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Investimenti 27 Aprile, 2018 @ 1:59

L’uomo che vede il futuro dei fondi d’investimento

di Pieremilio Gadda

Staff

Giornalista, coordinatore di Forbes, scrivo di economia e finanza.Leggi di più dell'autore
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Kunal Kapoor a Chicago, nella sede di Morningstar.

Articolo tratto dal numero di Forbes di aprile

“Sa perché a molti la finanza fa paura? Non la capiscono. Sono convinti che per gestire bene i propri risparmi si debbano inseguire i rumor di Wall Street. In questo modo, finiscono per sentirsi inadeguati. O si convincono che il tema non li riguardi. Eppure investire non è poi così difficile. Certo, richiede qualche sforzo, per metabolizzare le nozioni di base. Ma si tratta di un piccolo sacrificio necessario, se si vuole evitare, per esempio, di pagare costi troppo elevati”. Kunal Kapoor è alla guida di Morningstar dal 2017.

È entrato nella società globale di analisi e ricerca indipendente sui fondi nel 1997, come analista dati, dopo una laurea in Economia e politica ambientale presso il Monmouth College e un master in Business Administration alla Booth School of Business dell’Università di Chicago. Un po’ alla volta ha scalato tutte le posizioni di vertice, fino a sedersi alla scrivania dell’ad. Dopo 20 anni in prima linea nello sviluppo del business, dice: “Questo è un ottimo momento per iniziare ad occuparsi dei propri risparmi. Gli investitori stanno vincendo molte battaglie, con ricadute positive in termini di costi, qualità e trasparenza dell’offerta”.

Partiamo dai costi. Gli Exchange traded fund, strumenti che replicano l’andamento degli indici di riferimento, senza pretese di battere il mercato, stanno guadagnando spazio rispetto alla gestione attiva, che negli ultimi anni ha offerto, in media, performance deludenti, a fronte di spese elevate. Solo i migliori gestori sopravvivranno?

È sbagliato presentare la scelta tra Etf e fondi comuni come antitetica. Entrambi manterranno un ruolo importante nei portafogli, perché la sfida non è tra strumenti attivi e passivi, ma tra costi troppo elevati o ragionevoli.

Qualcuno sostiene che la lunga e quasi ininterrotta fase rialzista dei mercati, unita alla bassa volatilità, abbia premiato i “cloni”, scatenando una “tempesta perfetta” contro i gestori attivi. Che invece dovrebbero fare la differenza in momenti di forti fibrillazioni sul mercato. È davvero così?

Questo argomento non mi convince. Voglio essere molto chiaro: credo fermamente nella gestione attiva. Tant’è che la maggior parte del mio portafoglio è in fondi attivi. Ma i professionisti dell’asset management, come gruppo, dovranno consegnare performance migliori se non vogliono perdere ulteriori quote.

Intanto, alcune fabbriche prodotto, anche in Italia, sperimentano modelli di prezzo innovativi, con commissioni variabili, che salgono o scendono in base alla capacità del gestore di battere il benchmark. Soluzioni come questa diventeranno prevalenti sul mercato?

La tendenza è chiara: si va verso una maggiore trasparenza nel settore e costi più bassi, merito anche di Mifid II. Aumenta la pressione sugli asset manager, che dovranno dimostrare di essere davvero in grado di offrire valore. Avremo fondi con commissioni di gestione più basse e probabilmente fee di performance più elevate.

La sede di Morningstar a Chicago.

Parallelamente aumenta la diffusione di prodotti a rendimento assoluto, con un esplicito obiettivo in termini di performance, svincolati all’andamento di un indice.

Ne vedremo sempre di più. Purtroppo gli investitori sono spesso i peggiori nemici di se stessi. Comprano quando i prezzi sono già alti, inseguendo le performance passate. Vendono dopo una discesa, rinunciando alla possibilità di un recupero e capitalizzando le perdite. I prodotti a rendimento assoluto tendono a limitare la volatilità delle performance individuali e quindi i potenziali errori da parte dell’investitore, dettati dall’emotività.

Sul fronte della previdenza complementare, l’Italia è in forte ritardo. Secondo l’ultima relazione della Covip, solo il 19% dei lavoratori under 35 ha aderito al cosiddetto “secondo pilastro”. Come si convincono i giovani a costruire un adeguato piano finanziario, per integrare il futuro assegno dell’Inps?

L’industria dovrebbe spendere più tempo a spiegare come si diventa risparmiatori migliori e meno a discutere di quali settori azionari privilegiare nei portafogli. Dobbiamo aiutarli a capire perché è importante risparmiare di più e perché è fondamentale iniziare subito, quando si è giovani, per sfruttare a pieno i benefici della capitalizzazione composta degli interessi.

Un’idea per attirare la loro attenzione?

Proporre strumenti che investano secondo criteri di responsabilità sociale e ambientale. Le nuove generazioni sono molto più sensibili a questo tema rispetto a quella precedente.

I robo-advisor, servizi di consulenza a base di portafogli modello “automatici”, sembrano rispondere a una richiesta di maggiore accessibilità all’investimento, diffusa soprattutto tra i giovani. Riusciranno a scardinare i vecchi modelli distributivi?

Negli anni ’90 molti scommettevano che i sistemi di trading online avrebbero “ucciso” banche e società d’intermediazione tradizionali. La verità è che queste a un certo punto hanno iniziato a proporre servizi analoghi, cannibalizzando il business degli operatori specializzati. Il destino dei robo-advisor potrebbe essere simile.

Lei che tipo di investitore è?

Il tema della tutela ambientale mi sta molto a cuore. Penso che gli investitori, come ogni altro soggetto pubblico e privato, abbiano la propria parte di responsabilità e possano fare la differenza attraverso le proprie scelte individuali. Significa anche poter decidere come il nostro denaro debba essere investito.

Tra i suoi investimenti c’è anche l’Italia?

Nel mio portafoglio ho molti fondi con esposizione internazionale. Sicuramente investono anche nel vostro Paese.

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