Le storture del capitalismo finanziario? Colpa della nostra psiche

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L’economia non è solo una questione oggettiva e reale, ma inevitabilmente è anche un fatto soggettivo, ovvero si riverbera sulla psiche delle persone e ha conseguenze sui desideri e sui sentimenti. Lo avevano osservato, tra gli altri, già Karl Marx e in seguito il sociologo francese Pierre Bourdieu. E questo aspetto nella nostra epoca governata dal capitalismo finanziario, dove tutto è più veloce e dove gli attori in gioco in un arco di tempo ristretto finiscono spesso per scambiarsi le posizioni di debitore e di creditore, può avere effetti più profondi e violenti.

Preso per buono questo assunto, Arturo Mazzarella, professore di letterature comparate all’Università di Roma Tre, nel suo saggio Le relazioni pericolose (Bollati Boringhieri) prova a invertire la direzione del nesso di causa-effetto e a ipotizzare che sia la nostra struttura psichica a determinare le logiche di produzione e di consumo e le condizioni di credito e debito tipiche del contesto economico in cui viviamo. Per Mazzarella l’economia finanziaria e neoliberista – e forse l’economia tout court – sarebbe un prodotto della nostra economia psichica. Del resto, Sigmud Freud dice che nell’attività psichica c’è un’energia, identificata come il “fattore quantitativo della forza pulsionale”. E per Jacques Lacan la formazione e lo sviluppo del soggetto vanno osservati in una prospettiva economica, in un percorso fatto di scambi, continui e reversibili, mutazioni e trasformazioni a cui si attribuisce un valore simbolico. L’autore, rievocando la figura giuridica del nexum, del vincolo in base a cui, nel diritto romano, il debitore garantiva quanto doveva con la sua stessa persona, argomenta che non c’è “rapporto tra due persone, superficiale o profondo, nel quale ognuno non si scopra, a turno, debitore nei confronti dell’altro”.

Mazzarella prosegue nella sua riflessione portando ad esempio Cecità, romanzo pubblicato da José Saramago nel 1995 e a suo avviso metafora di quello che sarebbe accaduto oltre un decennio dopo su larga scala in ambito economico. Gli abitanti di un paese che non viene nominato diventano inspiegabilmente ciechi, i loro occhi vengono colpiti da una sorta di “mal bianco”, da un’abbagliante luminosità. Ma l’invalidità non è per loro un freno o una limitazione. Al contrario, determina un eccesso di pulsioni, un’esplosione incontrollata di aggressività, dove non c’è più distinzione tra bene e male, dove ognuno cerca di esercitare un dominio sugli altri e al tempo stesso subisce il potere altrui. Nelle relazioni gli argini vengono meno in modo analogo a quello che qualche anno più tardi il giurista Guido Rossi descriverà nel campo della finanza globalizzata nel suo saggio Il conflitto epidemico (Adelphi, 2003).

In Al di là del principio di piacere, opera pubblicata nel 1920, Freud evidenzia come per raggiungere il piacere, soprattutto quello sessuale, si tenda via via ad azioni che comportano l’annichilimento dell’altro. È quello che racconta Philip Roth in L’Umiliazione, uno dei suoi ultimi romanzi, pubblicato nel 2009, dove i due protagonisti, Axler, un sessantacinquenne in disarmo, e Pegeen, donna quarantenne e omosessuale, prostrata da una storia dolorosa terminata da poco, vivono la relazione prima in modo utilitaristico, per uscire da una fase critica, poi con un crescente asservimento reciproco, in cui ciascuno finisce per dipendere dall’altro. Il rapporto tra i due, dunque, diventa una forma di schiavitù, una condizione in cui sono a turno debitori e creditori l’uno dell’altro.

Un possibile superamento di questa forma di potere sull’altro distruttivo e autodistruttivo per Mazzarella sta in quello che Jacques Derrida ha detto in una sua conferenza tenuta nel 2000 e intitolata Stati d’animo della psicanalisi, ovvero nel pensare “un al di là della pulsione di morte o di appropriazione sovrana, vale a dire l’al di là di una crudeltà”. Il che, in altre parole, significa immaginare relazioni caratterizzate da un vuoto non nichilistico, senza la ricerca di un guadagno e senza perdita, e dove ci sia il riconoscimento della distanza che ci unisce, e non ci separa dagli altri. Questa specie di vuoto favorito dalla distanza creerebbe uno spazio di libertà e innumerevoli possibilità di relazioni tra le persone disposte a rinunciare all’impulso di dominio sull’altro.

Va da sé che il tema di cui si tratta è così esteso e complesso da non avere quasi soluzione e che non vi sia un testo per quanto profondo e ben argomentato in grado di illuminare del tutto il problema e di dare una risposta compiuta. Le relazioni pericolose è un saggio dall’andamento, se così si può dire, intuitivo che tuttavia, grazie a un percorso ampio e significante tra psicanalisi, economia e letteratura, ci offre spunti preziosi per interrogarci su noi stessi e sulla realtà che ci circonda.

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