Resistere ai meme non serve a niente

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Doge, il protagonista di una delle serie di meme più fortunate di questi anni.

L’Unione Europea non sta facendo molto per risultare simpatica, ultimamente. Non bastava l’accusa di strozzare i Paesi mediterranei in una morsa di austerity; non bastavano i suoi vincoli di bilancio, o la nomea di gigante insensibile con i migranti altrui. Ora si mette anche a fare guerra ai meme, la forma espressiva più immediata di quest’epoca.

È di qualche giorno fa la notizia che il parlamento di Bruxelles ha approvato, attraverso il suo Comitato affari legali, una direttiva sul copyright internettiano che pare essere la più restrittiva, ottusa e potenzialmente pericolosa mai inventata. A tal punto che c’è chi ha parlato di una “guerra bizzarra”, di una “tragedia” e “minaccia per la rete” che rischia di stravolgere il nostro stesso rapporto con la tecnologia. Non è servito a nulla l’appello di circa 70 esperti – tra i quali “l’inventore del web” Tim Berners-Lee a il fondatore di Wikipedia, Jimmy Wales – che hanno criticato la proposta definendola uno “strumento di sorveglianza automatizzata e di controllo dell’utenza”. I grandi giornali non sembrano occuparsene più di tanto, e la premura sembra più che altro quella delle rivista nerd dell’hi-tech. Tutto verte sull’eterno problema di definire il concetto di proprietà e le staccionate per difenderlo. Cos’è saltato in testa, allora, a questi burocrati?

La proposta approvata al Comitato si divide in due articoli: il primo, il numero 11, conosciuto anche come Link Tax, prevede una ricompensa obbligatoria per tutte le entità che concedano l’uso dei loro metadati (titoli, anteprime degli articoli con foto, etc.) ai motori di ricerca: ad esempio, i siti di news. Il secondo, l’articolo 13, è detto anche dell’Upload Filter, potrebbe avere un impatto ben più preoccupante: l’idea è che tutte le piattaforme che consentono agli utenti di caricare materiale audiovisivo debbano contribuire a un complesso sistema di riconoscimento di duplicati, per verificare se quel materiale è già sotto copyright; e, nel caso, per bloccarlo e multare la piattaforma che consente l’abuso. Più facile a dirsi che a farsi, naturalmente.

Il problema è che entrambe queste idee sono già state messe in pratica negli anni scorsi, sia pure in forma embrionale e disordinata, ed è andata malissimo. È stato a causa di una bozza di tassa sui link che Google News  ha deciso di chiudere i battenti in Spagna; l’algoritmo già in uso su YouTube per riconoscere materiale non originale, ConsentID – dal costo di decine di milioni di dollari – provoca ogni giorno problemi a milioni di utenti, bloccando l’upload di video innocui perché magari in sottofondo c’è una canzone di Bob Marley, mentre la registrazione abusiva di una partita dei Mondiali di calcio può rimanere disponibile nei meandri del sito per anni. Per non parlare dei video legittimi, ma caricati senza il consenso delle persone riprese, i più complicati da bloccare. Sono solo alcuni esempi di una caccia del gatto col topo che ha già tantissimi aspetti confusionari, e che questi provvedimenti potrebbero rendere ancora più caotica.

Abbiamo un’infinità di ragioni per usare anche materiale protetto dal diritto d’autore, e non sono per forza subdole: ci serve quella foto in cui indossiamo una maglietta con la locandina del nostro film preferito a corredo del nostro profilo Tinder; nel video in cui celebriamo la laurea, il dj sta passando alcune hit del momento; il post del nostro blog amatoriale dove raccontiamo un complicato caso di cronaca giudiziaria ha bisogno di foto, e allora le reperiamo da Wikipedia (ma anche l’enciclopedia più usata nel globo potrebbe presto vedersi falciare il database di immagini). Secondo l’edizione inglese di Wired, con la nuova direttiva dobbiamo immaginare la possibilità che una ripresa amatoriale di un motociclista, fermo a commentare il suo viaggio in una piazzola di sosta, possa essere censurata su Instagram solo perché durante il video passa una macchina con una canzone soggetta a copyright sparata a tutto volume.

Scrive Federico Nejrotti, giornalista di Motherboard:

Non si chiede soltanto di istituire un database condiviso che riporti tutti i contenuti multimediali coperti da copyright, ma si chiede soprattutto di creare un complesso sistema di trasmissione dati che trasporti il file da verificare prima dall’utente verso la piattaforma, poi dalla piattaforma ai database a cui dovrà essere incrociato e infine (nel caso non ci fosse una corrispondenza) di nuovo verso la piattaforma.

La verità è che non sono molte le piattaforme che possono permettersi di gestire questo processo in proprio, e così potrebbero finire per esternalizzarlo verso i pochi sistemi algoritmici avanzati disponibili – che sono costosissimi – localizzati negli Stati Uniti.

In altre parole, miliardi di terabyte di contenuti potrebbero “transitare” ogni anno presso server dall’altra parte dell’oceano, prima di essere processati e accettati per l’upload; il rischio è di un’eventuale falla del sistema, con implicazioni di carattere economico e politico, sullo stile dello scandalo Cambridge Analytica: potete immaginare l’angoscia degli esperti di privacy. L’articolo 13 sembra tutto sbilanciato nei confronti dei detentori di diritti, insomma – case discografiche e di produzione tv che possono così avanzare più facilmente pretese, intentando cause su cause e paralizzando l’attività delle piattaforme, mentre queste sono costretta a cautelarsi oltremodo per evitare multe salate.

Secondo l’attivista per i diritti digitali Cory Doctorow, il peso ulteriore di regolamentare il diritto d’autore potrebbe tarpare le ali allo sviluppo di nuove tecnologie e nuove piattaforme multimediali all’interno dei 28 Paesi europei dove andrà in scena la repressione. Inutile dire che sui forum di Reddit e 4chan non l’abbiano presa proprio benissimo, con tutto un filone di meme nato apposta per celebrare in anticipo la nostalgia post-memetica, mentre nei forum di siti destrorsi come Breitbart non si risparmiano in teorie complottistiche che riguardano i liberal, i banchieri tedeschi, il solito Soros, gli ebrei.

Roll Safe è un altro meme di grande fortuna: raffigura l’attore Kayode Ewumi nella web serie “Hood Documentary”.

Ma ne vale la pena? Fatto salvo un giudizio di complessiva assurdità, e inagibilità, sul provvedimento di Bruxelles, è possibile usare un po’ di fantasia distopica per immaginare il day after di questa guerra? In fondo, dopo ogni conflitto inizia la ricostruzione, e se va bene c’è anche un piccolo “boom”: economico, demografico, culturale. È una questione di cicli. Che forme potrebbe prendere un mondo dove la condivisione multimediale è sottoposta a restrizioni mai viste nell’ultimo quarto di secolo? A segnare, cioè, una sorta di rivincita ideologica della televisione, dove il contenuto è offerto a un’utenza passiva?

Su internet siamo tutti un po’ pirati, visto che utilizziamo e condividiamo quasi sempre roba fatta da altri. Ma pirati un po’ schizofrenici, visto che i tesori da saccheggiare abbondano ovunque, tracimano, saturano lo spazio, e del nostro furto non ci rendiamo quasi conto. Produttori seriali e, al tempo stesso, consumatori seriali, con una bipolarità tale che alla fine non sappiamo se sono più i soldi che qualcuno ci deve – per il tempo che investiamo nella produzione – o più quelli che noi dobbiamo ad altri – per ciò che sgraffigniamo come consumatori. Quello che ormai non sembra poter avvenire nell’economia reale, di un’Europa alle prese con la crisi di produttività e la caduta del saggio tendenziale di profitto, e con una concorrenza in via di sviluppo sempre più agguerrita, potrebbe avvenire nell’economia dei meme, se fossero distrutti da burocrati crudeli: immaginiamo ad esempio la riscrittura del linguaggio stesso dei meme, con l’adozione di immagini crittografate e comprensibili solo a pochi eletti – una sorta di Esperanto o, se preferite, di linguaggio dei segni – che reinventi i codici comunemente accettati nelle comunità virtuali.

Oppure i meme potrebbero essere rifatti da capo, magari disegnati a mano, per sfuggire all’occhio spietato del filtro censorio. E così i video più popolari, rifatti da diversi team di filmmaker ribelli disposti a rimettere in scena Corazzate Potemkin per farci su parodie, in puro stile fantozziano; oppure, perché no, si potrebbe immaginare lo sviluppo di nuove piattaforme, stile Discord ma ancora più “sotterranee”, pensate unicamente per i gamer o per i memer più incalliti, magari ognuna con il suo indirizzo politico. Certo, sarebbe spaventoso, a quel punto, il gap tra gli utenti iperconnessi e il pubblico generale, i famigerati normie di cui parlava la saggista Angela Nagle, che si bevono quello che passa il convento e non possono concedersi il lusso di produrre materiale proprio. E se fosse, in realtà, tutto un piano per impedirci di sperperare il nostro tempo libero nel caricamento di materiale di cui forse possiamo fare a meno? Un super-Stato paternalista che sposa le tesi di Michele Serra, in pratica.

Di sicuro c’è che i regolamenti partoriti dall’Unione rappresentano un’idea di controllo brutalmente robotica, che non tiene conto del contesto. È anche vero però che la repressione statalista ha gioco facile a mettere il dito in contraddizioni che non sono solo economiche e politiche, ma anche culturali ed esistenziali. È il problema, in fondo, di attribuire un esatto valore materiale a ciò che altro non è che capitale simbolico. A forza di sentirsi dare del mostro burocratico, del Moloch tecnomane insensibile alle esigenze dei mortali, l’Unione Europea ci ha preso gusto, e ha deciso di risolvere la questione al posto nostro.

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