Come l’alta moda ha riscoperto il Sessantotto

Forbes.it
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Immagini parte della campagna “Le Pavé Parisien”.

Sono passati cinquant’anni esatti dal maggio 1968 e, mentre si susseguono rievocazioni e commemorazioni di ogni tipo dell’anno che ha cambiato la storia contemporanea, anche la moda celebra l’anniversario, alla sua maniera. Più che di una commemorazione, nel settore si parla del recupero di una certa energia creativa legata a quel periodo. Già a febbraio scorso, la presentazione della collezione autunno-inverno 2018 di Dior, creata da Maria Grazia Chiuri, aveva lasciato presagire qualcosa: zoccoli, ricami di gusto hippie, lenti colorate e berretti rivoluzionari. In più, la volontà dichiarata della designer di riallacciarsi idealmente a un periodo di grandi cambiamenti, sia sociali che di costume.

Ma Dior è comunque un marchio molto elegante, tradizionalmente legato alla Rive Droite altoborghese, e nell’immaginario comune è rappresentato da una femminilità classica (vita stretta/gonne ampie) ben poco militante. Alla Rive Gauche invece – teatro di proteste e manifestazioni – era intitolata già dal 1966 la collezione di “moda pronta” di Yves Saint Laurent, ex delfino di Monsieur Dior che proprio facendo sue le esigenze della liberazione sessuale femminista, nel ’68 fu il primo a lanciare il “nude look”, la sahariana, lo smoking femminile e abiti in jersey leggero da indossare senza reggiseno (accessorio da dimenticare, se non da bruciare).

Sempre sulla Rive Gauche, nello stesso ‘68, apre il primo negozio di Sonia Rykiel, una delle griffe oggi più impegnate a ricordare quei giorni, anche con il lancio di una nuova, iconica borsa dal nome non privo di ironia: “Le Pavé Parisien”.  Si tratta un parallelepipedo in pelle che non ha molto in comune con i cubetti di porfido evocati dal nome, ma è “pensato per prendere d’assalto le strade di Parigi”, e ravvivare “lo spirito ribelle che animava Sonia Rykiel nella prima fase della sua carriera”.
L’omaggio di Sonia Rykiel trasforma una pietra di un marciapiede – simbolo di ribellione – in un oggetto lussuoso, e ci lascia intendere in modo provocatorio che tutto può essere reinterpretato; ma per la maison è anche la rivendicazione di un passato e di uno stile che, con maglioncini e completi tomboy, ha contribuito alla nascita di una nuova immagine femminile.

La campagna Gucci Dans Les Rues.

La moda come la intendiamo oggi è nata proprio alla fine degli anni ’60: mentre le maison dei couturier seguivano l’esempio di Balenciaga e chiudevano di fronte al “nuovo”, le donne si erano già stancate dell’immagine statica proposta dall’alta moda e le preferivano le collezioni pronte e industriali dei nuovi creatori come Saint Laurent, Missoni, Quant e Rykiel, più veloci a captare e riproporre quanto arrivava “dalla strada”. A quella strada si ispira oggi la campagna di Gucci per la pre-collezione 2018-2019: firmata dal fotografo Glen Lunchford si intitola appunto “Gucci dans les rues” (“Gucci nelle strade”), e ripropone, in stile reportage, una tipica atmosfera sessantottina, sebbene limitata al lato studentesco delle proteste. Assemblee generali, aule scolastiche occupate, striscioni di protesta, cortei con lacrimogeni e … studenti rigorosamente vestiti Gucci. Ma, per quanto possa far sorridere (i social network in questo senso non si sono fatti attendere, sbertucciando il paradosso) si tratta pur sempre di una pubblicità.

Il marchio Gucci è al momento quello che ha saputo coniugare al meglio lusso globale, performance esaltanti di fatturato e strategie di comunicazione, arrivando a incidere – con i suoi mix surreali, pop e coloratissimi – anche sui consumi di massa e sul gusto diffuso. Per un marchio simile promuovere il ritorno a “una totale libertà creativa”, per quanto idealizzata in un video patinato, non è un’operazione casuale, ma piuttosto il risultato tanto della visione del direttore artistico Alessandro Michele che delle ricerche di marketing che registrano l’attuale diffuso bisogno di cambiamento.

Che questa necessità venga interpretata da un brand di moda con il ricongiungimento alle spinte idealistiche seguite al ‘68 è anche un segno di un ottimismo in chiave “peace & love”, che, nel caso di Gucci, è supportato da risultati economici stellari. A tutti gli altri, compresi quelli che a Gucci si ispireranno, bisognerà concedere il beneficio del dubbio che non sia soltanto l’ennesimo revival in stile vintage di un decennio passato. Ieri, intanto, è stata pubblicata su tutte le piattaforme la bellissima collezione resort 2019 di Valentino che, naturalmente, riecheggia gli anni fra i ’60 e i ’70.

 

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