2017, avrebbero dovuto essere diffusi il 27 ottobre, ma il Cda è slittato al 7 novembre: un rinvio sufficiente, probabilmente, a far partire l’offerta parziale di scambio (dovrebbe aprirsi il 30 ottobre. E comunque andrà lanciata entro il 25 novembre, pena decadenza come ha già avvertito Consob). Lecito attendersi progressi, ma inutile sperare in miracoli: secondo Banca Imi dovrebbe emergere una perdita di 177 milioni, comunque in netto miglioramento rispetto agli 1,151 miliardi persi nello stesso periodo dell’anno scorso e ai 3,24 miliardi persi nel primo semestre di quest’anno (complici gli oltre 3,9 miliardi di svalutazione legati proprio alla cessione dei 27,1 miliardi di Npl). I ricavi invece dovrebbero rimanere stabili poco sopra il miliardo di euro, in linea con l’anno scorso e in ripresa rispetto al dato dei primi sei mesi dell’anno, in cui sono calati a 1,852 miliardi (-21% rispetto al primo semestre 2016). Da qui il management di Mps dovrà ripartire per cercare di voltare pagina il prima possibile.