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Investimenti 14 Dicembre, 2017 @ 5:53

Cos’hanno in comune Karl Marx, la bolla dei tulipani e quella dei Bitcoin?

di Paolo Mossetti

Contributor, scrivo di cultura economica.Leggi di più dell'autore
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Il Number Six Festival di Porthmadog, Regno Unito.

È sempre difficile trovare argomenti contro un mercato in continuo rialzo. Negli anni ’20 del Settecento, Sir Isaac Newton, il genio della fisica, si rovinò investendo in azioni della Compagnia dei Mari del Sud. “Posso calcolare i moti dei corpi celesti, ma non la follia della gente”, commentò dopo aver acquistato, venduto e infine riacquistato al mercato poco prima del crollo. Al contrario, un certo filosofo di Treviri pensò di aver individuato leggi economiche tanto precise da anticipare le mosse degli individui. Eppure Karl Marx fallì esattamente come Newton. L’8 giugno 1864, l’autore de Il Capitale scrisse al suo collaboratore e amico Friedrich Engels che aveva “fatto un bel colpo in borsa. Son tornati i tempi in cui, a Londra, con arguzia e pochissimo denaro, è possibile far soldi”.

Marx commenterà qualche tempo dopo: “Io, e ciò vi sorprenderà non poco, sto speculando parzialmente in fondi americani, ma soprattutto in azioni inglesi, che quest’anno stanno spuntando come funghi (a beneficio di ogni società per azioni immaginabile, e anche di quelle inimmaginabili), vengono pompate sino a un livello assurdo e poi, il più delle volte, crollano. Ho guadagnato in questo modo più di 400 sterline e, ora che la complessità della situazione politica offre maggiori opportunità, ricomincerò da capo. È un genere di operazione che richiede poco tempo, e che vale la pena di fare, pur correndo qualche rischio, per alleggerire il nemico del suo denaro”.

Non finì bene. Ma se persino il più autorevole critico del capitalismo era affascinato dalla speculazione economica, immaginate il potere di attrattiva dei Bitcoin adesso. In questi giorni, il prezzo della criptovaluta è esploso al punto tale da superare – secondo un grafico pubblicato dall’account Twitter del gruppo Convoy Investments – qualsiasi altra celebre bolla finanziaria della Storia: inclusa la famigerata “Tulipomania” del XVII secolo. Il prezzo dei Bitcoin è aumentato infatti di 17 volte quest’anno, 64 volte negli ultimi tre anni. In altre parole ha fatto meglio, in proporzione, delle percentuali di crescita dei tulipani olandesi tra il 1634 e il 1637. Howard Wang, analista che lavora per Bridgewater Associates (il più grande hedge fund americano) ha chiosato: “Nessuno parla più di come usare i bitcoin per comprare la pizza, ma solo di come poterci fare soldi”.

 

Coincidenze? Io non credo

La bolla dei Bitcoin continuerà a gonfiarsi, si stabilizzerà o esploderà? Chi può prevedere uno scenario da “ipotesi del cammino casuale” (random walk hypothesis), secondo cui alcuni operatori continueranno ad avere risultati eccezionali in virtù non tanto dalle loro capacità e dal loro talento, ma dalla pura casualità, dalle leggi probabilistiche? Secondo l’economista Niall Ferguson, “nella disciplina della storia finanziaria studiamo sistemi più complessi e caotici del tempo atmosferico: sistemi in cui le particelle – gli esseri umani – sono soggette a mutamenti di umore imprevedibili, che vanno dall’«esuberanza irrazionale» dei tardi anni ’90 all’altrettanto irrazionale «paura personificata» degli anni ‘30”. Ma molti non riescono ancora a farsene una ragione.

Tornando ai giorni nostri, uno dei pionieri delle criptovalute, Mike Novogratz, disse una volta che quella del Bitcoin (con maiuscola quando parliamo del concetto in sé, minuscola se parliamo delle unità di valuta, consiglia il sito American Banker) sarebbe stata “la più grande bolla dei nostri tempi”. Il che, ovviamente, non ha impedito a Novogratz di continuare a investire in questo mercato. Infatti più recentemente ha spiegato: “Il Bitcoin potrà raggiungere tranquillamente i 40.000 dollari per la fine del 2018 e l’Ethereum passare nello stesso periodo dai 500 ai 1.500 dollari”. Anche gli altri membri della vastissima famiglia delle criptovalute sono in crescita pazzesca: Litecoin, Feathercoin, Auroracoin (pensata per gli islandesi) e persino la moneta dei… meme: Dogecoin, che ha per simbolo il famoso cane del tormentone web.

Bolle soffiate dai tifosi del West Ham in campo durante una partita casalinga.

Dal Mississipi ai mari del sud

La domanda che sorge spontanea – cosa causa le bolle? – è quella più difficile a cui dare risposta, perché ogni bolla storicamente è differente dalle altre. Ad esempio, la bolla della Compagnia del Mississippi, creata in Francia da John Law tra il 1719 e il 1720, fu possibile grazie a tre elementi: la dilagante creazione di denaro, l’attrazione di capitale estero e, in ultima analisi, il potere dello Stato. La storia della Compagnia dei Mari del Sud, che fece tra le sue vittime Isaac Newton, è diversa: a causa del sistema politico parlamentare britannico non vi fu mai una seria possibilità che la Compagnia riuscisse ad assumere il controllo di tutte le istituzioni chiave della finanza. Per la stessa ragione, quando il prezzo delle azioni della Compagnia iniziò a cadere, essa subì anche la concorrenza di altre compagnie, che invece in Francia era limitata proprio dallo Stato. Su questo e altri aspetti, con il Bitcoin la storia delle bolle del passato si ripete. Come nel caso dei tulipani (e a differenza delle monete reali come il dollaro) il Bitcoin non sembra avere mercato al di là di quello virtuale: ben pochi attori economici accettano pagamenti con il Bitcoin, poche attività commerciali fanno i conti questa moneta; che non funziona, dunque, come mezzo di scambio.

Allora proviamo a rispondere anche ad un’altra domanda: di che natura è la bolla del Bitcoin? La sua caratteristica più originale, che lo ha fatto diventare un punto di riferimento per la comunità hacker e anarchica, è il suo anonimato: che permetterebbe, pare, scambi esentasse tra soggetti poco desiderabili della società, un po’ di riciclaggio di denaro sporco e l’acquisto facilitato di alcune sostanze stupefacenti. Questo ci riporta un po’ alla mente la speculazione settecentesca del Mississippi già citata sopra, nella quale John Law si ridusse al punto di reclutare orfani, banditi e prostitute pur di popolare i desolati possedimenti francesi in America. Che in teoria, secondo i prospetti economici sventolati da Law, avrebbero dovuto giustificare quotazioni salite di cinque volte in 12 mesi.

Ma noi commettiamo spesso un errore: credere che un mercato si occupi quasi esclusivamente di regolare un commercio, quando concretamente la vera ambizione di chi vi opera è quella di riformare la finanza. Tant’è che i seguaci di Ayn Rand, la filosofa del libertarianesimo e dell’egoismo razionale, furono assieme all’economista Friedrich Hayek tra i primi sostenitori delle valute alternative e quindi delle criptovalute, poiché potrebbero privare le banche centrali della loro “centralità” democratica: anche se, nonostante l’esplosione della moda, sembrano ancora lontani da quest’obiettivo. A dire il vero, questo mercato si è scoperto fin dall’inizio estremamente elitario: nel 2013, raccontava Business Insider, poco più di 900 persone possedevano metà dei bitcoin; oggi, riporta Bloomberg, circa 1000 persone posseggono il 40%. E, come in passato, c’è da capire quando gli investimenti fatti da gente esperta saranno ritirati quando il mercato è al massimo.

In realtà, l’aspetto più preoccupante di questa bolla, così come di quelle precedenti, inclusa quella delle dot com, è che l’obiettivo principale di molti investitori sembra spostarsi sulla trasformazione del debito nazionale nel capitale speculativo di una società. In altre parole, di convertire le rendite in moneta e, quindi, si spera, diminuire il costo del debito. In secondo luogo, il rischio del Bitcoin è di incoraggiare i cittadini, attraverso vari incentivi, a premunirsi contro le malattie o in vista della pensione investendo nel mercato della criptovalute. Sul sito americano Cnbc si legge che diverse persone stanno aprendo mutui per cedere alla “Bitcoin-mania”. Le tentazioni, del resto, non mancano: riporta il Daily News che una quantità di bitcoin “congelati” dalla polizia bulgara durante un’operazione anticrimine potrebbero coprire, oggi, un quinto del debito pubblico nazionale.

 

Attenti alla riallocazione dei risparmi

Quando nelle speculazioni finanziarie si verifica uno strepitoso aumento dei prezzi come in questo caso, spiega Wang, chi vuole investire si trova spesso ad affrontare un vero e proprio tormento: “Dentro di noi ci sono due tipi di investitori: l’investitore attento al valore, che si chiede: «Forse questo investimento sta diventando troppo costoso?», e l’investitore d’impeto: «Forse mi sto lasciando scappare il momento giusto?» Ecco io credo” – continua Wang – “che l’equilibrio tra questi due approcci determini alla fine la propensione a un comportamento che favorisce le bolle oppure no. Quando c’è un mercato nuovo o in rapida evoluzione, la nostra fiducia nell’investitore attento al valore viene meno, e l’investitore d’impeto può prendere il sopravvento”. Inutile aggiungere che mercati come quello del Bitcoin, che difettano strutturalmente di una base per la valutazione, sono ancora più suscettibili ai mutamenti d’impeto, perché il principale indicatore del valore futuro della valuta è la percezione che il mercato ha del valore attuale della valuta.

Quali lezioni si possono trarre dall’esperienza delle bolle del passato? La sparizione di un attendibile modello predittivo del comportamento del mercato azionario non è una ragione sufficiente per annunciare la “fine della storia economica”, come scrisse il giornalista David Smith un paio d’anni prima del crollo del Nasdaq nel marzo 2000. Semmai, dimostra che auspicare modelli predittivi non dovrebbe essere più il nostro obiettivo. Piuttosto che trovare l’equivalente economico della “chiave di tutti i miti” di cui parlava Casaubon, chi analizza la storia delle speculazioni ha il compito di mettere sul tavolo, in tutta la sua ampiezza, la varietà dei possibili esiti. Anche partendo da punti analoghi in contesti assai simili, possono scaturire grandi differenze tra i risultati.

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