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Life 15 giugno, 2018 @ 7:41

Andreste a bere in un bar disegnato da Damien Hirst?

di Barbara Meneghel

Appassionata di arte contemporanea, producer.Leggi di più dell'autore
È critica e curatrice e d’arte contemporanea, oltre che producer per eventi culturali. Laureata in Filosofia estetica, si è specializzata in Visual Art and Curatorial Studies presso la NABA di Milano, ma è consumatrice di cultura occidentale in generale. Ha scritto e scrive di arte per diverse testate, tra cui Flash Art, Rivista Studio, Abitare. chiudi

The Unknown a Las Vegas.

Lo scorso 17 maggio sul profilo Instagram di Damien Hirst, tra i più seguiti del mondo dell’arte coi suoi 410mila follower, è comparsa l’immagine di un bar ancora vuoto: ampio bancone tondeggiante, sgabelli con design vagamente retro, colori neutri ed eleganza sobria nelle linee d’arredo. Alle spalle del bancone, la classica bottigliera discretamente fornita. Sopra la bottigliera, uno squalo. Vero, enorme. E allora riconosciamo la firma del più celebre tra gli Young British Artists, e ci accorgiamo che alle pareti si intravede anche una selezione dei suoi Pharmaceutical Paintings (si tratta in realtà di 16 tele inedite). È l’artista stesso – o chiunque gli gestica l’account – a raccontare della sua nuova collaborazione con una coppia di imprenditori per la progettazione di un locale pubblico: Frank e Lorenzo Fertitta hanno chiesto di poter spostare l’installazione del 1999 The Unknown (Explored, Explained, Exploded), acquistata anni fa direttamente da Hirst, all’interno del loro nuovo bar al Palms Casino Resort di Las Vegas; l’artista si è detto felice di collaborare al design del locale nel suo complesso, e ora è possibile sorseggiare un drink sovrastati da un enorme squalo sezionato e conservato in formaldeide. Il nome del bar, ça va sans dire, è proprio The Unknown.

Non si tratta della prima esperienza di Hirst in questa direzione: un celebre tentativo era stato compiuto a Londra nel 1998 con Pharmacy, il concept-restaurant aperto a Notting Hill in collaborazione con Matthew Freud, e interamente ispirato alla notissima serie di lavori omonimi. Dopo l’improvvisa chiusura del locale nel settembre del 2003, bisognerà aspettare oltre dieci anni per veder risorgere, in un’altra zona della città, un ristorante simile: Pharmacy2, aperto e funzionante dal 2016.

Capricci estemporanei di un artista terribilmente mainstream? Non proprio. L’attrazione degli artisti contemporanei verso la progettazione di locali pubblici annovera più di un esempio in anni relativamente recenti. Ancora a Londra, in un magazzino di epoca vittoriana nel 2008 era stato allestito The Double Club, un progetto dell’artista belga Carsten Höller curato da Fondazione Prada: il club accoglieva al proprio interno un bar, un ristorante e una discoteca, e faceva coesistere ispirazione occidentale e design congolese in ogni suo dettaglio.

The Double Club di Carsten Holler.

L’anno seguente, i visitatori della 53ma Biennale di Venezia avevano invece la possibilità di ristorarsi ai Giardini in una caffetteria completamente trasformata rispetto agli anni precedenti: rivestito da motivi optical in bianco e nero con dettagli dai colori acidi, l’ambiente trasportava all’interno di un’opera anche chi voleva prendersi una pausa dal flusso artistico continuo della Biennale. A firma dell’artista tedesco Tobias Rehberger, noto per le sue incursioni in ambiti limitrofi rispetto a quello dell’arte, il bar valse al suo autore il Leone d’Oro di quell’anno (segno della perfetta interpretazione che Rehberger era stato in grado di fornire al titolo dell’edizione 2009: “Fare mondi”).

Di nuovo dalla Germania arriva l’esempio dell’Economy Bar di Björn Roth, artista che raccoglie e porta avanti l’eredità del più celebre padre Dieter: un bar realmente funzionante ideato a partire dal 2004, e utilizzato in ogni sua esposizione sia dall’artista che dai visitatori. A Milano è stato possibile visitarlo (e usufruirne) in occasione della mostra Islands, allestita all’Hangar Bicocca nei mesi a cavallo tra il 2013 e il 2014. E ancora a Milano, in molti sanno che il Bar Luce – in cui si sorseggia un caffè tra una mostra e l’altra della Fondazione Prada – è stato disegnato da Wes Anderson, regista noto per i suoi film visionari e colorati. I richiami degli interni riportano alle atmosfere agrodolci dei film di Anderson (si pensa alle sfumature di rosa di Grand Budapest Hotel) e in parte ai caffè storici del centro della Milano più borghese (i dolci serviti al Bar Luce del resto sono firmati Marchesi, storica pasticceria meneghina da qualche anno di proprietà della maison Prada).

Se è indubbio che parte della filosofia retrostante a queste operazioni è di carattere imprenditoriale – oltre che prevalentemente legata al design d’interni – è altrettanto vero che la commistione tra arte e intrattenimento di carattere “gastronomico” trova riscontri teorici nella cosiddetta Estetica Relazionale dei primi anni ’90. È lo stesso Nicolas Bourriaud, critico francese, a metterne a fuoco l’importanza nel panorama artistico di questo periodo: un concetto da intendersi come la creazione di una situazione di condivisione tra artisti e pubblico, in cui il cibo diventa un simbolo.

In molti ricorderanno che in occasione di Aperto ’93’, (sezione della Biennale di Venezia dedicata agli artisti emergenti) nel 1992 l’argentino Rirkrit Tiravanija ha presentato per la prima volta Untitled (1271): un’area dello spazio espositivo in cui venivano preparati e distribuiti spaghetti e minestre. Si trattava una zona funzionale e funzionante, in cui gli spettatori stessi potevano preparare le vivande.

Ma è possibile risalire ancora più indietro nel tempo: nel 1971 Gordon Matta-Clark, in collaborazione con le artiste Carol Godden e Tina Girouard, fonda FOOD, un ristorante nel cuore di SoHo, a New York. Si tratta di un luogo che conobbe per qualche anno molta notorietà, un locale progettato per riunire la comunità artistica della zona: gli artisti non soltanto si ritrovavano per cenare e condividere le proprie idee, ma erano anche invitati ad alternarsi per cucinare e lavorare personalmente al ristorante.
L’eredità di FOOD è stata riconosciuta e raccolta in anni recenti in un progetto speciale all’interno di Frieze New York, una delle più importanti fiere d’arte internazionali: nel 2013 numerosi chef che avevano originariamente fatto parte del circolo del ristorante sono stati invitati a cucinare per Frieze.

Già negli anni ’60, del resto, si deve allo svizzero Daniel Spoerri l’idea di organizzare dei veri e propri pasti come forma d’arte performativa: nel giugno 1968 l’artista apre a Düsseldorf il Ristorante Spoerri, nel quale serve cibo preparato da lui stesso. Nel 1970 è anche a Milano, dove organizza L’Ultima Cena in occasione del decimo anniversario del Nouveau Realisme. E gli esempi potrebbero continuare: questa carrellata però riporta a un’unica matrice teorica: la possibilità di confondere i confini tra arte e vita reale – un’idea che ha fatto la sua comparsa sulla scena culturale occidentale dal post-modernismo degli anni ’60 in poi. Un assunto teorico ormai dato per acquisito, ma che ha svolto un ruolo imprescindibile nell’evolversi della storia dell’arte recente. E da questo allo squalo in formaldeide che sovrasta le bottiglie di superalcolici in un locale di Vegas, il passo è breve.