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L’Italia ha perso il treno degli Ogm?

Le colture transgeniche non fanno male alla salute, dice uno studio italiano.

Chi negli ultimi quindici anni ha seguito il dibattito pubblico italiano, trasecola al solo sentire la parola “Ogm“: la querelle sugli organismi geneticamente modificati da usare nell’agricoltura risale almeno al primo provvedimento sul tema, il “decreto Amato” con cui nel 2000 il nostro Paese tentò di bloccarne l’importazione. Da allora, in una modalità consueta per quest’angolo di mondo, la discussione si è fatta particolarmente polarizzata, con gli Ogm alternativamente dipinti come male assoluto o come prossimi salvatori della patria. Rischiano di rovinare la salute? Sono assolutamente innocui? Da oggi abbiamo il primo studio realizzato in Italia che offre risultati concreti sui dilemmi riguardanti il mais geneticamente modificato.

Realizzata da un team diviso tra Scuola Superiore Sant’Anna e Università di Pisa, la ricerca è stata appena pubblicata sulla rivista scientifica Scientific Reports, e le sue conclusioni sono assolutamente positive: analizzando le colture di questo tipo cresciute nei 5 continenti a cavallo del periodo 1996-2016, i ricercatori hanno scoperto che il mais transgenico ha mostrato in media una resa più alta, una maggiore resistenza agli insetti e una minore presenza di agenti patogeni dannosi per l’uomo (come le micotossine), rispetto al suo omologo “naturale”. In buona sostanza, il mais Ogm non è pericoloso né per l’ambiente né per la salute degli esseri umani, dicono le evidenze.

I dati pubblicati dall’Università di Pisa riportano agli onori delle cronache il tema dell’accostamento della situazione italiana a quella internazionale: nel 2015 nel mondo sono stati coltivati 53,6 milioni di acri di mais Ogm, circa un terzo di tutto il mais cresciuto a livello planetario. Trentatré milioni di acri risultavano presenti nel territorio statunitense, con altri 17,4 milioni sparsi tra Brasile, Argentina e Canada. Il valore globale del mais geneticamente modificato si attestava a quota 8,1 miliardi di dollari, configurando la coltura transgenica come quella col più grande potenziale di espansione. E in Italia? La direttiva europea 412/2015 di tre anni fa ha permesso agli Stati nazionali di proibire interamente la coltivazione e la ricerca sugli organismi geneticamente modificati: il nostro Paese ha accolto felicemente la nuova legge, dato che da tempo aveva già messo al bando – tanto in laboratorio quanto nei campi – lo sviluppo di colture transgeniche.

Ciononostante, notava un recente articolo del Foglio, l’Italia consuma ogni giorno 10mila tonnellate di soia Ogm importata, e “l’87 per cento di tutti i mangimi venduti in Italia contiene Ogm”. Questo significa che, senza Ogm, il made in Italy in campo alimentare semplicemente non esisterebbe. E, parallelamente, che la produzione interna di mais si è dimezzata, e i coltivatori del Paese stanno pagando il prezzo della politica di tolleranza zero nei confronti della genetica. Tra le reazioni alla diffusione dello studio c’è quella di Giorgio Fidenato, agricoltore friulano divenuto negli anni paladino della battaglia per il mais transgenico. “Dovrò fare una causa allo Stato italiano, perché attenta alla mia salute impedendomi di seminare un prodotto sano che non ha bisogno di trattamenti fitosanitari e insetticidi. Sono 20 anni che lo diciamo che non ci sono problemi”, ha dichiarato l’uomo, intervistato da Repubblica.

 

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