Laura Samani racconta la marginalità in “Piccolo corpo”, il lungometraggio che ha vinto il David di Donatello

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Laura Samani
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Articolo tratto dall’allegato Small Giants del numero di luglio 2023 di Forbes Italia. Abbonati!

di Fulvio di Giuseppe

Quando è salita sul palco dei David di Donatello ha commentato: “Pesa, eh…”. Ma in realtà, non erano solo i tre chili della statuetta, a pesare era soprattutto il valore di quel premio appena ricevuto. Un riconoscimento e una responsabilità: miglior regista esordiente nel 2022 per il suo Piccolo corpo.

Un premio che vale come un invidiabile biglietto da visita e, ovviamente, carica di attese e aspettative. Eppure, Laura Samani, non sembra in alcun modo farsi condizionare.

“Pesa come tutti i premi. Questo, in particolare, ha assunto un grande valore con la diretta tv ma la soddisfazione maggiore è che si vota tra pari e dà pertanto garanzia che il film sia piaciuto davvero. Però è necessario rimanere fedeli al proprio pensiero: se ci si confonde, si rischia poi di fare i film pensando a ciò che il pubblico vuole”.

Piccolo corpo: un lungometraggio sul realismo magico

Trentatré anni, triestina, una laurea in Discipline dello Spettacolo e della Comunicazione all’Università di Pisa e il diploma in Regia al Centro Sperimentale di Roma, Samani ha all’attivo diversi cortometraggi, tra cui La Santa che dorme, presentato in anteprima a Cannes Cinéfondation.

Ed è proprio su quel solco che è poi stato girato il suo primo lungometraggio, che oltre ai David le è valso una quarantina di premi, tra cui il Premio Flaiano come Miglior opera prima e l’European Film Awards come scoperta europea.

“Il film è nato grazie al racconto di una storia incentrata sul realismo magico: mi hanno chiesto, proprio sulla scorta del mio precedente corto, se fossi interessata al realismo magico e quando ho risposto positivamente mi hanno parlato dei miracoli del respiro. A quel punto, è partito lo studio e ho scoperto che si trattava di una pratica diffusissima e ho fatto ricerca sul territorio”.

La storia di Agata

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Una scena di Piccolo corpo

Il viaggio è durato tanto: cinque anni dall’ideazione alla realizzazione di un film su Agata, che affronta un travaglio difficile e la bambina nasce già morta, senza aver mai respirato.

Per questo, il battesimo non può essere fatto e l’anima della bambina è destinata al limbo. Agata però viene a sapere che sulle montagne del nord pare ci sia un santuario dove è possibile resuscitare i bambini per un tempo limitato ma sufficiente a battezzarli.

Lasciata sola dal marito e dai compaesani, si mette in viaggio con il corpo della figlia nascosto in una scatola di legno. E durante il percorso non mancheranno incontri e prove di fede.

“Il cinema è un’industria, ha sue leggi e le sue regole – ammette Samani – e questo non va dimenticato mai. Però il paradosso è che sia io che la casa di produzione Nefertiti Film con Rai Cinema abbiamo fatto decentramento, perché la mia è una storia della disgrazia. E così, grazie a noi, l’industria del cinema si è fatta portavoce delle marginalità”.

La vicinanza dello spettatore con i personaggi

Un business che dimostra la possibilità di aprire a tematiche troppo spesso trascurate sul grande schermo. “Ho l’impressione che qualcosa stia cambiando nella realtà del cinema italiano – evidenzia Samani –. Ho la sensazione che ci siano altre persone che come me hanno un’attenzione alle realtà regionali, dalle fiabe al folklore italiano. Del 2021, ad esempio, oltre al mio Piccolo corpo penso a Il re granchio, un altro film che contribuisce ad alimentare la tradizione orale”.

E di tradizione e promozione del territorio Samani potrebbe essere una vera testimonial: Piccolo corpo è stato girato in continuità cronologica ed eventi come la nevicata nella seconda parte del lungometraggio sono infatti casuali e reali.

Le riprese sono prevalentemente effettuate con camera a mano per restituire allo spettatore una forte vicinanza con i personaggi. Non fa eccezione la lingua: tutto il film è recitato in dialetto friulano e veneto.

“Queste pratiche di creazione con una intera comunità con cui stai lavorando rappresentano la parte fondamentale, indispensabile e più bella del mio lavoro. E quando ricevo un premio, in realtà è il riconoscimento a un intero team”.

Un secondo film in arrivo

Un’industria, in sostanza, in cui i ruoli di co-protagonisti vengono interpretati dalla creatività e dalla forza economica.

“È evidente che ci vogliano i soldi per fare il cinema. Non è un tipo di realtà comunicativa artistica che si fa con un foglio e una penna ma in fin dei conti, in qualunque caso, ogni medium ha una sua specificità. Ci sono delle figure apicali e siamo in una fase in cui tutte le risorse sono buttate sull’attorialità ma l’unica strada è ricordarsi che è certamente un’industria ma vanno considerate anche le cose pratiche. Basta pensare al mondo della serialità: la bolla è ormai esplosa”.

Lei, intanto, si concentra sul suo prossimo film. Samani sta infatti lavorando alla realizzazione del suo secondo lungometraggio, anche in questo caso ‘locale’.

“Il film sarà interamente ambientato a Trieste, in una scuola superiore e i protagonisti saranno un gruppo di adolescenti. Non posso dire altro e non posso sbilanciarmi oltre, anche perché uno degli aspetti rilevanti del nuovo modo di fare cinema è legato al marketing e dobbiamo rispettare tutti i passaggi”.

 

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