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Tecnologia 30 marzo, 2018 @ 1:10

I robot non ci ruberanno il lavoro, purtroppo

di Paolo Mossetti

Contributor, scrivo di cultura economica.Leggi di più dell'autore
Nato a Napoli, ha studiato economia e antropologia a Milano, lavorato nel marketing editoriale a Londra e Oxford e come scrittore freelance e cuoco a New York. Ha scritto, tra gli altri, per N+1, Domus, Esquire Italia, Il Tascabile e Lo Straniero. chiudi

Un test del robot “con guidatore” Method-2, sviluppato in Corea del Sud da Korea Future Technology.

Il dibattito sui robot è diventato, almeno negli Stati Uniti, decisamente mainstream. Anni fa, l’allora presidente Barack Obama lanciò un allarme sui bancomat e i chioschi per il check-in agli aeroporti che contribuivano alla disoccupazione del Paese. Preoccupazioni bipartisan: il senatore repubblicano Marco Rubio disse che una delle sfide cruciali del nostro tempo è quella di “assicurare che l’avanzata delle macchine non diventi la caduta dei lavoratori”. Una storia di copertina della rivista Atlantic immaginava le sfaccettature di un mondo senza lavoro. E, sul New York Times, la scrittrice e attivista Barbara Ehrenrich se la prendeva con “le fauci mangia-lavoro della tecnologia, che ora minacciano anche quelli più svegli e costosamente istruiti”.

Probabilmente, se il povero Karl Marx fosse riuscito a intuire che il progresso tecnologico – che lui chiamava “risparmio di lavoro” – non era destinato a distruggere il capitalismo nel XX secolo, bensì a dargli linfa vitale fino al XXI, forse oggi sarebbe davvero il filosofo più studiato nelle facoltà di Economia, e non finito nell’oblio persino delle università cinesi. La cosa paradossale è che nei Grundrisse il genio di Treviri sembrava immaginare un livello di innovazione tecnologica tale da fare concorrenza allo scrittore Isaac Asimov. E questo perché la sua idea era che le macchine, prima o poi, avrebbero liberato gli operai dall’oppressione e rappresentato (metaforicamente) la corda con la quale si sarebbero impiccati i padroni. Tant’è che altri autori radical, più recentemente, hanno attinto ai testi del tedesco per aggiornare il discorso sulle macchine, e portarsi avanti con l’immaginazione. Nel loro nel loro Inventare il futuro, Alex Williams e Nick Srnicek non solo invitano i movimenti sociali a non temere i robot, ma li invitano a chiedere una “piena automatizzazione subito”, che possa liberare l’uomo dal giogo del salario, e apra la strada a un reddito universale di base.

Peccato che – per parafrasare Mark Twain – la notizia della morte del lavoro è fortemente esagerata. Questo è quanto emerge dal report dell’Information Technology and Innovation Foundation (Itif), un think tank americano che ha analizzato ben 702 tipologie di lavoro negli Stati Uniti dal 1850 al 2015. Studiando i trend del mercato occupazionale decennio per decennio, l’Itif conclude che sì, sicuramente l’innovazione tecnologica ha comportato e comporterà una “sostituzione lavorativa” (in gergo, job churn), ovvero dei mestieri che saranno sostituiti da altri, a causa della tecnologia; ma che il tasso di sostituzione attuale è infinitamente inferiore rispetto ad altre epoche della storia: ad esempio, la Seconda rivoluzione industriale.

Letta la ricerca, il quotidiano Wall Street Journal ha colto l’occasione, senza tema di smentita, per definire le nostre preoccupazioni “sbalorditive e male informate”. Questo perché il mercato del lavoro ha subìto in passato, grazie alla meccanizzazione e alle conquiste industriali, shock ben peggiori di quello dei robot, e ogni volta si è ripreso. Secondo l’economista Robert Gordon i veri progressi epocali, dall’acqua corrente e dall’elettricità alla combustione interna e ai motori a reazione, fanno impallidire gli effetti degli smartphone sulla nostra società.

Un robot prodotto dalla startup britannica Open Bionics presentato alla CUBE Tech Fair di Berlino nel 2017.

Ma è anche vero che la Storia non si ripete sempre nello stesso modo: secondo David Rotman del sito Technology Review, che pure è tra i più ottimisti sul tema, ci dobbiamo interrogare sul pericolo rappresentato dal livello impressionante di verosimiglianza con gli umani che l’ultima generazione di robot sta raggiungendo: qualcosa che potrebbe rendere vulnerabili persino i lavori più qualificati, e qualificanti. Una fattoria degli anni Venti del secolo scorso che si è ritrovata con il primo trattore nuovo di zecca non è proprio la stessa cosa – né ha lo stesso peso politico – di un notaio neolaureato che oggi rischia di rimanere senza lavoro a causa di sofisticatissimi software di machine learning. Oppure sì? Forse la politica può informare i cittadini e preparare la classe dirigente ad affrontare il futuro nel modo più ragionevole, ma di certo non può limitarsi a nascondere il problema sotto il tappeto. Soprattutto perché, come emerge dalla ricerca dell’Itif, qualunque siano gli effetti dei robot sul mercato del lavoro, il basso tasso di “sostituzione lavorativa” dovuta alla tecnologia è sintomo di un altro problema: la crescita lenta della produttività – ovvero il valore della produzione per un’ora di lavoro – nell’ultimo decennio. Ed è un problema ben più grave.

Secondo Gordon, questo crollo della crescita di produttività è un sintomo non di innovazione, ma più logicamente di una stagnazione tecnologica. In altre parole: la buona notizia è che i robot non stanno conquistando il mondo; la cattiva notizia è che non lo stanno conquistando perché qualcosa non va. Se la produttività non dovesse crescere, scrivono gli economisti liberal, il rischio è quello di risvegliarci un giorno circondati da automi, ma in un mondo dove la pensione è ancora più un miraggio di adesso, dove le tasse sono sempre più alte, la spesa pubblica per la sanità è diventata ingestibile e i servizi sociali sono buchi neri dei budget nazionali. Il problema non è solo degli Stati Uniti – che hanno comunque livelli di produttività di molto superiori a quelli italiani – ma di tutti i Paesi dell’area Oecd. E preoccupa i governi capitalisti ben più della famosa caduta tendenziale del saggio di profitto di cui parlava Marx.

Il calo della produttività in occidente, che contribuisce a frenare la ripresa dopo la crisi finanziaria del 2008, non è nato ieri ma si osserva da almeno quattro decenni. È iniziato con la crisi petrolifera degli anni ’70, con la fine dell’età dell’oro dell’economia europea e statunitense; è continuato durante gli anni di Reagan. Poi si è visto un rialzo negli anni ’90, con l’arrivo dei computer e di internet, quando i lavoratori sembravano adattarsi alla nuova tecnologia e salari, occupazione e produttività andavano a gonfie vele. Negli anni Duemila e soprattutto dopo la Grande recessione si è avuta una concomitanza di circostanze sfavorevoli: domanda bassa, alta disoccupazione, investitori troppo impegnati a riscuotere dividendi e macinare bonus piuttosto che a innovare; lavoratori troppo deboli – a causa di un sindacato smantellato durante le “Reaganomics” – per pretendere dignità salariale unita a investimenti seri in tecnologia e robot.

Nel caso statunitense, oggi il paradosso è questo: l’economia sta crescendo, è vero, ma principalmente tramite l’assunzione di nuovi lavoratori piuttosto che dotando gli stessi di macchinari più potenti, più avanzati; tali da moltiplicare le loro capacità. E così il numero di ore lavorate per lavoratore è rimasto più o meno piatto, mentre in altri Paesi è aumentato il tempo libero: lo statunitense medio ha 10 giorni di vacanza in meno del tedesco. Bassa produttività vuol dire, purtroppo, anche bassi salari; o, per meglio dire, salari che crescono più lentamente del previsto. Secondo un report economico della Casa Bianca del 2015, se la crescita della produttività negli ultimi 40 anni fosse stata sui livelli del 1948-1973, il reddito medio di una famiglia sarebbe di 30mila dollari più alto di quanto è oggi. Tanto che il giornalista Matthew Yglesias arriva a chiosare: “Quello della produttività è un problema più grande dell’ineguaglianza”. Facile a dirsi, ma vanne a discutere con gli elettori.

Un test del robot “con guidatore” Method-2, sviluppato in Corea del Sud da Korea Future Technology.

Bisogna anche stare attenti a non prendere l’impatto dell’innovazione tecnologica nella nostra vita quotidiana e ingigantirlo al di là del suo peso specifico nell’economia di uno Stato. Secondo queste statistiche, ad esempio, gli americani trascorrono il 23 per cento del loro tempo (da svegli) a guardare la televisione con Netflix, a leggere un libro con Kindle, a giocare con un iPad. Ma i lavoratori impiegati in questi settori non rappresentano certo il 23 per cento della forza lavoro totale, bensì una quota molto più bassa. Lo stesso problema riguarda i cosiddetti gig worker, ovvero i lavoratori-imprenditori precari della sharing economy: sembrano ubiqui grazie alle piattaforme virtuali (e automatizzate) che tutti usiamo – Deliveroo, Uber, Airbnb, eccetera – ma in realtà contano davvero poco. “Si fa fatica a definire il fenomeno”, ha scritto su Twitter il data analyst dell’Oecd Thomas Manfredi. “Nessuno sa con esattezza quanti siano. Da nostre stime sono lavori residuali, da zero punto qualcosa delle forze lavoro. Servono più dati”.

Nel frattempo, noi basiamo molta narrativa giornalistica e politica su abitudini di consumo personali che, certo, sono state effettivamente rivoluzionate dalla Silicon Valley, e purtuttavia occupano molto più spazio nel nostro cervello di quanto ne occupino effettivamente nell’economia. “Più che i nostri lavori, i robot ci stanno fregando il tempo libero”, scrive Yglesias. Pensiamo insomma di aver colto in flagrante il ricatto della tecnologia basandoci sulle nostre percezioni, quando in realtà quella di cui facciamo esperienza è solo una minuscola (e piuttosto ininfluente) parte di mondo.

Nel 1987, l’economista premio Nobel Robert Solow se ne uscì fuori con la frase famosa: “Si può vedere l’era dei computer dappertutto, tranne che nelle statistiche di produttività”. Da qui il paradosso che prese il suo nome; un paradosso che riguarda, purtroppo, anche i professori universitari: per quanti soldi abbiano investito in istruzione e master, per quanto bravi e intelligenti possano essere, nulla di tutto ciò è misurabile facilmente nelle statistiche di produttività (c’è chi ci sta provando, ovviamente con parametri e test di misurazione che sono oggetto, spesso, di polemiche). Ma ecco il vero ricatto: quando qualcosa non è calcolabile con esattezza in termini di produttività – vuoi che sia la qualità dell’insegnamento, vuoi che sia un robot che entra nella nostra cucina – non è possibile affrontarlo con una politica economica esatta.

Il paradosso dei paradossi è che, se davvero si dovesse realizzare l’incubo di un occidente capitalista invecchiato, con sempre meno gente a cui è concesso andare in pensione, con anziani costretti a rinunciare al welfare pubblico e giovani costretti a una qualità della vita miserrima a causa di tasse troppo alte e zero agevolazioni, il modello politico che ci potrebbe tornare utile per gestire il nostro declino è quello – pensate – di un Paese ancora formalmente socialista. Tra tutti, ovviamente, è la Cina che sta affrontando con più polso la propria crisi di produttività: abolendo il limite dei due mandati presidenziali – così da lasciare a Xi Jinping il tempo di pianificare il nuovo corso – bilanciando l’introduzione dei robot con sistemi di “valutazione della cittadinanza”, e infine investendo in grandiosi programmi spaziali (perché non si sa mai: metti che l’élite cinese debba cercarsi una nuova casa, un giorno). Siete ancora contenti del fatto che i robot non ci sostituiranno? Potrete tirare un sospiro di sollievo se vivete a San Francisco, forse. Ma nelle fabbriche di Pechino tira un’altra aria.