Chi è e cosa pensa Giovanni Tria, l’uomo chiave del governo Conte

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Giovanni Tria.

La mossa scacchistica con cui Lega e Movimento 5 stelle sono riusciti a superare lo stallo nella formazione del nuovo governo Conte ruota attorno a un nome, quello di Giovanni Tria, che ha sostituito l’oggetto della contesa tra l’alleanza giallo-verde e il Quirinale, l’economista Paolo Savona (finito agli Affari europei per superare l’impasse). Tria, 69 anni, romano, ricopriva il ruolo di professore ordinario di Economia politica all’Università di Tor Vergata, e ha all’attivo anche un rapporto di consulenza con la Banca Mondiale.

Per scoprire le posizioni dell’accademico romano su alcune delle questioni più dibattute in campagna elettorale, si può fare riferimento ad alcuni suoi interventi apparsi sui giornali nell’ultimo periodo: su Formiche, ad esempio, il 14 maggio Tria ha firmato una disamina delle misure contenute nel “contratto” per il nascente esecutivo. Sul reddito di cittadinanza, il professore esprimeva un parere scettico:

Sembra oscillare tra un’indennità di disoccupazione un poco rafforzata (…) e un provvedimento, improbabile, tale da configurare una società in cui una parte della popolazione produce e l’altra consuma.

Per quanto riguarda la flat tax – un’altra misura economica su cui Lega e 5 stelle hanno impostato la loro alleanza – Tria invece ha speso parole positive, definendola “un obiettivo più interessante”, che a suo dire “coincide con l’obiettivo di riduzione della pressione fiscale come condizione di una politica di crescita, soprattutto se si vede questo obiettivo non tanto come un modo per aumentare il reddito spendibile di famiglie e imprese, e quindi sostenere la domanda interna, ma come un modo per aumentare il rendimento dei fattori produttivi, lavoro e capitale, e quindi anche degli investimenti”.

Nei riguardi dell’Unione europea e dell’euro, il nodo del contendere della crisi istituzionale, la posizione di Tria sembra molto più “morbida” di quella oltranzista di Savona (teorizzatore, com’è noto, di un piano per l’uscita dall’euro). In un articolo pubblicato sul Sole24Ore e scritto a quattro mani con l’ex ministro Renato Brunetta (di cui era consigliere), il ministro dell’Economia in pectore diceva:

Non ha ragione chi invoca l’uscita dall’euro senza se e senza ma come panacea di tutti i mali, ma non ha ragione neanche il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, quando dice che “l’euro è irreversibile”, se non chiarisce quali sono le condizioni e i tempi per le necessarie riforme per la sua sopravvivenza. Anche perché il maggior pericolo è l’implosione, non l’exit.

Giovanni Tria è stato per anni un collaboratore de Il Foglio: il quotidiano diretto da Claudio Cerasa ha raccolto gli interventi del neo ministro, tra cui uno risalente al 2011 in cui scriveva, sulla scorta delle tesi di Paul Krugman, che “la Banca centrale europea è falsamente indipendente, perché lo è nei limiti del suo statuto e del suo mandato ristretto (stabilità dei prezzi), mandato che non può estendere quando necessario, proprio perché non ha dietro di sé uno stato che la possa autorizzare”.

In un altro, firmato nel 2013 con Ernesto Felli, indicava tre misure per la crescita al governo di Enrico Letta:

Il primo obiettivo è intervenire sul collasso della domanda interna, che ha molte concause ma che indubbiamente ha risentito dei provvedimenti fiscali degli ultimi due anni, in termini sia di maggior prelievo effettivo sia d’incertezza e di “terrorismo” fiscale che li ha accompagnati. Il secondo obiettivo è quello di intervenire dal lato dell’offerta, cioè di usare lo strumento fiscale per aiutare a ridurre il gap di competitività misurato dal divario accumulato negli ultimi dieci anni nella dinamica dei costi di produzione rispetto agli altri paesi europei. Il terzo obiettivo è quello redistributivo, cioè aiutare la popolazione più esposta alle conseguenze drammatiche della prolungata recessione.

Tra le altre cose, Tria sosteneva: “Per agire sulla competitività, è necessario utilizzare i margini esistenti per perseguire la svalutazione fiscale, cioè ridurre sia l’Irpef […] sia l’Irap o altre componenti del cuneo fiscale”.

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