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Strategia 13 novembre, 2017 @ 12:09

Essere più produttivi con l’economia del sonno

di Cristina Maccarrone

Giornalista, blogger, formatrice.Leggi di più dell'autore
Siciliana trapiantata a Milano, scrive di lavoro, economia, innovazione e arte. Ha iniziato a Il Tirreno e scritto per il Giornale di Sicilia, Vanity Fair, Yahoo! Finanza, la Nuvola del Lavoro - Corriere.it e altri. Ha diretto e cofondato un freepress cartaceo e online, Walk on Job, su università e lavoro. Dopo un'esperienza in azienda, è tornata a fare la freelance scrivendo per varie testate e blog aziendali. Ama girare Milano in bicicletta, vedere le mostre in anteprima, chiacchierare dal vivo e sui social. chiudi

La produttività può calare anche in sala riunioni

Dormire di più per guadagnare di più, aumentare il Pil e rendere aziende e lavoratori non solo più soddisfatti, ma anche più produttivi. Può sembrare un paradosso, specie in una società connessa 24 ore su 24 e in cui la strada per la carriera è spesso lastricata di rinunce e privazioni. E invece è ciò che emerge da diversi studi focalizzati sul rapporto tra lavoro e perdita di sonno: dormire è fondamentale per l’economia di un Paese. Una voce così importante che si può addirittura parlare di “economia del sonno”.

Stando infatti a una ricerca condotta dall’associazione no-profit RAND Europe, dormire meno di 6 ore può minare – più di quanto si creda – il Pil di interi Paesi come Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Germania e Giappone. Su questi si è infatti concentrato lo studio Why Sleep Matters – The Economic Costs of insufficient sleep, relativo all’impatto che il sonno insufficiente ha sulla fornitura di manodopera, sui rischi di mortalità e sull’acquisizione di competenze da parte dei più giovani con “effetti potenzialmente negativi riguardo al ciclo di vita del mercato del lavoro e ai guadagni connessi”. I ricercatori hanno dunque incrociato i dati dei datori di lavoro associandoli alle ore di sonno dei lavoratori.

Così il sonno influisce su PIL e fatturato
La diminuzione della produttività si traduce in maggiori costi per le aziende: “Uno studio condotto nel 2015 su compagnie di diversi settori ha rilevato che il dipendente tipo, in proporzione al suo stipendio, può costare circa 1200 dollari a causa della mancanza di sonno, cifra che arriva a 3mila in caso di sonno davvero insufficiente o di insonnia” spiega Micheal Grandner, direttore dello Sleep and Health Program all’Università dell’Arizona. “Il lavoratore povero di sonno ha una prestazione inferiore rispetto a un altro, nella stessa posizione, che dorme bene. A questo vanno aggiunti poi lo stress e altri fattori”.

Inoltre “chi non ha una buona qualità del sonno è più propenso a darsi malato, a mancare tutta o metà giornata, ad addormentarsi sul lavoro, a commettere errori amministrativi, a farsi male o ammalarsi anche per lungo tempo e questo ha un costo anche in termini di assistenza sanitaria: circa 5mila dollari all’anno in più”.

A essere messi peggio sono gli Stati Uniti, che perdono ogni anno 1,2 milioni di giorni lavorativi. Seguono il Giappone con 600mila giornate perse all’anno, il Regno Unito e la Germania con poco più di 200mila. Di conseguenza, gli USA arrivano a “bruciare” fino a 411 miliardi di dollari all’anno pari al 2,28% del Pil, la Germania perde fino a 60 miliardi di dollari (1,56% del Pil). ma si arriva anche a casi limite come quelli del Giappone con una perdita pari al 2,92% del Pil.

Perché dormire è così importante per il lavoro
Ma cosa succede al nostro corpo quando il sonno non è sufficiente? “Quando dormiamo”, spiega il professor Luigi Ferini Strambi, direttore del Centro di Medicina del Sonno del San Raffaele di Milano e presidente dell’Associazione Mondiale di Medicina del Sonno (cui si deve l’istituzione della giornata mondiale del sonno), “le nostre parti anteriori (frontali e prefrontali) sono in stand by, questo avviene sia durante la fase Rem che non Rem. A riposare sono dunque le aree che noi utilizziamo di più durante la veglia, se le si osserva infatti mentre il soggetto è a riposo, si assiste a una vera e propria modificazione di esse. Si tratta di aree legate al problem solving, alle attività motorie, chi non dorme bene avrà delle conseguenze nella capacità di elaborare risposte, oltre a rischiare seriamente di farsi male”. E infatti, come dimostra RAND, alla privazione di sonno è connesso un rischio di mortalità più elevato: chi dorme meno di 6 ore ha il 13% in più di probabilità di morire rispetto a chi riposa tra 7 e 9 ore.

A rischio soprattutto “i privati di sonno”
Spesso sono gli stessi lavoratori a rivolgersi agli esperti nel tentativo di risolvere il problema: “Il 15% dei nostri pazienti” precisa il professore “lo fa per problemi legati alla produttività del lavoro. Tra i motivi ci sono turni che non si riesce più a tollerare, ma c’è anche chi soffre di apnee notturne o narcolessia. In generale hanno tra i 30 e i 60 anni, anche se sono in aumento i giovani con problemi di parasonnie (come il sonnambulismo), insonnia o «privati di sonno»”.

Questi ultimi, a detta di Ferini Strambi sono i soggetti più a rischio. “Esistono 3 diverse categorie: i brevi dormitori cui basta dormire 4-5 ore, i privati di sonno che invece di dormire preferiscono fare altro e l’insonne vero che pur avendo tutte le situazioni favorevoli, non riesce a dormire. La popolazione generale vede tra chi non dorme bene un 9% di insonni cronici, un 10% di privati di sonno per volontà o necessità, 3-4% di brevi dormitori. Chi ha delle reali conseguenze sul lavoro? Il breve dormitore no, l’insonne cronico riesce in qualche modo a compensare la carenza di sonno e a costruirsi un equilibrio mentre il privato di sonno ha i problemi più gravi. Alle parti anteriori sono legate anche le aree che servono al controllo dell’emotività e al comportamento e così può succedere che il privato di sonno abbia una sorta di disinibizione comportamentale che non gli fa interpretare correttamente le emozioni di chi ha davanti. E questo, basti pensare ai lavori a contatto con il pubblico, ha dei risvolti diretti sulla produttività”.

Il poco sonno lede anche chi ha grosse responsabilità: “Da noi vengono manager stremati dal jet lag, dai molti viaggi o dai numerosi contatti che avvengono durante la notte”, aggiunge Carolina Lombardi, responsabile unità semplice Centro Medicina del Sonno dell’Istituto Auxologico e ricercatrice all’Università Bicocca di Milano. Lo conferma anche la ricerca di McKinsey The organizational cost of insufficient sleep: orientamento al risultato, problem solving, pensiero laterale ecc… sono qualità richieste a un leader sì, ma anche compromesse dal dormire poco o nulla. “Dopo 17- 19 ore consecutive di veglia”, si legge nella ricerca “le prestazioni individuali su una serie di compiti sono uguali a quelle di una persona con un livello di alcol nel sangue dello 0,05 %”.

L’importanza dell’orologio interno
Bisogna, poi, fare anche i conti con i “cronotipi”. Dalle parti di Stoccolma ne sanno qualcosa tant’è che hanno deciso di dare il premio Nobel per la Medicina a Hall, Rosbah e Young per la scoperta su come lavora il nostro orologio interno che, peraltro, regola il sonno. “Ci sono le persone «gufo» e le persone «allodola»”, spiega Ferini Strambi. “Se un’allodola, che usualmente va a dormire presto e si alza presto, lavora di notte, non sarà mai vigile come potrebbe essere di giorno. Viceversa, un gufo con un lavoro che inizia alle 8 del mattino, può sì, essere sveglio, ma sarà veramente connesso intorno alle 12-14. E questo comporta che di fronte a un problema, non riuscirà a risolverlo come dovrebbe. Se l’impresa attribuisse i carichi di lavoro in base a queste caratteristiche ci sarebbe un aumento della produttività nonché della sicurezza del lavoratore”.

Cosa possono fare le aziende
E già, ma le aziende come considerano l’economia del sonno? “Si tratta di un ambito molto complesso”, precisa la dottoressa Lombardi “da una parte sono interessate, dall’altro temono di scoperchiare un vaso di Pandora. Però c’è una maggiore sensibilità tant’è che abbiamo iniziato a collaborare con diverse aziende per un progetto legato al benessere dei dipendenti: consiste in un corso di formazione sulle buone abitudini del sonno oltre a informare su quali sintomi possono essere spie di patologie legate alla mancanza di sonno. A questo seguono dei questionari di screening e, se ci sono risultati positivi, si prosegue con la consultazione di un medico specialista ”.

“Bisogna cambiare il modo in cui le persone percepiscono il sonno per ottenere il massimo” aggiunge Grandner. “Se una persona crede erroneamente che il sonno è tempo improduttivo, tende a sacrificarlo. Se apprende che può aumentare la produttività cambia l’atteggiamento. Per farlo è importante l’approccio delle aziende: molte pensano a monitorare il sonno tramite device e app. Questo può essere utile ma non basta. Per esempio, abbiamo aiutato un gruppo di lavoratori con programmi discretamente intrusivi ad aumentare il loro sonno di un’ora, riducendo i sintomi di insonnia del 40% e migliorando il livello di energia diurna del 20%. Non abbiamo cambiato tutti i loro programmi, abbiamo dato loro strumenti, supporto e risorse necessarie per prendere il controllo del proprio sonno”. Tutte azioni che nell’immediato possono sembrare delle voci di spesa, ma che a lungo andare possono evitare di mandare in rosso il fatturato.