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Cultura 3 aprile, 2018 @ 6:52

50 anni di clubbing culture in una mostra

di Valentina Lonati

Giornalista freelance. Scrivo di arte, design e teatro.Leggi di più dell'autore
Nata a Milano, si laurea in Scienze Politiche alla Freie Universität di Berlino. Dopo quattro anni di vita teutonica fa pace con le sue origini e si ricongiunge alle antiche passioni: la scrittura, prima di tutto, e l'arte. Ma anche la musica, il teatro e il design. Ne scrive per Icon, Icon Design, Rolling Stone e Flair. chiudi

Courtesy Vitra Design Museum.

Che le discoteche del XX secolo abbiano rappresentato un crocevia di subculture, mode e tendenze sonore è un argomento ampiamente sviscerato da fotografi, registi, gallerie e musei. Ma che i locali notturni siano stati anche il teatro delle sperimentazioni architettoniche più visionarie giunge quasi come una novità. È quello che racconta la mostra-evento Night Fever. Designing Club Culture 1960 – Today del Vitra Design Museum di Weil Am Rhein, in Germania (fino al 9 settembre). La mostra nasce dalla volontà di analizzare la progettazione architettonica dei templi del divertimento dagli anni ’60 a oggi, mettendo in luce le particolarità che hanno contribuito a renderli celebri in tutto il mondo. Se pensiamo di sapere tutto, ad esempio, dello Studio 54, ci sbagliamo di grosso.

Il percorso espositivo inizia con gli anni ’60 – a sorpresa – nella Torino del Piper Club, lo spazio multifunzionale progettato nel 1966 da alcuni architetti del Radical Design italiano: Giorgio Ceretti, Pietro Derossi e Riccardo Rosso. Un luogo in cui si ballava sì, ma non solo: i mobili erano stati pensati per prestarsi a diverse attività, trasformandosi nel palcoscenico per concerti e spettacoli di teatro sperimentale. Condividevano la stessa natura multidisciplinare il Bamba Issa di Forte dei Marmi, discoteca ideata nel 1969 dal gruppo UFO e ispirata al fumetto di Topolino del 1951 Paperino e la clessidra magica, e lo Space Electronic di Firenze, dove si tenevano anche le performance del Living Theatre. Fu realizzato dal collettivo 9999 sul modello del celebre Electric Circus di New York, concepito dall’architetto Charles Forberg e dallo studio Chermayeff & Geismar. Percorrendo le sale della mostra, si alternano le locandine, i video e le fotografie degli spazi, oltre agli schizzi dei progetti degli architetti. Nelle teche sono raccolte le riviste dell’epoca, mentre sui palchi sono disposti manichini e alcuni mobili progettati appositamente per i locali notturni.

Courtesy Vitra Design Museum.

Grande attenzione viene poi dedicata agli anni ’70 e alla nascita della disco music, con il mitico Studio 54 fondato da Ian Schrager e Steve Rubell nel 1977. A fare da sfondo alle notti sfavillanti di Andy Warhol, Truman Capote, Donald Trump e Bianca Jagger (fu lei, divina, a inaugurare il locale in sella a un cavallo bianco) erano gli arredi – sfarzosi – firmati dall’architetto Scott Romley e dall’interior designer Ron Doud. “Tutti vorrebbero salire sul palcoscenico” – disse Scott Romley – “e allora trasformiamo il dance floor in un gigantesco palco!”. Il design delle luci, progettato da Brian Thomson, assumeva per la prima volta la stessa rilevanza dell’arredamento: serviva a creare la giusta atmosfera, a colorare gli ambienti e creare giochi luminose e geometrie stroboscopiche. La discoteca si trasformava nell’epicentro della vita mondana del jet set internazionale: in tutto il mondo si moltiplicavano locali notturni che si rifacevano allo storico club newyorkese. Erano gli anni di Donna Summer e degli Chic, dei lustrini e delle pettinature cotonate e delle code davanti ai locali per entrare. Ma erano anche gli anni dell’esplosione del punk e di locali decisamente meno glamour come il Mudd Club o l’Area di New York, frequentati da artisti squattrinati agli esordi come Keith Haring e Jean-Michel Basquiat. Qui era l’arte contemporanea a plasmare l’arredamento dei locali (tra i cofondatori del Mudd Club c’era il curatore Diego Cortez), lasciando che arte e musica si fondessero in ambienti intrisi di creatività e follia, con le pareti ricoperte da collage, poster e dipinti.

Courtesy Vitra Design Museum.

L’evoluzione dei club viene presentata attraverso un percorso multimediale, in cui è possibile ascoltare dischi, guardare video o semplicemente lasciarsi trascinare dalla commistione di suoni e visioni evocata dalla mostra. A sottolineare le connessioni tra musica e design è una selezione accurata di copertine di dischi, tra cui i disegni del celebre graphic designer britannico Peter Saville per Factory Records. Tutto rimanda a un passato glorioso in cui le discoteche rappresentavano luoghi di aggregazione esclusivi ma neanche poi troppo, in cui si incontravano artisti senza un soldo, musicisti, star del cinema e semplici “wannabe”.

Courtesy Vitra Design Museum.

L’inizio degli anni ’80 e la diffusione della cultura rave hanno invece un altro simbolo: il Fac 51 Haçienda di Manchester, progettato dall’architetto e designer Ben Kelly (e cofinanziato dai New Order). Un’immensa cattedrale post-industriale punteggiata da colonne dipinte a strisce gialle e nere. Fu subito chiamata “la mecca della acid house” (meglio detta “Halluçienda”) e fu qui che nacque la figura del vj, che accompagnava la musica con proiezioni e videoclip.

Con gli anni ’90 invece si apre il capitolo dell’occupazione delle strutture abbandonate come nel caso del Tresor di Berlino e del Berghain, realizzato in un’ex centrale termoelettrica. Gli anni 2000 invece coincidono con un tracollo del clubbing, con la chiusura di moltissimi nightclub storici. Negli ultimi anni però, gli architetti sono tornati a confrontarsi con il tema dei locali notturni, come lo studio OMA di Rem Koolhas, che ha proposto un nuovo concept – presentato qui dal Vitra – per uno dei club più famosi al mondo, il Ministry of Sound. Dulcis in fundo, l’esposizione termina con l’installazione musicale e luminosa del designer tedesco Konstantin Grcic e il light designer Matthias Singer, che consente un’immersione multisensoriale nella storia della clubbing culture degli ultimi cinquant’anni.

 

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