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Benvenuti nella Satoshi Revolution

bitcoin
Una rappresentazione dei Bitcoin.

Articolo tratto dal terzo numero di ForbesITALIA. Scopri l’ultimo numero.

Ciak, si gira. Ecco la storia: c’è un tale che accumula 1 milione di dollari sul suo pc. Ci sono due tipacci della security aziendale che gli distruggono l’hard disk. Lui si licenzia ma poco dopo realizza il sogno della sua vita. Una favola? Un film di Hollywood? Nulla di ciò, a Giacomo Zucco è capitato davvero: 34 anni, laurea in fisica teorica, oggi è il ceo dei Blockchainlab, incubatore milanese di idee e startup per il mondo blockchain. Benvenuti nella Satoshi Revolution.

“Nel 2012”, racconta Zucco, “lavoravo come Technology Consultant in Accenture. Un po’ per noia, un po’ per curiosità, decisi di installare sul mio computer il software che serviva a minare (estrarre, ndr) i bitcoin. Ne accumulai ben 50 in otto ore!”. Numeri alla mano, oggi sarebbe un tesoretto di oltre 300mila dollari. Il gioco di Zucco continua ma non dura. “Una mattina due guardie mi sequestrarono il pc. Provai a spiegare che sono solo bitcoin, non capirono. Dissero che avevo reso vulnerabile la sicurezza informatica aziendale, aprendo porte che non dovevo aprire”. Ebbene, ai valori di oggi in quel pc ci sarebbe un gruzzolo a sei zeri. “In realtà”, aggiunge Zucco, “all’epoca non valevano granché”. Ma poco dopo lasciò il lavoro.

L’episodio fu la sua via di Damasco, una folgorazione. A distanza di cinque anni infatti, Giacomo Zucco, fin da bambino aspirante scienziato e scopritore, è uno dei maggiori esperti italiani della “blockchain”, la tecnologia nata (pare) da un’intuizione del leggendario Satoshi Nakatomo (nessuno sa chi sia o se esista veramente). Una tecnologia destinata a rivoluzionare il mondo, dall’economia alla dimensione politica, che però secondo i detrattori, sta provocando solo l’ennesima bolla finanziaria, con oltre 1.000 cripto-valute già censite. Sul punto il tecnologo Giacomo Zucco è categorico, “Il 99% delle cripto sono fuffa o marketing. O le due cose insieme”. “Non a caso”, aggiunge, “i maggiori esperti del pianeta in crittografia e sistemi open source lavorano sui bitcoin”.

Tutto vero, ma perché stanno nascendo più monete digitali che funghi in un bosco dove ha appena piovuto? “Perché sul web”, rincara Zucco, “ci sono milioni di smanettoni vogliosi di farsi notare, magari informatici mediocri: cambiano qualcosina e dicono che è nata una nuova criptovaluta, guarda caso la loro. E qualcuno ci casca. Io le chiamo le shitcoin”.

L’unica criptovaluta che Zucco salva, bitcoin a parte, è il monero, quella preferita, secondo la vulgata, dai delinquenti: droga, armi, farmaci strani, finanza occulta e, forse, le manine di qualche servizio segreto. “E’ vero che il monero è usato per nascondersi”, riconosce Zucco, “ma io guardo al lato tecnologico: il monero è un progetto con sviluppatori seri. È la criptovaluta della privacy. Mentre il bitcoin è facile tracciarlo, con il monero non sai mai chi paga chi. È una seconda blockchain, però è molto pesante e costosa. Penso che alla fine lo standard sarà il bitcoin”.

Giacomo Zucco,
Giacomo Zucco, il ceo di Blockchainlab.

Del resto, Zucco, è appunto un fisico teorico, quello gli interessa. Può parlare ore di database, marcatori temporali e funzioni algoritmiche, magari di notte in chat con altri sviluppatori che stanno a San Francisco o a Johannesburg. Molto meno lo appassiona stabilire quanto debba valere un bitcoin. “Per anni blockchain e bitcoin sono stati un argomento esoterico, degno di una setta. Adesso è diverso: c’è un entusiasmo eccessivo, certi prezzi cadranno ma ciò non cambia di una virgola il futuro della blockchain. Anche Internet ha prodotto una bolla ma il web ha cambiato il mondo. Nel 1996 qualcuno immaginava miliardi di persone in giro con lo smartphone in tasca?”

Si arriva così a una domanda chiave: in attesa che si sgonfi la bolla o si dimostri che un bitcoin può valere “un miliardo, ma che dico un milione” (per dirla alla Totò), che ci farà in futuro l’umanità con la blockchain? È davvero una tecnologia disruptive, al pari del fuoco, della ruota o del web? “Cambierà tutto – ribadisce Zucco – penso all’e-commerce, ai pagamenti internazionali e ai pagamenti innovativi, come il M2M (machine-to-machine, nrd). Ci saranno macchine-robot che si pagano fra loro, dal distributore di bibite al cellulare. Oggi chiudiamo il wi-fi agli altri con la password. Si può ragionare al contrario: chi usa il mio wi-fi me lo paga all’istante. Sono minuscoli esempi. Potranno cambiare miliardi di cose, dai viaggi al taglio dell’erba, dagli atti notarili all’acquisto del cappuccino. Senza intermediari”.

Eccola qui la Satoshi Revolution, l’economia del permissionless (senza permesso), dove ogni transazione ha una “cronologia univoca, coerente, immutabile”, insiste Zucco, “non è fantascienza. La tecnologia c’è già, manca il quadro normativo e legale. E ciò varrà anche tra aziende, enti o nazioni, sperando che prima o poi non ci siano più”. Ecco, l’ultima frase è importante: emerge la componente libertarian (e un po’ anarchica) di Zucco e di tutto il mondo blockchain: l’idea che con la decentralizzazione di ogni scambio e rapporto economico, gli Stati Nazione (il sovrano) possano cedere il passo e marginalizzarsi. Del resto, Giacomo Zucco è stato il giovanissimo (a soli 27 anni) portavoce del Tea Party in Italia, quando nel luglio del 2010 si unisce al movimento globale anti-tasse: è un periodo frenetico di riunioni, comizi e presenze tv, “ora faccio ancora politica tutti i giorni ma col mio lavoro, niente militanza”.

In effetti lavora moltissimo, “sette giorni su sette, anche di notte”, dice. Con il boom dei bitcoin è più cercato del Barbiere di Siviglia: tutti lo chiedono, tutti lo vogliono. A contenderselo sono le banche, dagli Usa al Canada, dall’Asia all’est Europa, per non dire della Svizzera dove “i clienti vogliono bitcoin a tutti costi, è vista come asset class decorrelata da altri mercati”. Il problema delle banche è che non sanno da chi comprarli e come detenerli. “La blockchain garantisce sicurezza solo se la sai usare”, dice Zucco, “una cosa è il singolo con il suo wallet e le password scritte, ma le banche o gli hedge fund devono gestire codici complessi, non possono usare impiegati impreparati”. Così Zucco è diventato un globe trotter: prossimi voli in Lettonia, Bielorussia, Stati Uniti, Francia e Repubblica Ceca. C’è anche un salto in Bulgaria, a Sofia, dove col suo network è diventato socio di una miniera di bitcoin: un casermone di quattro piani in periferia, con contratti di energia elettrica da farm industriale: “Siamo piccoli quindi facciamo partnership con altre miniere, poi dividiamo i bitcoin”. Già, perché l’estrazione funziona un po’ come una lotteria, “non ci sono equazioni da risolvere, si va per tentativi”, spiega Zucco, “ci sono delle macchinette, chiamiamole così, che fanno calcoli complessi e velocissimi. La prima che trova la soluzione la propaga per la rete. In quel modo si creano 12,5 bitcoin”.

Nel frattempo c’è anche chi cerca Zucco per le cose un po’ strambe, “un ristorante mi ha chiesto di organizzargli una Ico (Inizial Coin Offering), per rinnovare il locale. Tecnicamente sarebbe possibile, lui offre dei token (gettoni) a chi lo finanzia, poi ogni qualvolta un cliente paga, magari una pizza e una birra, chi ha il token riceve una piccola quota dei guadagni del ristorante, come fosse una royalty”. Semplice, no? Ma c’è un piccolo problema: ad oggi è illegale. Ma il boom delle Ico intanto continua: “Troppa gente”, continua Zucco, “si sta illudendo che sia il nuovo Eldorado. In alcuni casi è vero, tanti altri si faranno del male. Però la blockchain rimarrà, è un’altra cosa. Un giorno si capirà perfino che l’oro digitale può essere riserva di valore quanto l’oro fisico”. Benvenuti nella Satoshi Revolution.

 

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