Seguici su
Cultura 28 Febbraio, 2018 @ 7:42

L’arte ai tempi della guerra

di Valentina Lonati

Giornalista freelance. Scrivo di arte, design e teatro.Leggi di più dell'autore
chiudi

Una sala della mostra.

Presentare un’opera d’arte insieme al suo contesto storico e culturale è una delle cose che ci si aspetta da una buona mostra. Purtroppo non accade di frequente, e gli spazi espositivi si riducono a mere scatole vuote, contenitori di arte “mordi e fuggi” da guardare senza capire. Questo però, per fortuna non è il caso di Post Zang Tumb Tuum. Art Life Politics: Italia 1918-1943, nuova mostra-evento della Fondazione Prada di Milano. Curata da Germano Celant, fondatore del movimento dell’Arte Povera, si è presa la responsabilità di spiegare – con oltre seicento opere realizzate da più di cento autori – la scena artistica a cavallo tra le due guerre. Un compito non facile per la pluralità di aspetti – sociali, politici, culturali – che influirono sulla produzione artistica dei tempi.

Post Zang Tumb Tuum è riuscita nell’intento, e merita una visita lunga e approfondita. Fatta questa premessa, va aggiunto che la mostra si spinge ben oltre l’analisi dell’arte futurista – come potrebbe suggerire il titolo, ispirato al poema visivo di Tommaso Marinetti – e abbraccia tutte le discipline e correnti artistiche nate tra la crisi dello Stato liberale e il tracollo del fascismo. Un’operazione mastodontica, come si intuisce. Il percorso espositivo si snoda tra galleria Sud, Deposito, galleria Nord e Podium e ospita dipinti, sculture e disegni ma anche fotografie, manifesti, arredi, progetti e modelli architettonici. Ci sono i Gatti futuristi di Giacomo Balla, le riflessioni sulla velocità di Umberto Boccioni (da vedere l’opera Dinamismo di un footballer, prestata dal museo MoMA Di New York), i paesaggi malinconici di Carlo Carrà e le nature morte di Giorgio Morandi. Ma ci sono anche i disegni architettonici di Piero Portaluppi (che proprio tra le due guerre progettò alcuni degli edifici più fascinosi di Milano: Villa Necchi Campiglio, il Planetario e l’Albergo Diurno Venezia, tra gli altri) e le visioni distopiche di Antonio Sant’Elia, i piani urbanistici della Mostra della Rivoluzione Fascista (1932) e il progetto dell’Esposizione Universale di Roma. Tra loro, tanti, tantissimi documenti dell’epoca, giornali, libri e manifesti. Servono a contestualizzare le opere, a raccontare l’Italia che fu e a documentare quei crescenti fenomeni di radicalizzazione che portarono all’ascesa del fascismo.

Una sala della mostra.

E poi, ci sono le storie. Come quella di Carlo Levi, raccontata attraverso i dipinti e i documenti ufficiali relativi al confino in Basilicata, dove scrisse Cristo si è fermato a Eboli. Oppure quelle di Antonio Gramsci, con la pagina di quotidiano che ne annuncia la morte, Margherita Sarfatti, con il testo della sua biografia del duce Dux, e Piero Gobetti. Ci sono i ritratti del Duce e le sculture raffiguranti il suo volto. Il processo di estetizzazione della politica viene raccontato attraverso le immagini delle parate, le cerimonie, i costumi e le uniformi. Qual era il rapporto degli artisti col regime fascista? Molto frequente era la condivisione passiva del sistema di potere, attraverso la mancata esplicitazione del dissenso. L’artista si chiudeva nel suo mondo e nel suo studio, evitando di aggravare la propria posizione attraverso la collaborazione col governo.

Una sala della mostra.

A rendere più chiaro l’atteggiamento dei protagonisti dell’arte sono le 24 riproduzioni delle presentazioni originali delle opere esposte: le immagini delle mostre e delle gallerie del tempo sono state ingrandite in scala reale fino a diventare lo sfondo dei quadri esposti. Ci si ritrova, così, a guardarli esattamente come fecero i visitatori 90, 80 e 70 anni fa, nella stessa disposizione di un tempo, magari affiancati da tavolini, manifesti e riviste. Una scelta che consente al pubblico di capire meglio non solo il dialogo tra autori e contesto socio-culturale, ma anche la dialettica tra gli artisti di movimenti che passano dal futurismo a Valori plastici, al Novecento, e dalla Scuola romana agli Italiens de Paris. Ed è proprio questo il grande merito della mostra: evitare la decontestualizzazione espositiva, immergendo le opere negli scenari che hanno contribuito a generarle. A ideare l’allestimento è lo studio 2×4 di New York, insieme a Germano Celant.

Il percorso si conclude nella sala Cinema, dove sono proiettati 29 cinegiornali – selezionati in collaborazione con l’Istituto Luce Cinecittà – che raccontano le fasi di allestimento e inaugurazione di alcuni degli eventi espositivi più importanti del tempo. La mostra è visitabile fino al 25 giugno 2018.

Vuoi ricevere le notizie di Forbes direttamente nel tuo Inbox? Iscriviti alla nostra newsletter!