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Business 21 Marzo, 2018 @ 8:07

Amazon Prime vale davvero quei soldi?

di Davide Piacenza

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Giornalista, scrittore, content editor.Leggi di più dell'autore
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Un magazzino Amazon a Peterborough, Inghilterra.

Notizia di oggi, Amazon ha deciso che dal 4 aprile il suo programma Prime – l’abbonamento annuale che, tra le altre cose, permette la spedizione rapida dei prodotti venduti sulla piattaforma e-commerce – costerà 36 euro l’anno, e non più i 19,99 che i suoi utenti avevano pagato fino a ora. Il sensibile incremento del prezzo è accompagnato da una nuova formula, il piano mensile da 4,99 euro al mese, e la società ha comunicato che non ci saranno modifiche alle preferenze sul rinnovo automatico degli abbonati, i quali potranno richiedere una notifica via email prima della successiva data di pagamento.

La novità porta alla ribalta una domanda che si sono posti in molti anche prima dell’aumento del costo, al momento di abbonarsi: Amazon Prime conviene davvero? Per abbozzare una risposta, bisogna tenere conto dell’offerta complessiva del servizio (che negli Stati Uniti costa 12,99 dollari al mese, o 99 dollari l’anno), che include in automatico anche l’iscrizione ad Amazon Prime Video – l’estensione dedicata a film e serie tv del colosso di Jeff Bezos – la possibilità di farsi consegnare la spesa in giornata con Prime Now e Prime Photos, uno spazio di archiviazione di immagini illimitato in cloud.

Di recente il tech columnist del New York Times Farhad Manjoo ha chiesto ai visitatori del sito del quotidiano americano di indicare le cinque grandi aziende tecnologiche di cui farebbero a meno, se fossero costretti, in ordine da quella più facile da abbandonare a quella a cui sono più legati: Alphabet di Google, Amazon, Apple, Facebook e Microsoft. Se il 56% dei partecipanti dichiarava di potere rinunciare a Facebook senza troppi problemi, solo il 13% concedeva ad Amazon l’ultima posizione. Eppure, la comodità del brand dell’e-commerce è diventata parte integrante della nostra vita quotidiana: come dice Jake Swearingen in un pezzo sul sito del magazine New York, siamo ormai abituati a comprare oggetti di ogni tipo un giorno per l’altro, e regolarci in base a questa disponibilità immediata.

Il piacere di guardare le previsioni del tempo il lunedì, accorgersi che pioverà per tre giorni a partire da giovedì, e avere un ombrello che mi aspetta il mercoledì è diventata così parte della mia quotidianità da non poter tornare indietro.

Magazzino Amazon a Peterborough, Inghilterra.

In realtà, Prime ha un vantaggio ben definito e intuibile per Amazon: portare le persone a usare sempre più (e più spesso) i servizi offerti dalla società di Bezos, in ossequio a un effetto psicologico-economico che gli studiosi chiamano “fallacia dei costi irrecuperabili“: ora che ho speso soldi in un determinato prodotto devo utilizzarlo, anche se la sua utilizzazione implica costi ulteriori. Ma i benefici per gli utenti Amazon sono diversi: la consegna gratuita in un giorno su 2 milioni di prodotti, e quella in 2 o 3 su “molti altri milioni” è garantita dalle linee guida di Prime. Inoltre, il catalogo di Prime Video, lanciato senza grandi battage,  ha fatto notevoli passi avanti, anche se la user experience del servizio a detta dei commentatori è ancora lontana dalle vette di Netflix.

In buona sostanza, la risposta alla domanda “Amazon Prime vale 36 euro l’anno?” deve essere frutto di un calcolo: se siete abituati a comprare lo stretto necessario su Amazon – ad esempio, i grandi elettrodomestici – potete farne a meno (dato che, peraltro, spesso negli ordini con un ammontare costoso le spese di spedizione sono già elise); se viceversa avete gradualmente sostituito Amazon alle commissioni quotidiane, allora i costi della subscription annuale saranno rapidamente riassorbiti dalle vostre abitudini. L’ultima volta che Amazon ha alzato il costo del suo abbonamento annuale in America, nel 2014 – da 79 dollari ai 99 attuali – l’evento non ha intaccato la crescita dell’utenza: lo scorso settembre, 90 milioni di statunitensi erano abbonati a Prime, un servizio che dunque, notava il Washington Post, risulta “popolare quanto gli iPhone”.

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