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Arte da asporto

Take me (I’m yours)

Arte da toccare, da prendere e da conservare, arte da scambiare con i propri ricordi, arte con cui giocare. Arriva all’Hangar Bicocca di Milano la mostra collettiva Take me (I’m yours), concepita dall’artista francese Christian Boltanski e da Hans Ulrich Obrist, direttore artistico della Serpentine Gallery di Londra. Il progetto espositivo, che coinvolge oltre 50 artisti internazionali, ha come punto di partenza l’opera Quai de la Gare (1991) di Boltanski, che consisteva in un cumulo di vestiti di seconda mano da provare e portare a casa in un sacchetto di plastica con la scritta “Dispersion”. Un’opera destinata per l’appunto a disperdersi, a scomparire, che veniva spogliata dei concetti di immortalità e unicità dell’arte per assorbire la caducità di chi l’aveva creata e di chi la fruiva. L’arte veniva intesa come mero prodotto dell’uomo e come oggetto dal duplice valore: quello artistico e quello fine a se stesso. Stava ai visitatori decidere quale scegliere.

Allestita per la prima volta nel 1995 alla Serpentine Gallery di Londra e (ri)presentata a partire dal 2015 a New York, Parigi e Copenhagen, Take me (I’m yours) ribalta i canoni espositivi mettendo al centro proprio i visitatori, che vengono invitati a toccare le opere, a modificarle, a consumarle e a scambiarle con propri oggetti personali oppure a portarle via con sé, contribuendo a svuotare fisicamente gli spazi del luogo che la ospita. Una mostra che non si limita a mostrare, ma che anzi, incita l’interazione e il coinvolgimento attivo del pubblico, non più considerato semplice fruitore passivo dell’arte ma soggetto creativo e collaborante.

Take me (I’m yours)

A partecipare all’esposizione con opere “project specific” sono grandi nomi dell’arte contemporanea come Carsten Höller, Gilbert & George, Yoko Ono, Armin Linke, Annette Messager, Yona Friedman, Luigi Ontani e Wolfgang Tillmanns. Dal 1° novembre fino al 14 gennaio 2018, sarà possibile fare esperienza diretta dei loro lavori intervenendo attivamente nel loro processo di trasformazione/distruzione. Abbiamo fatto qualche domanda a Christian Boltanski per capire com’è nata Take me (I’m yours) e perché ha senso riproporla a più di 20 anni di distanza dal suo concepimento.

 

Da dove nasce Take me (I’m yours)?

L’idea è partita da una chiacchierata con Hans: volevamo creare una mostra che fosse libera e accessibile a tutti, in cui le opere potessero essere toccate e maneggiate, addirittura rubate. È nata quasi come uno scherzo, volevamo che i visitatori si sentissero come dei bambini in pasticceria! L’obiettivo era scardinare il classico concetto di istituzione museale: quando ho creato Quai de la Gare, ad esempio, volevo che il pubblico indossasse i vestiti, che desse loro una nuova vita. Ognuno dei pezzi poteva essere inteso come un’opera d’arte, e quindi un pezzo di me, oppure come un semplice abito. Take me (I’m yours) riprende quell’idea.

 

A partire dal 2015, Take me (I’m yours) è diventata itinerante, toccando varie città del mondo tra cui Bologna, dove ha portato la sua personale Anime. Di luogo in luogo. In cosa differiscono le varie versioni della mostra?

Take me (I’m yours) è stata concepita come un gioco: le regole possono essere cambiate quando e come si vuole. Si può decidere di coinvolgere artisti internazionali oppure gli studenti delle scuole d’arte, come nel caso di Bologna. Si può allestire in un museo oppure nella cucina di casa. Dato che le opere si consumano durante l’arco della mostra, non c’è trasporto e non c’è replica esatta possibile. Ogni volta si riparte da zero. È questo il senso del progetto.

Take me (I’m yours)

Pensa che sia necessario ribaltare le regole della fruizione dell’arte?

Ogni tanto lo considero giusto, ma non credo sia sempre necessario. Ad esempio, le mie ultime personali seguono i canoni classici dell’esposizione museale. Ma ricordo che un giorno abbiamo pensato che l’arte iniziasse a prendersi troppo sul serio, che si stesse irrigidendo. Volevamo accorciare le distanze tra gli artisti e la gente e volevamo farlo attraverso un esperimento ironico. Un esperimento che secondo me dev’essere riproposto di tanto in tanto, giusto per ricordare che esistono altre prospettive da cui guardare l’arte.

 

Dal 1995 a oggi, come sono cambiate le reazioni del pubblico alle opere in mostra?

Rispetto ad allora, le persone sono più disposte a interagire con l’arte, a prenderla e a portarla via. Fino a qualche decennio fa, la sacralità dell’arte era molto più sentita, oggi l’approccio è cambiato, c’è più fluidità e meno pregiudizio.

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