C’è un’app la cui unica funzione è ricordarti che morirai

Forbes.it
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Un fan di Michael Jackson al memoriale per il primo anniversario della scomparsa del cantante. Sidney, 2010.

Ci voleva un’app che ci rammenta la nostra natura transeunte, per disintossicarci dagli smartphone: d’altronde chi potrà mai preoccuparsi di notifiche di Messenger e like su Instagram, di fronte alla consapevolezza del giorno fatale? Perché preoccuparsi, quando siamo soltanto di passaggio?

WeCroak è un’applicazione disponibile per il download sull’App Store – costa poco più di 1 euro – che fa una cosa sola: invia una notifica al suo utilizzatore cinque volte al giorno, dicendogli “don’t forget, you’re going to die” (“Non dimenticarti che morirai”). L’assunto, incontrovertibile, non ha però intenti ironici, come nella celebre scena di Non ci resta che piangere: l’app è pensata per essere una risposta zen al burnout da stress e alla quotidianità iperconnessa; WeCroak vuole che i suoi utenti “trovino la felicità contemplando la propria mortalità”, e offre un momento per fermarsi e mettere tutto in prospettiva: si basa su un detto popolare del Bhutan secondo il quale per essere felice, una persona deve pensare alla morte cinque volte al giorno.

Il logo dell’app di WeCroak

Oltre alle notifiche, WeCroak invia citazioni spirituali dedicate alla riflessione sull’esistenza (e sulla sua fine): si passa dai poeti Beat ai testi sacri buddisti. L’app ha sorprendentemente raccolto pareri entusiasti: l’ultima recensione pubblicata su iTunes recita “È la cosa migliore che abbia mai installato sul mio iPhone”. Bianca Bosker, che l’ha scaricata, ne ha scritto sull’Atlantic dicendo che dopo quattro settimane ha iniziato ad “apprezzare la sua compagnia”. Mentre un’infornata di altre app di meditazione zen molto in voga – Calm, su tutte – strillano la loro presenza e stimolano al loro uso frequente attraverso email e notifiche, WeCroak è a prova di compulsione: si limita a cinque notifiche sempre uguali, non intrusive e decisamente stringate. La risposta più efficace a ciò che viene definita fear of missing out – cioè “paura di perdersi qualcosa”, il meccanismo psicologico che determina la dipendenza dai social media – ad oggi è il memento mori.

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