Quanto sono costati (e quanto rischiano di costare) i salvataggi Alitalia

aereo alitalia all'aeroporto di Los Angeles
Un volo commerciale Alitalia in partenza dall’aeroporto internazionale di Los Angeles (Shutterstock)
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aereo alitalia all'aeroporto di Los Angeles
Un volo commerciale Alitalia in partenza dall’aeroporto internazionale di Los Angeles (Shutterstock)

L’Alitalia torna ufficialmente sotto le ali dello Stato. Il governo, dopo un vertice a tre (presenti il premier Giuseppe Conte, il vice Luigi Di Maio e il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha dato ieri la sua disponibilità a partecipare alla costituzione della nuova Alitalia: nel capitale il Tesoro sarà affiancato dalle Ferrovie dello Stato che sempre ieri hanno dato il via libera all’ingresso di Delta Airlines ed EasyJet come partner industriali, preferiti a Lufthansa, deciso ad andare avanti solo con la garanzia di tagli per almeno 3mila unità.

Di qui la scelta “tricolore” ribadita stamane dal vicepremier ai sindacati: lo Stato sarà protagonista a garanzia, ha aggiunto, di “principi fondamentali come la tutela dei lavoratori e i livelli occupazionali”, oltre che il principio dell’italianità, un po’ frustro per la verità, visto la caduta della quota di mercato del vettore di bandiera che, pur sotto le vesti di compagnia privata, è costata in media la bellezza di € 145 milioni annui al contribuente.

Ma, immemori delle passate disavventure, si riparte con propositi battaglieri. Di Maio, che spera in una proposta vincolante delle due compagnie, non ha escluso nel corso dell’incontro di oggi la possibilità di alzare l’asticella della presenza dello Stato in Alitalia anche oltre il 50% dal 15% previsto magari con l’ingresso di altre società partecipate dal Mef – vedi Poste Italiane – per arrivare al controllo della nuova compagnia aerea pur rispettando, si legge in una nota di Palazzo Chigi, “la sostenibilità del piano industriale e in conformità con la normativa europea”, con riferimento alle possibili se non scontate accuse di aiuti di Stato, pendenti già per la proroga del prestito ponte che con gli interessi sfiora ora il miliardo. Facile prevedere che Lufthansa, una volta fallita la trattativa per l’ingresso nel vettore italiano, non starà con le mani in mano, sia a Bruxelles che, soprattutto, nei cieli.

Al di là degli aspetti politici e delle pruderies nazionalistiche, c’è da domandarsi quali margini di successo abbia l’ennesimo tentativo di rilancio della compagnia che è costata assai ai contribuenti e minaccia di provocare nuovi salassi. “È bene ricordare”, ha scritto al proposito l’esperto di Trasporti Andrea Giuricin, “che Alitalia ha perso lo scorso anno circa € 500 milioni, vale a dire una somma simile all’utile di Fs. Ricordiamo inoltre che Alitalia ha bisogno di € 2 miliardi per un rilancio serio. Chi li metterà?”

In attesa di elementi più precisi, la sensazione è che l’onere maggiore cadrà sui partner italiani. E non saranno noccioline secondo Giuricin che ha provato a fare alcuni conti. La creazione di una Bad company con € 3,2 miliardi sarà pagata in buona parte dal contribuente italiano tramite FS e lo Stato. Nel frattempo ogni giorno che passa, Alitalia perde oltre € 2 milioni, dopo che lo scorso anno ne ha bruciati circa € 500 milioni. Tra BadCO e il prestito ponte, si parla di circa € 4,2 miliardi, vale a dire quasi l’importo completo della Torino-Lione”.
L’Alitalia, ha scritto Gianni Dragoni, è finora costata € 145 a testa per ciascuno dei 60 milioni di italiani, compresi quelli che non sono mai saliti su un aereo. Prepariamoci ad aggiornare il conto.

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