Chi è il medico che ricostruisce i tessuti orali grazie alla terapia rigenerativa

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La medicina contemporanea mira sempre di più a un uso limitato di farmaci e di sostanze sintetiche a favore di metodiche biologiche e un utilizzo più attento della chirurgia con tecniche sempre meno invasive. In questo contesto, la terapia rigenerativa è uno dei rami più promettenti della medicina.

I trattamenti di medicina rigenerativa utilizzano, infatti, tecnologie avanzate con l’obiettivo di rigenerare aggregati cellulari, chiamati micro-innesti, i quali attraverso l’utilizzo di bio-materiali innovativi ed agenti biologici, consentono di riparare tessuti danneggiati e ricostruire completamente quelli persi. I trattamenti richiedono una piccola anestesia locale e hanno un livello di dolorabilità assente o molto basso. Il ritorno alle normali attività è molto veloce, talvolta anche immediato.

Per saperne di più, abbiamo intervistato Stefano Scavia, medico odontoiatra specialista in implantologia, parodontologia e rigenerazione dei tessuti orali, che opera presso la sua clinica Odontoaesthetics, immersa nel verde di Milano3.

Lei si sta facendo un nome nel campo della cura del cavo orale sia in Italia che all’estero. Potrebbe spiegarmi nel dettaglio di che cosa si occupa esattamente e a quale categoria di pazienti è rivolta la sua attività professionale?

Professionalmente nasco come laureato in odontoiatria ma da quasi un ventennio ho scelto un percorso specialistico in chirurgia orale, concentrandomi poi, anno dopo anno, nel campo sempre più specifico della rigenerazione dei tessuti della bocca e delle nuove tecniche minimamente invasive. Diciamo che se oggi dovessi proprio cercare una parola per definirmi professionalmente sceglierei il termine “rigenerativologo”. In sintesi mi occupo principalmente di coloro che hanno perso i denti ed ai quali i comuni dentisti hanno diagnosticato una carenza di osso o gengiva tale da non poter eseguire una riabilitazione di tipo fisso con gli impianti. A questi si affianca poi tutta una serie di pazienti che per motivi patologici, traumatici o genetici hanno subito gravi e irreversibili danni ai tessuti del cavo orale, causandone nella maggior parte dei casi, la parziale o totale compromissione della funzionalità.

Lei e il suo team siete molto attivi anche nel campo della ricerca scientifica, ma c’è un argomento in particolare che le ha permesso di fare la differenza rispetto ai suoi colleghi?

Direi che non c’è una specifica ricerca o una singola pubblicazione, quanto piuttosto una filosofia di lavoro innovativa, che fa della soddisfazione dei bisogni del paziente il suo obbiettivo primario, senza però scendere a compromessi relativamente al risultato clinico finale, che deve essere sempre il più “eccellente” possibile. La rigenerazione è l’aspetto chiave di quello che facciamo, la ricostruzione di ciò che è andato perso nel cavo orale, la riproduzione quanto più fedele di ciò che è stato in origine creato dalla natura, il così detto “biomimetismo”. L’ approccio ricostruttivo richiede tradizionalmente interventi, disagi, restrizioni importanti, i nostri studi negli ultimi 15 anni sono stati orientati a ottenere il massimo risultato e nel contempo a ridurre il dolore, i sacrifici e i disagi richiesti ai pazienti che necessitano di sottoporsi a questo tipo di percorso terapeutico. Stiamo pubblicando uno studio che ci ha richiesto oltre 5 anni di lavoro, l’obbiettivo è quello di ridefinire le linee guida della chirurgia ricostruttiva dei tessuti mascellari, non solo riducendone l’invasività e il numero degli interventi, ma aumentandone in modo importante l’efficacia terapeutica. Stiamo puntando ad alzare l’asticella della rigenerazione dei tessuti (osso, gengiva, parodonto etc.) del cavo orale a livello internazionale.

Lei che ha girato il mondo per lavoro, Usa, Germania, Svizzera, Korea e molto altro; ha mai pensato di trasferirsi all’estero?

Certamente, e non poche volte. Ho avuto proposte da prendere seriamente in considerazione presso numerose realtà professionali straniere sia private che universitarie. Io però credo profondamente nell’equilibrio della persona ed una vita dedicata allo studio, alla ricerca, al perfezionamento della propria figura professionale richiede al nostro fisico un importante esborso di risorse ed energie. Così come le radici sono la fonte primaria di stabilità, di sopravvivenza e di nutrimento di un albero, io credo che l’essere umano non possa prescindere dalle proprie radici, che nel mio caso sono la mia famiglia, la mia città, la mia nazione. Probabilmente non sarei quello che sono se fossi trapiantato in un altro contesto.

Anche sul piano didattico sta portando avanti dei progetti importanti, può spiegarmi di cosa si tratta?

Anzitutto va distinta la mia docenza universitaria dalla mia accademia privata. Nel primo caso insegno agli studenti del corso di aurea in odontoiatria e ai medici che frequentano il master dell’Università di Milano Bicocca le basi della chirurgia orale, in particolare orientate alle nuove tecniche minimamente invasive. Per quanto riguarda la mia accademia, si chiama MIDA, che è un acronimo di Minimal Invasive Dental Academy, è un progetto didattico nato qualche anno fa per formare professionisti che vogliano specializzarsi nelle tecniche rigenerative più avanzate.
In questi anni il progetto si è evoluto ed è diventato un vero e proprio network. Attraverso numerose partnership accademiche e scientifiche diamo ai medici la possibilità di intraprendere differenti percorsi formativi ed un esame finale per arrivare ad ottenere una certificazione e per entrare a far parte del nostro gruppo di specialisti. Nel contempo i pazienti possono ricercare direttamente, attraverso il portale digitale, il medico certificato più vicino a loro. Stiamo anche formando alcuni fra gli studenti universitari più capaci, dandogli la possibilità di iniziare a frequentare l’accademia già dal quarto anno del corso di laurea. Ai miei pazienti e ai colleghi che seguono i miei corsi cerco di insegnare che “demolire è spesso semplice, ricostruire ciò che è andato perso è molto complesso, ma questo è lo stato dell’arte”.

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