L’Africa è “pronta” per l’alta moda?

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Dopo Vogue Arabia, è la volta di Vogue Africa?

Il marchio Vogue, uno dei media brand più conosciuti a livello globale, da qualche tempo è al centro di movimenti e discussioni molto vivaci: da un lato le possibili –ma non ancora annunciate – dimissioni di Anna Wintour dal suo trono di regina di Vogue USA, dall’altro la questione (significativa tanto sul piano economico che su quello culturale) del possibile lancio di un’edizione per il continente africano. In occasione delle settimane della moda svoltesi a Lagos, Accra e Johannesburg (un altro evento è in programma per giugno a Dakar) molti si sono chiesti come mai non esista ancora un Vogue Africa. A far parlare è stata soprattutto Naomi Campbell – contributing editor di Vogue UK – che a margine delle sfilate nigeriane ha sottolineato la necessità di dare all’Africa un’edizione della bibbia della moda. Condé Nast International, l’editore di Vogue, pubblica infatti versioni dedicate al Medio Oriente, all’America Latina e soprattutto all’Europa (ad agosto è previsto il lancio di Vogue Česká, la versione ceca), ma nulla di pensato appositamente per i Paesi africani.

Altre riviste internazionali di moda presenti nel continente segnalano invece interesse, a testimonianza dell’esistenza di un mercato per le testate di target alto: l’edizione sudafricana di Elle, ad esempio, è attiva dal 1996. L’economia di molti Paesi africani sta attraversando una fase positiva, con buone previsioni (il Fmi vede al 2020 l’intera regione africana come la seconda economia in più rapida crescita), e i cambiamenti socio-culturali del continente vengono agevolati dall’innovazione tecnologica. Marchi di lusso come Gucci e Vuitton hanno già aperto flagship store per rispondere alla domanda di una nuova classe benestante che finora ha fatto shopping nelle capitali straniere. Le disparità sociali e le aree di estrema povertà, naturalmente, persistono e altrettanto ovviamente rappresentano un grave problema: ma questa è una condizione comune a molte regioni del mondo in cui il mercato del lusso genera comunque grandi fatturati.

L’aumento del numero dei potenziali shoppers è un fattore determinante nella valutazione di nuovi mercati per una testata come Vogue, dipendente principalmente dalle entrate dovute agli inserzionisti. Un altro fattore in gioco è la necessità di costituire dei team “forti” alla base delle redazioni, capaci di mantenere uno sguardo internazionale sulla moda, e, allo stesso tempo di mettere in risalto la creatività locale, fornendole una piattaforma di lancio verso il resto del mondo. Trovare professionisti all’altezza non è un problema, e gli staff più interessanti sono cosmopoliti e multiculturali, come è già stato dimostrato dalle due recenti nomine di Edward Enninful, editor-in-chief di British Vogue e di Virgil Abloh, designer del menswear Louis Vuitton, entrambi di origini ghanesi.

Una (per ora solo possibile) copertina di Vogue Africa.

Più complesso è mantenere l’equilibrio fra inserzionisti, istanze locali e l’approccio culturalmente globalista del “mondo Vogue”, come è accaduto, per esempio, con il recente debutto di Vogue Arabia, che ha visto un repentino cambio di direttore ad appena un mese dalla prima uscita (causa, probabilmente, la visione troppo occidentale della prontamente rimossa principessa Deena Aljuhani Abdulaziz).

La questione culturale, per l’ipotetico Vogue Africa, è altrettanto spinosa ma di ordine molto diverso: le voci contrarie fra addetti ai lavori e media pongono l’accento sul carattere troppo unificante di un’operazione di questo tipo: l’Africa è un continente con 54 Paesi molto diversi fra loro; perché dovrebbero essere raggruppati? Questo concetto è espresso anche da Eric Otieno, che, sulla rivista Griot, ha in qualche modo risposto a Naomi Campbell e ha messo in luce come, a fronte di ben 24 “edizioni Paese”, questa pubblicazione “perpetuerebbe il mito che aleggia su queste aree, ovvero che siano luoghi omogenei, uguali, e continuerebbe a diffondere l’idea che non ci sia bisogno di fare ulteriori approfondimenti geografici perché a tutti gli africani piacciono le stesse cose”.

Un altro punto critico è “la politica della convalida”, e cioè, sempre secondo Otieno “il fenomeno per cui i creativi, i designer o gli stilisti – anche gli scrittori e gli attori – di un dato Paese africano sono considerati “validi” solo dopo essere apparsi su Vogue, o su qualsiasi altra pubblicazione/piattaforma occidentale di un certo livello. Gli africani giustamente potrebbero rivendicare una propria autonomia culturale, ma dal punto di vista pratico è anche innegabile che Vogue sia uno dei più autorevoli punti di riferimento nel settore della moda, come Griot stesso riporta. L’analisi sulla quale basare l’uscita di un futuro Vogue Africa e soprattutto il suo successo è quindi tutt’altro che banale e solleva molti argomenti. Intanto l’hashtag #VogueAfricaYourTimeIsNow si è imposto su Twitter e Instagram, dove è già possibile vedere elaborazioni grafiche e possibili, ipotetiche copertine.

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