Cdp, Tim e quel che resta della madre di tutte le privatizzazioni

Forbes.it
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Il comunicato con cui la Cassa Depositi e Prestiti ha preannunciato l’ingresso nel capitale di Tim – con una partecipazione non superiore al 5%, ma “in una prospettiva di lungo periodo” – segna un (retro)passaggio epocale: il ritorno dello Stato nell’ex monopolista telefonico, l’unico tra i grandi operatori dei servizi a rete a essere uscito completamente dal perimetro pubblico: a distanza di vent’anni, “la madre di tutte le privatizzazioni” lascia i suoi non molti figli orfani. La portata simbolica dell’iniziativa non può essere fraintesa: chi aveva creduto che la strada delle privatizzazioni corresse in un senso solo aveva sottovalutato la tenacia dei diffusi appetiti dirigistici.

Non che in questi anni siano mancate le ingerenze nella conduzione dell’azienda: dal piano Rovati del 2006, che costò il posto al consigliere di Romano Prodi, alle più recenti evoluzioni in materia di poteri speciali, passando per le reiterate polemiche sulla separazione della rete e sul suo ammodernamento, la politica non ha mai fatto mancare le proprie sgradite attenzioni alle compagini che si sono avvicendate alla guida di Tim; mai, però, queste premure si erano tradotte in una risoluzione tanto drastica quanto l’intervento diretto. Cos’è cambiato?

Certamente, la rinnovata popolarità di prospettive che oggi si definiscono sovranistiche e un tempo si sarebbero chiamate più banalmente autarchiche ha acuito l’insofferenza di chi patisce il controllo di Tim da parte della francese Vivendi e preferirebbe depositare in salde mani tricolori un’infrastruttura strategica come la rete telefonica – dimenticando, da un lato, che i principali operatori di telecomunicazioni italiani fanno capo da anni a gruppi stranieri, con somma soddisfazione dei consumatori; dall’altro, che la stessa storia industriale di Telecom (e le relative vicende giudiziarie) insegnano a diffidare della correlazione tra la nazionalità degli azionisti e la sicurezza degli utenti. Paradossalmente, peraltro, gli italianisti cercano oggi – in funzione antifrancese – la sponda di Elliott, fondo da 34 miliardi di dollari che ha sede a New York, non certo a Busto Arsizio.

Ma ci sono stranieri e stranieri, evidentemente. E mentre Vivendi pensa di conferire la rete telefonica a una società distinta ma interamente controllata, Elliott – che punta a rimpinguare la redditività dell’investimento in una società che da anni non eroga dividendi – sarebbe decisamente più malleabile rispetto all’ipotesi di mettere a fattor comune sotto l’egida di Cdp le infrastrutture di Tim e quelle di Open Fiber – a propria volta partecipata da Enel e Cdp – realizzando l’antico e mai sopito progetto di una rete unica, per giunta pubblica. L’attuale dissidio franco-americano per il controllo dell’ex monopolista permetterebbe alla Cdp d’indirizzare quel risultato con un investimento decisamente contenuto: ai prezzi attuali, circa 600 milioni di euro.

Il dogma della rete unica, però, non considera l’impatto della concorrenza (anche infrastrutturale) sugli investimenti, né tiene conto del peccato originale delle telecomunicazioni italiane: la storica assenza della tv via cavo, che nei principali paesi europei compete efficacemente con il doppino di rame (e oggi con la fibra). Una simile centralizzazione delle scelte tecnologiche sarebbe una scelta miope, legata a logiche politiche più che a un orizzonte industriale; e finirebbe per condizionare negativamente lo sviluppo dell’intero settore.

C’è, poi, da considerare il ruolo di Cdp, sempre più braccio armato del Tesoro e tempio del nuovo capitalismo di stato. Open Fiber, Ilva, Alitalia, ora Telecom: queste alcune delle partite più recenti in cui il gruppo di via Goito è stato coinvolto, complice la flessibilità che la normativa europea (per il momento) gli concede. La partecipazione in Telecom, seppur contenuta nelle dimensioni, andrà ad aggiungersi a quelle in Fincantieri, Poste, Snam, Terna, Eni… È il ritorno in grande stile dello Stato imprenditore. Che non ci era mancato. Anche perché non se n’era mai andato.

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