Come rovinarsi con le proprie aspirazioni

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Teoria della classe disagiata è uscito a settembre.

C’è un saggio a metà tra il sociologico e l’economico di cui chiunque lavora nell’editoria, nelle riviste, nei libri, nell’arte – diciamo nell’industria culturale, in senso lato – in Italia ha parlato almeno una volta nelle ultime settimane: Teoria della classe disagiata non è soltanto un fortunato caso letterario, ma anche una brillante rappresentazione dei vizi, le virtù e le idiosincrasie di un settore in cui parlare di lavoro in termini economici spesso è ancora tabù. Pubblichiamo un estratto del libro, per gentile concessione dell’editore minimum fax.


Un personaggio che incontreremo più volte in queste pagine è Lucien de Rubempré, il tragico protagonista delle Illusioni perdute di Balzac. Lucien nasce Chardon, figlio di un farmacista geniale ma povero nella città di Angoulême. Tuttavia il suo sangue è nobile, come il nome Rubempré che eredita dalla madre, e anche le sue ambizioni: Lucien scrive poesie ed è convinto di essere atteso da un luminoso destino. Un’aristocratica spiaggiata in quelle terre dimenticate, Madame de Bargeton, lo prende in simpatia, un po’ se ne invaghisce e lo espone nel suo salotto per raffinati reading all’attenzione di una cerchia di nobili di provincia. La relazione tra i due risponde precisamente a uno schema posizionale: lui, ancora adolescente, è attratto dalla contessa che sembra proporsi come sponsor; lei, più matura, vede in lui un idealismo che la distrae dalla noia della provincia. Così Rubempré e Madame de Bargeton finiscono per illudersi a vicenda, e dopo aver dato scandalo ad Angoulême decidono di partire assieme a conquistare Parigi: lei con i suoi titoli, lui con la sua arte. Lucien è così convinto del suo talento – sicuramente straordinario per una cittadina di quindicimila anime – che riesce a farsi dare tutti i risparmi dei suoi familiari per investirli in una scalata al successo. Periodicamente si vedrà il nostro fuorisede imbruttito scrivere a casa per chiedere altri soldi, promettendo beninteso di restituirli non appena si sarà fatto un nome.

Quando si profila la possibilità di un incontro all’Opera con la potente marchesa d’Espard, che potrebbe finalmente far decollare la sua carriera poetica, Lucien de Rubempré spende tutti i suoi risparmi in abiti lussuosi per non sfigurare. Investimento tutto sommato ragionevole, se non fosse che non basta un abito costoso per nascondere il suo portamento e far dimenticare le sue origini popolari. Lo scandalo è inevitabile. Rubempré – cioè Chardon, figlio di farmacista – ha bruciato in poche settimane tutto il suo patrimonio familiare e si ritrova solo, in una città ostile, senza risorse ma con tanti versi nella testa e un bellissimo vestito nell’armadio. Eppure tutto questo ancora non gli è bastato a perdere le sue illusioni, e passerà lunghi mesi a scrivere nella più nera povertà prima di decidersi a rinunciare a ogni principio e riconvertire la sua piuma al giornalismo scandalistico.

Dove hanno sbagliato Lucien e la signora de Bargeton, quando pieni di progetti hanno lasciato Angoulême? A spiegarglielo è il cinico Monsieur du Châtelet. Essi vedevano soltanto la superficie della loro relazione – l’infatuazione letteraria tra una nobildonna e un poeta – ma non sospettavano tutto quello che c’era dietro: le determinazioni, le strutture, i circuiti segreti della ricchezza. I due amanti erano soltanto marionette in un tea­tro e quando il teatro è venuto giù hanno dovuto interrompere la recita. Questo è precisamente quello che accade a tutti quelli che competono tra loro per realizzare le proprie aspirazioni artistiche e professionali: chi ha le risorse (come la Bargeton) va avanti, chi non le ha (come Rubempré) scopre di non poter proseguire. Ma questa differenza non è evidente da subito, anzi risulta spesso occultata. Perché per la classe disagiata vige la stessa regola che per gli aristocratici: di soldi non si parla. Ed è anzi proprio dalla capacità di non parlarne che si misura lo status.

“Di soldi non parliamo mai” è anche il titolo italiano di un breve articolo pubblicato nel 2014 sul sito Abbiamo le prove, nel quale la scrittrice americana Ann Bauer svela l’ipocrisia e i non detti che si celano dietro la facciata del lavoro culturale. “Ebbene sì, tutto questo è molto volgare, lo so e me ne scuso”, precisa l’autrice nel farlo, consapevole del fatto che gli altri scrittori preferiscono attribuire al talento e alla determinazione quello che spesso dovrebbe essere attribuito ai loro privilegi. La ­Bauer­ descrive per filo e per segno la storia delle sue fortune e delle sue sfortune, e conclude rivelando di essere sostanzialmente mantenuta dal marito. Questa onestà le sembra preferibile all’inganno di uno stimato scrittore, erede di un immenso patrimonio, che alla domanda di una ragazza “giovane, ingenua ed evidentemente poco informata” su come gli fosse stato possibile passare dieci anni sul suo capolavoro, aveva risposto seriamente che si era finanziato scrivendo articoli. Malgrado qualche risatina del pubblico, “l’autore, impassibile, è andato avanti e ha lasciato credere a quella ragazza che una manciata di articoli per The Nation e Salon lo avessero mantenuto per dieci anni a Manhattan”.

La classe disagiata è avvezza a questo tipo di mistificazioni che dovrebbero servire a nascondere gli aspetti più prosaici dell’esistenza e mettere in scena una vita sognata. Le biografie degli scrittori in quarta di copertina ci parlano dei loro libri ma non di quello che fanno davvero otto ore al giorno per guadagnarsi da vivere, né delle eventuali eredità su cui si appoggiano. Quando ci presentiamo a uno sconosciuto incontrato a qualche evento mondano, non è raro che ci venga illustrato il suo visionario progetto creativo; per quante perplessità ci susciti, sappiamo anche che non esiste reazione più socialmente riprovevole che chiedergli “Sì, ma come campi?” – e quindi resteremo per sempre nel dubbio. Si crea in questo modo una vera e propria bolla, popolata da individui che tentano di convincersi reciprocamente del proprio relativo successo attraverso la produzione ipertrofica di segni, ma in fondo soprattutto impegnati a posizionarsi nella speranza che qualcuno possa issarli fuori verso una vita migliore. E intanto, come Lucien de Rubempré, ci si svena a distribuire mance.

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