E se Juncker non avesse tutti i torti?

Forbes.it
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Jean Claude Juncker alla Commissione Ue lo scorso febbraio.

“Gli italiani devono prendersi cura delle regioni povere dell’Italia. Questo significa più lavoro; meno corruzione; serietà. Li aiuteremo come abbiamo sempre fatto”.  Che belle parole. Chi le ha dette? Jean-Claude Juncker, il presidente della Commissione europea probabilmente più odiato dagli italiani. Sì, perché queste dichiarazioni innocue nelle traduzioni affrettate di alcune agenzie di stampa sono diventate un invito affinché l’Italia “lavori di più e sia meno corrotta, invece di incolpare l’Ue per i suoi problemi”.

Dalla traduzione passando ai titoli, altri pezzi sono andati fatalmente persi, fino ad arrivare a messaggi come: “Juncker: gli italiani lavorano poco e sono corrotti”. E via con le accuse di razzismo, gli inviti a non insultare e a non occuparsi delle politiche interne dei singoli Paesi dell’Unione.

Al di là delle traduzioni, l’intervento di Juncker potrebbe essere comunque ritenuto inopportuno, più che altro per questioni di timing, ma il commissario europeo ha più di una ragione dalla sua parte. Per rendersene conto basterebbe prendere in considerazione due soli dati: quello sulla durata media della vita lavorativa, e soprattutto quello sulla dimensione dell’economia sommersa nel nostro Paese.

Nel 2016, Mai Hassan dell’università di Marburgo e Friedrich Schneider dell’università di Linz hanno pubblicato uno studio dal titolo Size and Development of the Shadow Economies of 157 Countries Worldwide, contenente lo stato delle economie sommerse nel mondo, aggiornato agli anni compresi tra il 1999 e il 2013. In Italia l’economia sommersa pesa per il 32% del Pil, una percentuale più alta di quella di Paesi come Messico o Eritrea, quando negli Stati Uniti vale poco più dell’8% (e nella pur rigorosa Germania circa il 16%). L’Italia è al 57esimo posto, non in fondo alla classifica dunque, ma va detto che praticamente tutte le nazioni che la seguono in classifica non rientrano tra le principali economie mondiali e nemmeno vantano un sistema produttivo paragonabile a quello italiano.

Il dato messo in luce da Hassan e Schneider porta con sè tutta una serie di distorsioni poco comprensibili per uomini di istituzioni lontane dai nostri confini e soprattutto abituate a ragionare unicamente sui numeri. Perché è chiaro che se un terzo dell’economia italiana non è censita (in quanto sommersa), tutte le altre statistiche ne saranno immancabilmente inficiate, rendendole talvolta anche completamente prive di un potere descrittivo dell’economia e delle dinamiche nazionali. Ciò soprattutto a partire dalle statistiche sul lavoro.

Gli italiani sono dei lazzaroni, come la frase mal tradotta di Juncker lascerebbe intendere? Sicuramente no, ma se ci dovessimo basare sui soli numeri potremmo essere portati a crederlo. I più recenti dati dell’Eurostat sulla durata media della vita lavorativa riferiti al 2016 ci dipingono infatti come i più “rilassati” d’Europa.  In Italia ogni persona lavora in media poco più di 31 anni. La media Ue è poco sopra i 36 anni, con la punta a 47 anni dell’Islanda e la Germania a 38 anni. Questi numeri posizionano l’Italia all’ultimo posto nell’Europa a 27, dietro a Paesi come Bulgaria, Croazia, Romania e Grecia.

Quindi gli italiani iniziano a lavorare tardi, magari rimanendo a casa di mamma, e finiscono presto, magari con una baby-pensione? In parte sì, ma in maniera nemmeno troppo diversa da quanto accada altrove, dove però i numeri sono più trasparenti. Perché ancora una volta si cade nel sommerso: nelle tante attività che non emergono in alcun modo nelle statistiche ufficiali ma che nei fatti prolungano la vita lavorativa di migliaia di italiani al nord come al sud, senza che nessuno ne sappia nulla. Difficile comprenderlo da Bruxelles. Dove in questa fase servirebbe però probabilmente una maggior dose di attenzione, soprattutto nella scelta dei tempi degli interventi sull’Italia.

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