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Business 6 novembre, 2017 @ 5:28

I conti in tasca al Bonus Cultura

di Luciano Capone

Mi occupo di politica, fino a quando la politica si occuperà di me.Leggi di più dell'autore
Nato in Irpinia, vive a Roma e tifa Lazio. Ha scritto per Libero, Chicago blog, l'Occidentale, l'Opinione. Dal 2014 è al Foglio. chiudi

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi

Una delle misure più consistenti della legge di Stabilità 2018 è il finanziamento del Bonus Cultura per i diciottenni: 500 euro da spendere in libri, teatro, cinema, corsi, spettacoli, musei e musica per i nuovi maggiorenni. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi, che molto si è impegnata per rifinanziare il provvedimento introdotto lo scorso anno, ha dichiarato che “ogni volta che un giovane entra in una libreria e grazie al bonus cultura acquista un libro, il nostro paese è più ricco”. In realtà questa conclusione non è così scontata, anche perché il bonus cultura costa circa 300 milioni di euro. Se dopo questa spesa il Paese, nel suo complesso, diventa più ricco o più povero dovrebbe essere il frutto di una valutazione dei dati, per vedere se i risultati coincidono con le intenzioni alla base del provvedimento.

Innanzitutto è il caso di partire dall’inizio, dai motivi che hanno spinto il governo ad adottare questa misura. Molti non lo ricordano, ma il bonus è nato come misura anti-terrorismo in seguito alla strage islamista del Bataclan, che il 13 settembre 2015 ha insanguinato la Francia: “La risposta al terrore dell’Italia non può essere solo securitaria” – disse l’allora premier Matteo Renzi – “per ogni euro in più investito sulla sicurezza deve esserci un euro in più investito in cultura”. Per fortuna l’Italia non ha subìto attentati terroristici, ma neppure il più affezionato sostenitore del Governo potrebbe pensare che il merito sia dei 500 euro attribuiti ai diciottenni per un solo anno.

L’altro scopo del bonus era quello di stimolare l’interesse dei neo diciottenni per la cultura e su questo punto ci sono diversi dati che possono indicare una risposta più fondata. Secondo i dati forniti dal ministero dei Beni culturali, con la legge di Stabilità 2017 il governo aveva stanziato per il Bonus Cultura circa 287 milioni di euro destinati ai 575mila nati nel 1998. Di questi si sono registrati solo 351mila aventi diritto, circa il 60% del totale. Vuol dire che due ragazzi su 5 (il 40%) non hanno richiesto i 500 euro, facendo scendere il plafond impegnato da 287 a 175 milioni (con un risparmio di 112 milioni). I ragazzi hanno comprato molti libri, biglietti per i concerti musicali e per il cinema, molti hanno rivenduto su internet i biglietti a metà del valore nominale, altri – come documentato anche da servizi televisivi – si sono messi d’accordo con gli esercenti per acquisti fittizi. Era immaginabile che sarebbe successo qualcosa del genere. Nonostante questo, il budget di 500 euro era così elevato che i 175 milioni non sono ancora stati spesi tutti, anche se c’è tempo fino a fine anno per consumare il bonus e c’è da immaginare che la misura anti-terrorismo del governo tornerà utile per i regali natalizi.

Non c’è dubbio che ci sia chi ha beneficiato di questa misura, ma il punto è valutare se, come sostiene il segretario Boschi, abbia reso più ricco il Paese nel suo complesso. Prima di rifinanziare la misura, il governo avrebbe dovuto chiedersi se è sensato investire una somma così consistente su una fascia di persone così concentrata (chi ha compiuto 18 anni) anziché su tutti i giovani. L’altra domanda che avrebbe dovuto porsi l’esecutivo è se regalare soldi per un anno serva a modificare in maniera strutturale la spesa per la cultura dei diciottenni, o se l’ha semplicemente drogata per un anno. E infine se è sensato elargire soldi senza alcuna distinzione di reddito: i figli delle famiglie ricche non hanno certo mai avuto problemi a comprare libri o biglietti per i concerti, pertanto per loro il bonus non ha prodotto spesa aggiuntiva per la cultura, ma è stato semplicemente un sussidio di 500 euro a nuclei familiari che di certo non ne avevano bisogno.

Ma ancor prima di queste valutazioni nel merito del provvedimento, il Governo dovrebbe essere chiamato a spiegare se davvero ritiene che non ci siano modi migliori per spendere i soldi a favore dei giovani. Perché nel vero costo del Bonus Cultura non ci sono solo 300 milioni di euro, ma anche tutte le cose che si potevano fare con quei soldi e a cui si è rinunciato. Facciamo un paio di esempi presenti sempre in questa legge di bilancio: 300 milioni sono le risorse impegnate contro la disoccupazione giovanile e 300 milioni sono le risorse aggiuntive impegnate per la lotta alla povertà. Nel primo caso servono a incentivare l’assunzione a tempo indeterminato dei giovani attraverso una riduzione temporanea del cuneo fiscale, nel secondo caso servono a garantire un assegno mensile che va da circa 190 euro a circa 490 euro al mese alle 500 mila famiglie che vivono nella povertà assoluta. Davvero si ritiene che dare un lavoro a un giovane o dare un minimo di sussistenza ai figli delle famiglie indigenti valga quanto regalare 500 euro una tantum a un neo diciottenne, magari figlio di una famiglia benestante? Davvero c’è qualcuno che ritiene che in questo modo si possa rendere “più ricco” il nostro Paese?

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