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Forse è ora di smetterla con le ironie sulle lauree umanistiche

Roberto Fico a Montecitorio.

È l’alba di una nuova era per le materie umanistiche, tanto osteggiate da professori di liceo, madri apprensive e iscritti a materie scientifiche che pur impiegando sei anni per finire la triennale scherniscono gli esami di linguistica, definendoli parte di corsi in “scienze delle merendine”. E che merendine siano, a sentire gli ultimi dati del consorzio Almalaurea, che dimostrano che i laureati umanistici – pur avendo stipendi più bassi dei colleghi di Ingegneria ed Economia – hanno un tasso di soddisfazione pari a un alto 7,5 su 10. Del resto in Italia non mancano esempi di curriculum eccellenti: da Sergio Marchionne, laureato in Filosofia in Canada, al neoeletto presidente della Camera Roberto Fico, laureato in Scienze della comunicazione. Alla faccia di chi diceva che queste lauree non servono a niente. Spesso definite inutili, sono da molti considerate anacronistiche rispetto ai tempi che corrono, dominati come sono dall’egemonia tecnica e dal denaro. Tuttavia, qualcosa sembra smuoversi non solo in ambito accademico, ma anche nel business. Al pragmatismo e al rigore, il mondo del lavoro ultimamente sembra preferire altre qualità, come la flessibilità e le abilità sociali e relazionali, competenze che le lauree umanistiche favoriscono grazie allo studio della retorica e della comunicazione. E chi sostiene che solo la scienza è in grado di fornire un metodo probabilmente non ha mai tradotto un testo dal latino, o non ha mai provato a ricostruire l’albero genealogico di un manoscritto duecentesco. Oggi le aziende hanno cambiato mentalità, tanto che oltreoceano esiste addirittura un trend imprevedibile: quello dell’assunzione di filosofi “corporate” (ne ha parlato anche Forbes, di recente).

Un altro requisito fondamentale per muoversi agilmente nel mercato del lavoro dovrebbe essere la perfetta padronanza della lingua italiana, che negli uffici delle risorse umane è ormai scomparsa sotto l’altissima pila di certificazioni di inglese. A cosa serve avere un C1 in Business English se poi non si sa rispettare la consecutio dei tempi verbali italiani in una semplice mail? Certo, le difficoltà con la lingua madre possono risalire alle elementari, tanto che lo scorso anno 600 professori universitari hanno lamentato in una lettera indirizzata al parlamento gli errori di grammatica e sintassi nelle tesi di laurea, chiedendo allo Stato di rafforzare lo studio dell’italiano nella scuola primaria. Ma chi ha difficoltà con le interrogazioni su Dante e Ungaretti non si iscrive di certo a Lettere o a Filosofia, di norma, e si presuppone che i laureati uscenti da queste facoltà magari non siano proprio i nuovi Umberto Eco, ma almeno sappiano mettere insieme una frase di senso compiuto. Già nel Medioevo, il periodo storico che vide la nascita delle università come le conosciamo ancora oggi, la padronanza della lingua era un requisito indispensabile per la vita accademica e lavorativa. Ogni studente doveva conoscere in modo impeccabile il latino – la lingua della cultura – per pensare di essere ammesso all’università, e dedicava il primo periodo di studi al cosiddetto trivium, che comprendeva la grammatica, la retorica e la dialettica. Solo dopo aver superato questo primo scoglio “umanistico”, l’alunno poteva scegliere tra le discipline del quadrivium, che potrebbero essere assimilate alle moderne facoltà di musica, aritmetica, geometria e astronomia.

Manoscritto antico in vendita all’asta a Edimburgo, Scozia.

Ma non è solo la lingua a essere considerata un plus per le aziende che cercano sempre più laureati umanistici: nel mondo corporate le compagnie sono sempre più attente alle figure di formazione umanistica. Lo sa bene il professor Francesco Tissoni, docente di Editoria multimediale e di Teorie e tecniche della comunicazione web all’Università degli Studi di Milano. Laureato in Lettere e Dottore in Filologia e storia del mondo classico, ora forma i giovani studenti iscritti a Lettere, Filosofia o Scienze della comunicazione nell’utilizzo gli strumenti digitali. “Quando mi sono laureato, era il 1991 e le professioni digitali non esistevano”, spiega il docente. “Io sono arrivato alla conoscenza di queste discipline in parte attraverso la formazione ricevuta da altri e in parte tramite autoformazione, ma quello che ho imparato a livello metodologico con una laurea umanistica è stato fondamentale”. Ora che il mondo del lavoro è alla spasmodica ricerca di professionisti della comunicazione digitale, molte università di tradizione umanistica si sono attrezzate per fornire anche questo tipo di insegnamento. “C’è stato un enorme sviluppo degli strumenti digitali con una metodologia «Do It Yourself», per cui ciascuno è invogliato all’autoapprendimento e all’utilizzo di questi strumenti. Ciò ha determinato da una parte un’enorme diffusione di questi mezzi digitali anche al di fuori dell’ambito ristretto dell’informatica, e dall’altra la necessità di figure professionali che fossero più vicine ai «contenuti» rispetto che ai «contenitori». È molto più facile formare un umanista a usare gli strumenti digitali che fare in modo che un ingegnere o un informatico capiscano quello di cui una realtà umanistica ha bisogno”, aggiunge. Insomma, il letterato 2.0 si destreggia perfettamente tra Petrarca e il linguaggio Html.

Se lamentarsi delle troppe lauree umanistiche fosse uno sport, l’Italia vincerebbe l’oro olimpico. Ma le lauree non sono mai troppe, in un Paese che è penultimo nella classifica europea per numero di laureati: la dura realtà è che i tassi di occupazione dei laureati in Italia, seppur in lieve miglioramento, restano bassi un po’ per tutte le facoltà. Bassi, ma non tragici, perché il 68% di laureati in Lettere trova posto entro cinque anni dal conseguimento del titolo, mentre la media nazionale per le altre facoltà è del 70%. Insomma, i dati restituiscono una verità incontrovertibile: nessuna laurea è inutile. E poi, le cronache politiche recenti dimostrano che tutto è possibile: un momento prima sei laureato in Scienze della comunicazione con una tesi sulla musica neomelodica, e un momento dopo ti ritrovi terza carica dello Stato.

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