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Investimenti 10 novembre, 2017 @ 8:00

I veri effetti dell’apertura cinese agli investitori stranieri

di Ugo Bertone

Contributor, ho visto cambiare l’economia italiana.Leggi di più dell'autore
Ha cominciato a lavorare dopo l'università e la scuola di giornalismo presso l'ufficio stampa della Borsa Valori. È entrato al Sole 24 Ore ancor prima del varo della legge sui fondi comuni, alla Stampa dal 1985, prima alla redazione di Milano, poi caporedattore a Torino (e di nuovo a Milano). Ha avuto l'occasione, grazie alla Stampa, di seguire da vicino la crisi asiatica (Singapore, Tokyo) e la "bolla". Ha partecipato all'avventura di Borsa&Finanza e Finanza&Mercati, di cui è stato direttore. Alle spalle ha alcuni saggi sulla Fiat e sul Nord Ovest. chiudi
Il presidente cinese Xi Jinping e Donald Trump

A mo’ di souvenir per il prestigioso (e non si sa quanto gradito) ospite, le autorità di Pechino hanno salutato Donald Trump con una gradita promessa: presto l’impero del Drago permetterà agli stranieri di acquisire quote di maggioranza nelle società di servizi cinesi, banche ed assicurazioni comprese. È una delle richieste che gli Usa hanno avanzato invano da anni cozzando contro un muro. Nonostante il parere favorevole di Zhou Xiaochuan, l’autorevole governatore della Banca centrale, che in più occasioni ha affermato che il protezionismo bancario ha favorito una certa “pigrizia” dei vertici delle aziende di credito.

Ora l’ormai potentissimo Xi Jinping ha deciso di dar retta a Zhou, in carica da 15 anni, ormai ad un passo dal pensionamento,  da lui stesso anticipato. Perché? E perché proprio adesso? In parte la mossa ha un chiaro sapore positivo. Trump è ripartito da Pechino con la valigia zeppa di contratti per le aziende Usa (283 miliardi di dollari), ma senza aver strappato una sola concessione sul fronte del riequilibrio della bilancia commerciale Cina/Usa, che nel 2017 toccherà la cifra record di 370 miliardi di dollari. Anzi, un articolo del Daily News, organo semi ufficiale del governo cinese, ha voluto sottolineare che Pechino già compra molti prodotti Usa nonostante non siano competitivi sul piano del prezzo e della qualità. Trump, pur facendo la faccia feroce, non ha reagito, salvo accusare con parole di fuoco i suoi predecessori alla Casa Bianca che hanno reso possibile lo sbilancio. Ma il presidente cinese è troppo abile per cedere alla tentazione di stravincere. Di qui l’apertura a Washington. C’è da chiedersi, però, quanto sia di sostanza oppure si tratti  di un fatto simbolico, importante sul piano dei principi, ma di scarso contenuto pratico.

Vediamo, innanzitutto, in cosa consiste l’apertura annunciata da Zhu Guangyao, vice ministro delle finanze della Repubblica cinese. È intenzione di Pechino, ha detto, eliminare o in alcuni casi alleggerire i vincoli  che oggi impediscono ad uno straniero di prendere il controllo di banche commerciali, assicurazioni, società finanziarie di vario genere, compreso le attività di trading nei futures o di gestione nell’asset management. In particolare, Zhu ha rivelato che le società straniere potranno salire al 51% nella gestione dei fondi e del mercato mobiliare dall’attuale 49%, ma non ha fornito date per certe per il passaggio. Al contrario, ha anticipato che entro tre anni cadrà il tetto attuale del 20% di possesso del capitale delle banche commerciale. Entro il 2022,  poi, gli stranieri potranno salire al 51% nel capitale delle joint venture nelle assicurazioni vita, un aspetto che interesa da vicino le Generali, da tempo presenti sul mercato assieme a partner locali.

Questi dati confermano che l’apertura avverrà al termine di una lunga marcia a tappe. Com’è nella tradizione cinese che ripudia il concetto anglosassone del Big Bang. Non è del resto ben chiaro quale sia l’effettivo interesse dei colossi di Wall Street che, dopo l’euforia di inizio millennio, sono oggi ben più cauti dopo le delusioni patite: Goldman Sachs, Ubs, Bank of America e Citigroup si sono addirittura ritirati dal capitale delle grandi banche cinesi, dopo le forti perdite subite. Resiste Hsbc, che controlla il 20% della Banca delle Comunicazioni, la quinta del Paese per dimensioni.

Nonostante le peripezie passate (ovvero le contestazioni penali per le assunzioni dei rampolli della nomenklatura effettuati dalle banche amiche) il boss di JP Morgan, Jamie Dimon, si è già detto pronto a ricominciare l’avventura all’ombra della Grande Muraglia, già abbandonata lo scorso anno con la vendita della quota detenuta nella filiale locale di First Capital Securities. Facile prevedere che le autorità daranno però la precedenza a Hsbc, il colosso che si divide tra Londra ed Hong Kong.

Insomma, pur con qualche titubanza, la corsa sta per partire. Con un sospetto: la Cina, colosso economico, ha basi finanziarie d’argilla come dimostra l’alto livello dei debiti (il 370% del Pil). Date le premesse, il rischio è che le banche occidentali siano necessarie per render possibile una gigantesca operazione di salvataggio. Ma la sfida è comunque sensata: centinaia di milioni di risparmiatori, specie quelli che non partecipano all’euforia finanziaria di Shanghai o Macao, hanno una discreta disponibilità finanziaria e un enorme bisogno di assistenza previdenziale ed assicurativa.