L’azienda fondata da due ex compagni di scuola che vuole combattere la siccità

Greenvest
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Articolo apparso sul numero di agosto 2022 di Forbes Italia. Abbonati!

Possono due amici venticinquenni cambiare i destini della transizione ecologica di un Paese intero? La risposta, affermativa, è nella storia di Greenvest, l’azienda fondata nel 2011 da Carlo Capogrossi Colognesi (ad e ceo) e Luciano Brusadelli (ad), che al tempo erano soprattutto due amici ed ex-compagni di scuola con una forte passione per le fonti rinnovabili e gli investimenti green. Oggi sono a capo di un marchio di eccellenza italiana con numeri che fanno invidia a tanti: un gruppo che nel 2022 prevede di chiudere con un fatturato di circa 70 milioni di euro, che impiega più di cento collaboratori con un’età media di trent’anni. E tutto all’interno di un open space innovativo dove non ci sono orari né cartellini da timbrare, ma solo il carburante dell’entusiasmo.

Greenvest è la prima Energy service company (Esco) italiana per redditività. Non solo: Greenvest ha firmato il primo progetto di transizione all’illuminazione sostenibile in un centro commerciale italiano, I Granai di Roma, può vantare un utile netto di più del 14% del fatturato, cavalcando la rivoluzione green da oltre un decennio.

“Abbiamo iniziato installando un pannello fotovoltaico su un capannone di proprietà della famiglia di Luciano”, ricorda Carlo. Però la strada si è dimostrata subito in salita, com’è di regola in Italia: nel 2011 il ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani decise di tagliare gli incentivi per le energie rinnovabili, e Greenvest fu costretta a ripensarsi. “Abbiamo optato per il Led, una tecnologia finanziariamente sostenibile e adatta a noi anche perché avevamo conoscenze tra i produttori di lampade”. Certo, di acqua ne è passata sotto i ponti da allora. “Quando siamo partiti un tubo a Led costava 180 euro, continua Carlo, “oggi ne costa cinque”.

L’illuminazione è la prima tappa della storia di intuizione e pionierismo che ha fatto di Greenvest ciò che è oggi: l’azienda ha anticipato i tempi non solo sposando la tecnologia a Led, ma facendolo in qualità di Esco. “Siamo passati dal produrre energia verde al ridurre il fabbisogno energetico”.

Quando il mercato dei Led è diventato troppo saturo, i due imprenditori sono passati all’Hvac, acronimo che sta per Heating, ventilation and air conditioning, ovvero riscaldamento, ventilazione e condizionamento dell’aria. “Lavoravamo con centri commerciali e altri clienti che ci dicevano di aver risparmiato l’8% in bolletta grazie al nostro intervento, ma di voler aggredire il restante 92%. Costi legati a impianti di condizionamento e riscaldamento”, aggiunge Carlo. L’acquisizione della società specializzata Alta Energia ha permesso a Greenvest di espandere il suo portafoglio tecnologico, estendendosi al ramo del condizionamento e riscaldamento.

L’azienda che ha saputo anticipare i trend energetici e reinventare il suo marchio di fabbrica non ha mai smesso di farlo: è passata dal b2b, dove i clienti erano principalmente centri commerciali, al b2c, con in mente l’utente finale. E quindi cappotti termici, infissi, efficientamenti energetici delle abitazioni private. 

È nata una partnership con Eni Gas e Luce, grazie a persone del settore che, spiega ancora l’ad, “hanno parlato bene di noi, portando Eni a interessarsi a Greenvest”. Non è un caso fortuito ma l’effetto di un approccio smart, tipico di chi sa fiutare le occasioni prima che si presentino. “Siamo stati tra i primi in Italia a puntare commercialmente sul b2c, perché il 60% della Co2 in Italia è prodotto dalle residenze”. Poi nel 2020 è arrivata la pandemia, ma con essa e i suoi enormi problemi anche una misura governativa che ha fatto da trampolino per le ambizioni di Greenvest: il Superbonus 110%. “La pipeline si è ventuplicata”, e con essa la scala di interventi. “Abbiamo censito due miliardi e mezzo di euro di interventi e quadruplicato il nostro personale, che oggi ammonta a cento persone. Nel 2019 eravamo in 26”.

In dieci anni, i due amici e soci fondatori sono stati in prima fila a osservare com’è cambiata la coscienza green del Paese. “La consapevolezza ambientale ha avuto un’esplosione graduale grazie ad alcuni eventi che si sono concatenati: le proteste di Greta Thunberg e Fridays for Future, il riscaldamento globale, la grande siccità del 2017, i ghiacciai, la plastica nei mari, il meteo che cambia. E poi il ritorno alla natura generato dai lockdown e dagli anni della pandemia”. 

Luciano sottolinea anche il cambio di paradigma sotto il profilo del business. “Quando abbiamo iniziato, undici anni fa, la leva per convincere gli imprenditori a sceglierci era il risparmio economico. Poi, piano piano, è aumentata la sensibilità a questi temi: il mainstream ha iniziato a parlare di problemi reali legati all’inquinamento, e si è passati da un racconto fondato su una chiave economica a uno quasi inverso. Adesso anche i grandi player danno la priorità a presentarsi come aziende attente alla sostenibilità e all’ambiente. Il risparmio è diventato una componente secondaria”.

Qual è la prossima tappa dell’inesauribile viaggio di innovazione di Greenvest? La battaglia alla siccità. “Stiamo concentrando le nostre risorse e i nostri capitali sul fronte dell’emergenza idrica, e abbiamo diverse idee in merito”, spiega ancora Luciano. “Il nostro obiettivo è ridurre il consumo di acqua sia nelle abitazioni che nelle grandi aziende produttrici, in genere di beni alimentari, in modo sostenibile e garantendo gli standard qualitativi odierni”.

Dalle parti di Greenvest c’è un ingrediente segreto che altrove manca: un’idea precisa di futuro da costruire. “Vogliamo un mondo migliore, e non lo diciamo per slogan o frase fatta”, dice Carlo. “Noi crediamo nel bello, non è vero che dobbiamo tenerci un mondo sbagliato. Greenvest si chiama così perché cerca soluzioni vere, economicamente sostenibili. Nel mondo che vorremmo si premia chi ricicla ed è attento all’ambiente, e punisce chi inquina e spreca. E anche nel mercato green c’è tantissimo spazio per migliorare”.

Dove vedono la loro creatura green fra altri dieci anni i due fondatori? “La vediamo nel mondo, con una produttività bilanciata anche all’estero; vediamo un’azienda che risparmia acqua e costruisce immobili a consumo zero, che propone materiali riciclabili e migliora la qualità di vita della gente”, risponde sicuro Carlo.

L’amico e collega Luciano preferisce pensare a dove si trovava 11 anni fa. “Eravamo nella stanza di Carlo e cercavamo cosa fare della nostra vita professionale, avevamo appena concluso il percorso universitario in economia e abbiamo unito le nostre competenze e le nostre visioni. E oggi abbiamo uffici per circa duemila metri quadrati, con tante persone che collaborano con noi: bisogna partire da qui”. Ed è una grande base su cui costruire, non c’è che dire.

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