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Mediobanca-Generali: allo snodo del capitalismo italiano manca un nuovo socio forte. Sarà Cdp?

Philippe Donnet, ceo del gruppo Generali, con Alberto Nagel, a.d. di Mediobanca, in Piazzetta Cuccia

Solo un fuoco estivo o qualcosa di più? Buona la seconda, è l’opinione che prevale in Piazza Affari a proposito dell’interesse per lo spin off di Generali da Mediobanca, l’ultimo dossier italiano spuntato sulla scrivania di Gordon Singer, figlio del numero uno del fondo Singer, vulcanico e instancabile come il papà nel muovere le pedine del fondo activist che dispone di 38 miliardi di dollari alla costante ricerca di impieghi più redditizi e consoni alle regole della creazione di valore.

Il titolo Mediobanca venerdì è salito del 2% circa, dopo la notizia rivelata da Dagospia (e ripresa da Repubblica) dell’acquisto di una quota dell’1% da parte del fondo Elliott; indiscrezioni però non commentate dal fondo Usa, già vittorioso regista della scalata a Telecom Italia che ha strappato la maggioranza del cda a Vivendi.

Stavolta il copione sembra diverso. Elliott, che in Italia può contare sula consulenza di Paolo Scaroni che lo rappresenta nel Milan, avrebbe intenzione di metter mano in uno degli intrecci storici (e tutto sommato ormai meno efficienti) del capitalismo italiano: il rapporto tra piazzetta Cuccia e la controllata Generali, per decenni la leva attraverso cui la “vecchia” Mediobanca ha controllato la finanza italiana, con un occhio più attento agli equilibri del potere che non al ritorno per i soci. La situazione è senz’altro cambiata, ma anche nell’era Nagel la banca d’affari stenta a recidere il cordone ombelicale con il Leone. Anche nell’ultima conference call Alberto Nagel ha assicurato che “in tempi brevi”la quota nella compagnia scenderà dal 13,5 al 10%, ribadendo le dichiarazioni già fatte negli ultimi anni. Ma quello che fu il fortino del salotto buono evolve con eccessiva lentezza per i gusti di Elliott.

L’idea è di recidere una volta per tutte il cordone ombelicale tra la compagnia e la banca. Perché:

  1. La quota in Generali, pur con un ragguardevole rendimento del 17% annuo, consuma capitali e distoglie il management dell’istituto dalla sua missione di banca d’affari. Con il risultato che gli utili dipendono in buona parte dal business assicurativo;
  2. La governance dell’istituto è ancor oggi autoreferenziale. Il management, in pratica, promuove sé stesso e la sua rappresentanza in cda è garantita dal patto parasociale in cui primeggia Unicredit, cioè un concorrente;
  3. Separare banca e compagnia potrebbe del resto essere una soluzione gradita a Jean Pierre Mustier, il numero uno di Unicredit (azionista all’8,6% in Mediobanca), che vedrebbe di buon occhio lo scorporo della quota Generali;
  4. Più difficile l’accordo con Vincent Bolloré, il socio forte in Mediobanca. Ma la partita qui finirà per intrecciarsi con il dossier Telecom Italia, una ferita ancora aperta nel fianco di Bollò.

È evidente che un’operazione di scissione tra due presenze storiche della finanza italiana avrebbe l’effetto di un terremoto. Il vuoto creato dall’uscita di Mediobanca andrebbe colmato da uno o più soci forti. Difficile che possa essere uno straniero, altrettanto difficile che gli attuali partner (Caltagirone, De Agostini, Del Vecchio, Benetton) possano o vogliano impegnare da soli tante risorse. E così potrebbe maturare l’idea di coinvolgere la Cdp nell’operazione (come già era stato ventilato nell’aprile scorso in occasione di rumor circa una partnership tra poste e Generali nei rami danni) magari dopo averla liberata dal peso dell’investimento in Telecom Italia.

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