Tomb Raider è un film femminista?

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Una scena di “Tomb Raider”.

Nel 1985 una tavola a fumetti dell’americana Alison Bechdel “inventava” una sorta di test passato alla storia come test di Bechdel: nelle vignette, una ragazza convinceva l’amica ad andare a vedere solo film in cui: 1) ci fossero almeno due personaggi femminili di cui veniva detto il nome, e 2) che questi due personaggi femminili parlassero tra loro, ma 3) che i due personaggi non parlassero tra loro di uomini (che fossero amici, parenti o puntelli). Tutte e tre le pellicole delle Cinquanta sfumature soddisfano di striscio le richieste di Bechdel – per cui, possiamo dire con certezza, il test non è un metro per giudicare il femminismo al cinema. Però è nato per dimostrare che i personaggi femminili spesso sono delle comparse, hanno ruoli di supporto, non vengono identificati in nessun modo e se non sono subalterni al maschio possono scomparire – e scompaiono – senza intaccare lo sviluppo della trama. Il 18 ottobre scorso l’AGI ha pubblicato i dati che interessano le donne a Hollywood: si hanno attrici protagoniste, e non attori, nel 28% delle commedie, nel 14% dei film di fantascienza e nel 3% dei film d’azione.

Ironia della sorte, torna oggi in sala Lara Croft, un personaggio su cui si sono spese infinite parole. L’occasione è un nuovo lungometraggio Tomb Raider (il terzo, ma che finge di essere antecedente) diretto dal norvegese Roar Uthaug, che non poteva scegliere momento migliore di questo: momento di grande coscienza femminile ma non ancora femminista. Lara “torna” perché al cinema c’era già stata: nel vero primo film che fu portato sul grande schermo, nel 2001 – a pieno titolo un film d’azione – lady Croft era l’unica donna dei 100 minuti di girato: interpretata da Angelina Jolie da adulta, da Rachel Appleton da giovane (le quali, per ovvi motivi, non si incontrano mai). Lara Croft: Tomb Raider, quindi, diciassette anni fa, non superava il test di Bechdel, ma non solo: era stato diretto da un uomo, musicato da un uomo, fotografato da un uomo, montato da quattro uomini, prodotto da dieci uomini, scritto da due uomini su un soggetto di due uomini e una donna. Si intravedevano altre due donne fra i sette scenografi, andava un po’ meglio nel team del trucco. Insomma: il primo lungometraggio su Tomb Raider poteva essere l’incubo di ogni attrice.

Eppure, alla sua prima missione – dalla quale il film di Simon West comunque si allontanava – Lara veniva ingaggiata proprio da una donna, tale Jaqueline Natla, ricca imprenditrice che la spediva alla ricerca di un antico artefatto connesso in qualche modo con Atlantide. Era il Natale del 1996 e il videogame Tomb Raider cambiava le sorti dei giochi d’avventura: contaminato da sequenze tipiche degli sparatutto, con la macchina da presa per la prima volta dietro alla protagonista. E con la protagonista, per la prima volta, donna, dietro alla quale c’era un uomo: Toby Gard, classe 1972, evidentemente fanatico di Indiana Jones. Lara diventa archeologa contro la volontà del padre, segue un suo insegnante in Cambogia, assiste all’incidente che gli deteriora una gamba e, qualche anno dopo, rimane bloccata sulle montagne dell’Himalaya: documenta le sue avventure attraverso libri e pubblica articoli su riviste di settore, con i quali si finanzia le spedizioni. Un background credibile e inedito per il personaggio di un videogioco, ma di un personaggio pensato per i maschi: seno e fianchi prosperosi, girovita inesistente, labbra immense, fredda, sarcastica.

Una scena di “Tomb Raider”.

Alla fine del 2010 il brand Tomb Raider passa dalla Crystal Dynamics alla Square Enix e nel 2013 comincia il reboot della saga, con la riscrittura della biografia di Lara e del suo carattere, ad opera, finalmente, di una donna: Rhianna Pratchett. La nuova Lara è più giovane di 24 anni – nasce, infatti, nel 1992 – eredita dalla famiglia un titolo nobiliare che non vuole, rinuncia a Cambridge per un’università meno prestigiosa, si imbarca con un ex soldato della marina britannica alla volta delle coste giapponesi, ma le correnti la spingono verso il Triangolo del Drago. Il Tomb Raider del 2013 fa razzia di critiche: i giocatori si lamentano che Lara “passa la maggior parte del tempo a gridare e piangere”, “cade”, “è in preda al panico”, è “debole”, “dubbiosa” e “dispiaciuta quando uccide”. Ma, soprattutto, ha le curve ridotte. Pratchett si giustifica dicendo di aver voluto umanizzare la Croft, rendendola una giovane e inesperta donna comune, a rischio anche di violenza sessuale (episodio equivoco del penultimo videogioco che ha scatenato una serie di polemiche sfociate addirittura in una querela).

Alla fine del 2015 il reboot prosegue con Rise of the Tomb Raider. E intanto, su altre piattaforme, la web developer Hanah Anderson e il giornalista Matt Daniels pubblicano una fortunatissima analisi interattiva per infografiche di oltre 2.000 sceneggiature hollywoodiane passate al setaccio, studiate e confrontate per dimostrare come addirittura le pellicole Disney, intitolate magari con il nome della protagonista, contino in realtà un maggior numero di battute tra maschi (il caso eclatante è Mulan, in cui Mushu ha il 50% di dialoghi in più dell’eroina umana). E il report conta 307 titoli in cui le donne non spiccicano una parola, contro soli 9 film in cui prevalgono le donne. Ma diciamo che non è la quantità di battute, ma la qualità, a fare di un film un film femminista. La Lara Croft di Angelina Jolie, praticamente muta in entrambi i lungometraggi, è troppo impegnata a guidare motoscafi, sci d’acqua, macchine da corsa, scooter, addirittura una navetta aerea. È questo che rende un personaggio, e un film, femministi? Fargli fare le cose che fanno gli uomini? Dando per assodato che stiamo parlando di un movimento “nato per raggiungere la completa emancipazione della donna sul piano economico, giuridico e politico” che attualmente auspica “l’abolizione dei ruoli tradizionalmente attribuiti alle donne” (dalla definizione Treccani), un film femminista dovrebbe avere una protagonista che gode degli stessi diritti degli interpreti maschi, che svolge le stesse mansioni a parità di retribuzione e impegno, che viene considerata paritaria – e quindi non aliena – come la Lara poliglotta e poli-sportiva dei film dei primi anni Duemila (e metto da parte le continue riprese di profilo a labbra aperte, perché comunque si può essere femministi pure con la quinta di reggiseno).

E arriviamo al 2018: il Tomb Raider dal 15 marzo in 453 sale d’Italia è interpretato da Alicia Vikander e diretto da un uomo, prodotto da quattro uomini, montato da tre uomini, musicato (egregiamente) da un uomo e scritto da due uomini e una donna – che attualmente è alle prese con Captain Marvel, Dungeon & Dragons e altre cose “da maschi”. Ma, fedelissimo al reboot del videogioco, questo nuovo capitolo della saga comincia con Lara, sul ring, che fa a pugni con un’altra donna, mentre l’amica la incita dal pavimento; poi consegna cibo cinese a domicilio e gioca a farsi acchiappare, in bicicletta, dai suoi colleghi maschi, che la trattano alla pari. Incontrerà la matrigna in uno studio legale, scoprirà gli sviluppi sulla scomparsa del padre avvenuta sette anni prima. Tomb Raider supera il test di Bechdel ma non l’algoritmo di Anderson & Daniels: l’85% dei personaggi è di sesso maschile e più del 50% delle battute esce dalla bocca dei maschi. Nella sua prima avventura, l’inesperta Lara deve soggiacere e stare appresso al cattivone di turno, tale Mathias Vogel, che rispetto a lei ha più potere (economico, giuridico, politico: e qui casca l’asino). Lei però non è più tanto aliena: ha un seno proporzionato alla gettata dei salti – ovvero praticamente non ce l’ha –  quando salta poi capitombola, e la prima volta che si trova costretta ad ammazzare qualcuno vive un forte trauma. Agli albori del mito, usa arco e frecce come la Katniss di Hunger Games e non ancora le pistole, ha i capelli raccolti in una coda e non ancora la treccia, ma non ha sequenze sotto la doccia né finisce a letto con un collega. Non è ancora femminismo, ma forse siamo sulla buona strada.

 

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