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Innovazione 13 Agosto, 2018 @ 3:56

La Netflix italiana al servizio delle major

di Ugo Bertone

Contributor, ho visto cambiare l’economia italiana.Leggi di più dell'autore
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Articolo tratto dal numero di luglio di Forbes Italia

Una società “orgogliosamente italiana” ama definirla Giorgio Tacchia, 44 anni, il manager ex Fastweb che nel 2012 diede il via assieme a Stefano Parisi all’avventura di Chili. Ci sarebbe da dubitarne di fronte all’invito della campagna che dall’inizio di giugno promuove la navicella italiana dello streaming sugli schermi delle tv inglesi o tedesche: “Live your movie, Don’t just watch!”. Ma non di sola pubblicità si tratta, semmai di un modello di business, proiettato a livello (per ora) europeo, creato da manager italiani, vedi Giorgio Tacchia, con altri pionieri ex Fastweb (assieme a Stefano Parisi, l’ex candidato sindaco di MiIano, ormai prestato alla politica a tempo pieno), che nel tempo ha raccolto l’adesione di azionisti italiani che hanno garantito il capitale necessario all’impresa (55 milioni). La famiglia Lavazza, innanzitutto, che ha scelto Chili per il suo primo vero investimento oltre il mondo del caffè (già sono sulla rampa di lancio le prime iniziative di co-marketing).

Ma anche Francesco Trapani, ex ceo di Bulgari ed attuale socio di Tiffany, Antonio Belloni di Lmvh, fino ad Anna Passera, sorella del banchiere. Ci sono anche il fondo Antares di Stefano Romiti e Negentropy Capital Partners, fondo basato a Londra guidato dall’ex Morgan Stanley Ferruccio Ferrara. Una bella compagnia di giro che ha dato fiducia ai partner fondatori, radunati nella finanziaria La Brace consentendo loro di cimentarsi nel mare dello streaming popolato da corazzate del calibro di Netflix, Amazon, Apple, Google, nonché da competitor più domestici, Infinity (scuderia Mediaset) e Tim Vision, senza far conto sui finanziamenti delle banche: agli occhi dei bankers italiani, si sa, contano solo le garanzie immobiliari, mica il precedente di Netflix, che dalla quotazione (anno 2002) ha garantito ai soci un guadagno del 33mila%.

Certo, Chili non aspira a tanto. Ma le ambizioni non mancano, come testimonia tra l’altro il piccolo esercito cosmopolita messo insieme per avviare la conquista dell’Europa: un centinaio di dipendenti, per lo più tecnici altamente specializzati, al 15% non italiano, per i due quinti fatto di donne, età media 32 anni, che, tra le altre cose, fa da collettore al lavoro di Hotcorn, il magazine digitale che conta redazioni un po’ ovunque, da Milano a Singapore, passando per Los Angeles, New York, Mumbay, Berlino, in Giappone, Brasile e Cina, raccogliendo tutto quanto succede dentro e attorno al cinema.

Anche a loro tocca riempire di contenuti l’avventura nata alla Bovisa nella primavera del 2012, con qualche buona idea e (pochi) capitali che, dopo un lungo rodaggio, sia finanziario che commerciale, oltre al test della tecnologia sta trovando il conforto dei risultati: un fatturato che a fine 2018 si stima toccherà i 30 milioni di euro contro i 13,2 del 2017, a loro volta quasi raddoppiati rispetto ai 7 del 2016. Il tutto grazie ad un patrimonio di clienti che entro l’anno toccherà i tre milioni di utenti (Germania e Regno Unito già davanti all’Italia insidiata dall’outsider Polonia), ancor prima di raccogliere i frutti del vero balzo in avanti: nel 2019, secondo il business plan mosso a punto da Tacchia, un passato in Deloitte, Unilever e Disney Finance, gli utenti raddoppieranno a sei milioni. E, salvo nuovi investimenti, cominceranno ad affluire gli utili, anche grazie al merchandising.

L’obiettivo, insomma, è la conquista di un posto di prima fila nel mercato europeo dello streaming, ove competono tutti i grandi nomi. Impresa all’apparenza temeraria ma che Chili, peperoncino impertinente ed ambizioso, affronta con l’avallo dei grandi di Hollywood. L’ultima ad aderire, in ordine di tempo, è stata Fox, il colosso in bilico tra Walt Disney (che offre 60 miliardi di dollari) e Comcast, pronta a salire a 70. Chi vincerà la sfida acquisirà anche il 3% di Chili, al pari delle quote già controllate da Paramount Viacom, Warner Bros e Sony. Un network straordinario costruito anche grazie al fiuto di Tony Mirantz, il fondatore di Vudu, la società di streaming online ceduta per oltre cento miliardi di dollari a Wal Mart. La tecnologia di Chili, infatti, è stata testata nel laboratorio di Mirantz (proprietario dell’1%). Ma all’origine del successo c’è un’intuizione di business made in Italy: offrire un’alternativa legale, a basso costo e ad alta qualità alla pirateria, la vera regina dello streaming on line e metterla al servizio delle Majors che, al contrario di Netflix o Amazon, non hanno un canale diretto con i clienti finali. Oltre alla visione dei film, questa l’intuizione di Chili, occorre offrire al cliente tutto quanto può esser messo a disposizione del pubblico grazie ad un marketplace dedicato, una grande Hollywood virtuale, ove l’appassionato può trovare recensioni, trailer, anticipazioni ed il merchandising ufficiale di un film ancor prima della sua uscita. Una grande arma digitale da opporre alla pirateria, che oggi assorbe il 70 cento del business, utile per ammortizzare parte delle spese di comunicazione, e capace di far di Chili, in Europa, la bandiera di chi ama il cinema.

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