L’algoritmo con cui Netflix attrae i migliori talenti di Hollywood

Forbes.it
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David Letterman negli studi di “My Next Guest Needs No Introduction”.

C’è una ragione per cui Netflix riesce a tenerci incollati alla sua piattaforma, al punto da far dichiarare al ceo Reed Hastings che “l’unico nostro rivale è il sonno”: l’algoritmo che consiglia i film, i documentari e i vari spettacoli agli utenti è talmente accurato che non si accontenta di mostrarci i blockbuster più adatti ai nostri gusti, ma riesce ad approfittare di titoli semisconosciuti che, però, sembrano fare proprio al caso nostro. Netflix sfrutta al meglio anche i titoli meno costosi del suo catalogo, ed è in grado di offrire una varietà di prodotti che sembrano cuciti su misura per i suoi 125 milioni di abbonati nel mondo. Come noto, però, il successo di Netflix è in larga parte merito delle sue produzioni originali – sulle quali investirà qualcosa come 8 miliardi di dollari nel 2018 – portando l’offerta di contenuti prodotti in casa a superare quota mille.

Nonostante un alto dirigente di Hbo abbia recentemente definito l’investimento di Netflix in produzioni originali una “irrazionale esuberanza”, la verità – almeno da un punto di vista creativo – è che il processo che porta a scegliere quali contenuti produrre è totalmente razionale. Scordatevi i produttori esecutivi dall’istinto infallibile, perché in questo caso il merito è tutto dell’algoritmo e dei big data.

Il caso più celebre – e uno dei pochi sui quali Netflix abbia fornito informazioni precise – è quello di House of Cards: il primo show originale della piattaforma, distribuito nel 2013. Netflix sapeva ancor prima di iniziare a girare che questa serie tv sarebbe stata un immenso successo (per la precisione, è stato il suo show più visto negli Stati Uniti e in altri 40 Paesi); perché l’aveva predetto l’algoritmo – quasi fosse un oracolo – analizzando i big data forniti dagli utenti.

Grazie ai dati raccolti ormai da oltre un decennio, Netflix sapeva infatti che i suoi utenti apprezzavano moltissimo il lavoro di David Fincher (regista di House of Cards e di film di enorme successo come The Social Network); sapeva anche che Kevin Spacey era uno degli attori più seguiti. E infine, sapeva che tra i prodotti di nicchia tanti avevano apprezzato la versione originale di House of Cards: una miniserie britannica in quattro puntate, andata in onda originariamente nel 1990 sulla Bbc. Unendo questi tre dati, era evidente che una serie tv mainstream tratta da un prodotto meno noto ma molto apprezzato, diretto da Fincher e con protagonista Spacey non avrebbe potuto che essere l’enorme successo che infatti è stato (al netto dell’imprescindibile qualità di produzione, ovviamente).

Questo è solo un esempio – e probabilmente neanche uno dei più accurati – di come la strategia data-driven di Netflix le consenta di investire i suoi soldi minimizzando i rischi e puntando su contenuti di alta qualità. A differenza delle tv generaliste, il servizio di streaming non deve cercare di accontentare tutti: può puntare su determinati segmenti sufficientemente numerosi e affrontare con maggiore serenità quelli che, altrove, sarebbero degli azzardi.

L’algoritmo di Netflix non è però solo in grado di ottimizzare l’offerta per gli utenti e razionalizzare le scelte di produzione; a quanto pare è anche in grado di sottrarre i migliori talenti alla concorrenza. Questo non vuol dire che l’intelligenza artificiale della piattaforma di streaming sappia individuare i registi migliori; ma che consente di offrire a registi e sceneggiatori una libertà d’azione che altrove potrebbero semplicemente scordarsi.

Il meccanismo l’ha spiegato pochi giorni fa Ted Sarandos, Chief Content Officer di Netflix, in occasione dell’annuale Media & Communications Summit di New York; raccontando come fossero riusciti a strappare alla Fox il regista Ryan Murphy, autore di successi come American Horror Story, Nip & Tuck e altri ancora. Durante la negoziazione, racconta IBTimes, ”Netflix ha condiviso un bel po’ di dati con Murphy, mostrando le performance di numerosi suoi spettacoli e le similarità e differenze in termini di audience”. Tra le altre cose, sono state rivelate alcune correlazioni sorprendenti scovate proprio dall’algoritmo; per esempio, che i fan di American Horror Story sono spesso anche appassionati di una sitcom animata come Bob’s Burger.

“Si può provare a immaginare quali altri show apprezzi chi guarda American Horror Story; ma credo che nessuno avrebbe potuto immaginare che apprezzassero Bob’s Burger”, ha raccontato alla platea Sarandos. “È questo che ci dà la possibilità di ampliare l’audience di un regista, e allo stesso tempo di consentirgli di uscire dalla sua comfort zone. Se Murphy volesse creare uno show per la Fox che non rispetti i canoni apprezzati dagli spettatori di quel network, semplicemente non glielo lascerebbero fare. Netflix, invece, è in grado di sfruttare al meglio la maggior parte delle cose che ha in mente di fare”.

È questa la forza di Netflix, un algoritmo in grado non solo di scegliere i contenuti più adatti ai nostri gusti (rischiando di rinchiuderci in una sorta di filter bubble dell’intrattenimento: ma questo è un altro discorso), ma che consente anche ai produttori di ottimizzare gli investimenti e, se questo non bastasse, di offrire una maggiore libertà creativa a registi e sceneggiatori. Nel frattempo, però, i competitor stanno affilando le armi e si fanno sempre più numerosi: il 2018 sarà l’ultimo anno del dominio di Netflix?

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