I dazi all’importazione non ci renderanno più ricchi

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di Steve Forbes, editor-in-chief

Le misure protezionistiche viste dagli Stati Uniti nell’editoriale apparso sul numero di settembre di Forbes Italia

UNA COSA DA TENERE SEMPRE a mente quando si parla delle battaglie commerciali americane è la seguente: tariffa è soltanto un altro modo di dire imposta sul valore aggiunto. Quando sentite parlare di una tariffa sull’acciaio del 25%, traducetela in un’imposta del 25% sull’acciaio. Vi aiuterà a chiarirvi le idee. Colpire le aziende e i consumatori americani con un mucchio di nuove tasse su prodotti, materiali e oggetti di uso quotidiano come i vestiti dei bambini provoca danni.

Dire che i Paesi esportatori ne saranno più colpiti degli Usa non toglie la verità: anche gli Stati Uniti verranno colpiti. In mancanza di accordi, i nostri esportatori – soprattutto gli agricoltori – sentiranno sulla loro pelle la batosta della rappresaglia. E lo stesso vale per le compagnie che hanno impianti oltremare. Quante Buick o prodotti Apple verranno venduti in Cina l’anno prossimo? Un’altra cosa da non dimenticare: anche se alcune compagnie o settori non sono coinvolti direttamente nel commercio internazionale, le loro prospettive ne risentiranno. Non possono sopravvivere infatti a prescindere da compratori, fornitori e finanzieri che vengono toccati in modo più diretto. Mai sottovalutare l’effetto domino.

Guardate agli anni ’30: la maggior parte delle imprese americane non era rappresentata da esportatrici o importatrici, ma quasi tutte vennero colpite duramente quando lo Smoot-Hawley Tariff Act del 1929-30 finì per paralizzare il commercio globale e il sistema finanziario, innescando una contrazione economica devastante.
Dalla fine della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti e buona parte del resto del mondo hanno gradualmente ridotto i dazi e le altre barriere commerciali, e tutti abbiamo tratto vantaggio da questo processo. Anche qui, basta guardare agli anni ’30 per rendersi conto di quale sia l’alternativa.

Sedersi a un tavolo a contrattare, per dire, un accordo di libero scambio con l’Ue, il Regno Unito o il Giappone sarebbe magnifico. Lo stesso vale per aggiornare il Nafta. Il motivo per cui non ci troviamo già in un’utopia del libero mercato, in cui non esistono dazi o altre barriere, è che ogni Paese ha i suoi gruppi di potere politico. Chiedere al Canada, colpito dalla nostra riluttanza a permettergli di esportare legno dolce e altre merci forestali negli Stati Uniti.
Nel frattempo, anche prima che ulteriori aumenti delle imposte diventino o meno realtà, questo stato di incertezza spegnerà gli investimenti. Dobbiamo combattere gli abusi commerciali di Pechino, ma costruire un fronte unito con i nostri alleati avrebbe generato più frutti rispetto ad agire per conto nostro.

Va considerato anche un altro fattore. Le faide commerciali scatenate dagli Usa contro tutti, se persistenti, sfilacceranno e forse indeboliranno la nostra trama delle alleanze costruite dopo la guerra, che ha generato il più lungo periodo senza grandi conflitti e con una prosperità economica in crescita che la storia ricordi.
Per via di errori economici governativi, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno sperimentato anni di crescita economica scadente. Grazie alla spinta del presidente Trump per la deregolamentazione e il passaggio a sgravi fiscali di rilievo, il Paese sta finalmente iniziando ad abbandonare questo solco.

Se sperimentassimo un’espansione commerciale simile a quella degli anni di Reagan, altri Paesi ci seguirebbero in scia cambiando alcune delle loro politiche economiche che bloccano la crescita. Scelte sbagliate su tasse, denaro e norme sono state le ragioni primarie della stagnazione commerciale americana (e non solo).
Un’escalation di guerre commerciali annullerà la nostra ripresa e riporterà al clima che ha contraddistinto gli anni ’30. Un mondo sempre più caotico ci danneggerà tutti e avvantaggerà i regimi autoritari, che sono i nemici della democrazia.

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