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Business 23 Ottobre, 2017 @ 2:36

Dalla lingerie al web, le nuove vite di Scaglia

di Ugo Bertone

Contributor, ho visto cambiare l’economia italiana.Leggi di più dell'autore
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Silvio Scaglia e la Creative director di La Perla Julia Haart.

Articolo tratto dal numeri di novembre 2017 di ForbesITALIA

La startup è sulla rampa di lancio: Yewno (da leggere come “You know”), piattaforma già adottata dall’università di Stanford, sta per entrare nell’orbita della finanza con una prima missione: rivoluzionare la ricerca online con un sistema ben più evoluto e raffinato di Google. Non una risposta meccanica a una singola interrogazione, come prevede l’algoritmo di Sergej Brin e Larry Page, ma un’analisi approfondita dei contenuti online, senza far ricorso a un motore di ricerca ma replicando, via intelligenza artificiale, i meccanismi di funzionamento della mente umana. Un sistema messo a punto da Ruggero Gramatica, ex Fastweb, che ha già conquistato grossi consensi in Silicon Valley dove ha sede la società. Ma in cabina di regìa c’è posto anche per una vecchia conoscenza di casa nostra: Silvio Scaglia che, entusiasta per i primi risultati, ha deciso non solo di finanziare in modo molto importante il progetto (dieci milioni di dollari), ma passa anche sempre più tempo a New York per curare gli aspetti di business del progetto, destinato presto ad allargare il raggio d’azione.

“Attualmente Yewno è utilizzato da molte università” – dice Scaglia. “Ora ci stiamo occupando di sviluppare una nuova applicazione, cioè un prodotto concepito per il mercato finanziario in grado di capire l’andamento dei mercati meglio e prima che con i sistemi in uso. Servirà per elaborare indici o, ad esempio, per mettere a punto un sistema di early warning per i portafogli azionari”. Non c’è che dire: Silvio Scaglia, l’uomo che a suo tempo diede il via alla telefonia mobile in Italia (vedi Omnitel) per poi lanciare, primo al mondo, la sfida di una rete in fibra ottica, non ha ancora perso la voglia di investire. E di rischiare. Che si tratti di modelle (Elite), lingerie di lusso ed abbigliamento ready to wear (La Perla) o di alta tecnologia. Per amor di guadagno, certo, ma anche per una sorta di virus che lo spinge a rimettersi periodicamente in gioco, che si tratti di lingerie, sfilate o di tecnologia.

“Mi piace guardare indietro e vedere un’azienda che prima di me non c’era o che rischiava di non esserci più”, spiega. “Non c’è niente di più bello che dar vita a qualcosa di nuovo”. Come fu con Omnitel e Fastweb. O far rivivere quel che rischia di non esserci più, come La Perla: “Un’azienda unica, ben posizionata nell’assoluta eccellenza, capace di far cose che nessun altro al mondo sa fare”, anche grazie al know how di modelliste e cucitrici, un patrimonio che, senza l’intervento di Pacific Global Management, rischiava di disperdersi. Un’altra startup, in un certo senso, condotta con metodo ma anche molto coraggio, come piace a Scaglia, arruolato dopo la laurea da Gian Filippo Cuneo e poi “scoperto” in Piaggio da Giovanni Alberto Agnelli, il primogenito di Umberto, per poi approdare (su indicazione di Pier Luigi Celli), alla guida di Omnitel, per la vera mission impossible dell’epoca: far concorrenza nella telefonia mobile a Tim, la più efficiente e redditizia startup europea.

Kendall Jenner alla Milano Fashion Week di quest’anno.

Di lì, conclusa con successo l’esperienza nell’azienda destinata a confluire in Vodafone, il salto da manager a imprenditore con una sfida, la prima rete interamente in fibra ottica, mai tentata prima di allora. Una volta venduta Fastweb agli svizzeri di Swisscom (900 milioni di euro circa, bella cifra anche se al lordo delle tasse), la sua success story poteva finire lì. Ma così non è stato, nonostante un’incredibile vicenda giudiziaria. Scaglia ha non solo ripreso le redini di Elite, la famosa agenzia di model management, che sotto la sua regìa si è trasformata in un’eccellenza globale, ma è anche andato a caccia di una nuova preda, con lo sguardo rivolto ai mercati globali, ormai più a suo agio nel mondo del business in Cina o in Usa piuttosto che in Italia, “Paese tra i più belli ma dove è più difficile fare business”. E non solo business.

Ma è dal Bel Paese che è cominciata la sfida che, in un certo senso, non si aspettava nessuno: l’investimento in La Perla, premiata ditta bolognese del lusso fondata nel secondo dopoguerra da Ada Masotti, la maestra dell’arte della corsetteria, acquistata nel 2013 all’asta attraverso la Pacific Global Investment, bruciando Sandro Veronesi di Calzedonia, il leader del settore che probabilmente non si aspettava un concorrente del genere. Il costo? Poco più di 69 milioni di euro versati al Tribunale di Bologna per ripagare i creditori (già rassegnati a tagli ben più dolorosi), solo una frazione rispetto ai 350 milioni investiti nel rilancio dell’azienda: 1.650 dipendenti, a partire dalle modelliste bolognesi, “l’anima” artigiana della storica impresa che oggi conta in Italia 650 persone, più i 400 operai in Portogallo e la rete commerciale internazionale: in tutto più di 1.650 persone cresciute di 70 unità in Italia nel solo primo semestre del 2017 grazie alle assunzioni nelle aree stile, qualità, sviluppo prodotto. Insomma, un gioco costoso e impegnativo.

Ma per capire che lui proprio non ci pensa basta sentirlo parlare della sua creatura. “Nessuno al mondo riesce a fare cose così belle” dice con malcelato orgoglio l’ingegnere prestato al lusso rimirando le prime creazioni di Julia Haart, la stilista cui Scaglia ha affidato poco più di un anno fa la direzione creativa sia della lingerie che lo sbarco nel ready to wear. “Non è stato facile trovare la persona giusta”, confessa. “Anzi, ho sbagliato più volte sia su questo versante che a proposito del management, sono stato troppo lento nell’effettuare i cambiamenti. Oggi sto ancora costruendo la squadra”. Ma con l’arrivo di Julia Haart, già consulente dell’azienda, la gestione creativa è a posto. “Il lavoro di Julia è davvero rappresentativo del lifestyle La Perla. Lei ha saputo focalizzarsi sull’importanza del corpo femminile e sull’esperienza maturata nel vestirlo e valorizzarlo”. E i riconoscimenti cominciano ad arrivare. “Julia Haart” – ha scritto Vogue Russia – “sta liberando le donne dai vestiti scomodi. Dalla testa ai piedi”. Ad un prezzo non banale, perché per la lingerie pensata da miss Julia si va fino a 1.700-1.800 euro a capo, per non parlare degli abiti portati da testimonial quali Gwyneth Paltrow. Forse è per questo che sono circolati rumor di potenziali interessati all’acquisto: prima Sandro Veronesi di Calzedonia, poi la figlia di Lakhsmi Mittal, il re indiano dell’acciaio. “Ma non c’è assolutamente niente di vero. Non si è fatto avanti nessuno. E per giunta vendere adesso, al termine della fase più complicata, sarebbe una pura follia”.

Dopo tanti sforzi (e tanti errori), infatti, Scaglia comincia ad annusare aria di svolta anche se la meta del break even è ancora lontana. “Raggiungeremo il pareggio quando il fatturato sarà una volta e mezzo quello attuale, cioè attorno ai 220 milioni di euro contro i 140 di oggi”. L’appuntamento è per la fine del 2018. Nel frattempo, complici gli ulteriori investimenti (per completare il piano occorre ancora un centinaio di milioni di euro), la griffe bolognese sarà costretta a nuovi deficit (per decine di milioni), ripianati senza chieder soldi a nessuno. L’azienda, infatti, non ha un solo euro di debito perché finora è stata finanziata esclusivamente con una parte dei proventi della vendita di Fastweb (900milioni circa), senza far ricorso a obbligazioni, credito bancario o a eventuali partner, il cui arrivo non è certo all’ordine del giorno.

“L’unica cosa che conta oggi” – tronca l’imprenditore – “è assicurare il successo dell’azienda”. Un risultato che, a suo avviso, ormai è a portata di mano perché, a fine cura, La Perla è già oggi una macchina da guerra in grado di produrre e distribuire un fatturato triplo di quello attuale . “Le potenzialità dell’azienda sono enormi, soprattutto oggi che stiamo superando le difficoltà della produzione che hanno condizionato le consegne, un aspetto particolarmente importante per un prodotto stagionale. E lo stesso vale per la rete commerciale, che oggi è all’altezza della sfida su tutti i mercati. Il modello distributivo della vecchia La Perla dipendeva in larga misura dalle vendite all’ingrosso alla grande distribuzione organizzata, specie in Usa, circostanza che imponeva grossi sconti. Oggi, al contrario, le vendite cresciute del 45 per cento a 140 milioni sono all’80 percento effettuate direttamente al retail”. Non solo in Europa, oggi più meno la metà del fatturato, ma anche in Asia (circa un quarto delle vendite) con una rete di 30 negozi creata dal 2013 in poi, e negli Usa, dove tra l’altro la scorsa estate è stato inaugurato il nuovo flagship store a Rodeo Drive, Los Angeles, presto balzato in testa alle vendite del gruppo.

Oggi, assicura Scaglia, l’organizzazione è a posto, in grado di supportare un volume di produzione e di vendite tre volte superiore ai valori attuali. Si può sperare, insomma, che entro 18 mesi La Perla possa fare il bis di Elite World, il gruppo che, sotto la regia di Scaglia e l’attenta gestione del ceo Paolo Barbieri, è diventato il network di agenzie di model management leader nel mondo e può contare su un giro d’affari attorno ai 200 milioni di dollari, attraverso un network di 20 agenzie che assistono 3000 tra modelle e modelli in cinque continenti. Una leadership consolidata dall’Elite Model Look, l’annuale contest di scouting di new faces in un mercato che, nei soli Stati Uniti, vale 1,2 miliardi di dollari. “Elite” – conclude Scaglia – “è una realtà consolidata. Il lavoro lì è stato completato”. Quindi potrebbe essere ceduta? “Per carità no. Sta bene dov’è”.

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