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Cultura 26 giugno, 2018 @ 7:41

L’arte di Manifesta vuole raccontare Palermo

di Valentina Lonati

Giornalista freelance. Scrivo di arte, design e teatro.Leggi di più dell'autore
Nata a Milano, si laurea in Scienze Politiche alla Freie Universität di Berlino. Dopo quattro anni di vita teutonica fa pace con le sue origini e si ricongiunge alle antiche passioni: la scrittura, prima di tutto, e l'arte. Ma anche la musica, il teatro e il design. Ne scrive per Icon, Icon Design, Rolling Stone e Flair. chiudi

Non poteva essere più attuale il tema scelto per la biennale nomade di arte contemporanea Manifesta 12, inaugurata il 16 giugno a Palermo e visitabile fino al 4 novembre. “Il Giardino Planetario. Coltivare la coesistenza” è una metafora che trae ispirazione dalla teoria del botanico francese Gilles Clément, secondo il quale il giardino è il luogo d’incontro di vite diverse e complesse che si adattano per coesistere. Una scelta precisa, quella dei curatori della biennale – la giornalista e cineasta olandese Bregtje van der Haak, l’architetto spagnolo Andrés Jaque, Ippolito Pestellini Laparelli dello studio OMA di Rem Koolhas e la curatrice svizzera Mirjam Varadinis – che rilancia Palermo come hub del Mediterraneo, raccontandone le radici multiculturali e i flussi migratori che l’hanno percorsa.

Coesistenza diventa quindi la parola attorno alla quale ruotano le quattro sezioni principali della manifestazione – “Garden of Flows”, “Out of Control Room”, “City on Stage”, “Teatro Garibaldi” – e il vasto programma di eventi collaterali. Tantissime le venue coinvolte dalla manifestazione, tra cui il meraviglioso Orto Botanico, che ospita la sezione Garden of Flows dedicata al parallelo tra la cultura del giardinaggio e quella dei beni comuni, ma anche palazzi storici come Palazzo Butera, Palazzo Forcella de Seta, la Chiesa dei Santi Euno e Giuliano e Teatro Garibaldi (riaperto nel luglio scorso).

Coloco + Gilles Clément.

Inutile stilare una lista delle mostre o delle installazioni da vedere: l’arte pervade ogni metro quadrato della città (come del resto è sempre stato a Palermo). Punto di partenza per l’elaborazione del percorso espositivo è stato lo studio urbano Palermo Atlas condotto dallo stesso studio internazionale di architettura OMA, che ha fornito ai curatori una mappa delle strutture sociali, culturali e geografiche della città, evidenziandone le opportunità esistenti. E nel complesso reticolo di stratificazioni sociali e culturali che hanno definito l’identità di Palermo, Manifesta 12 si prefigge l’ambizioso scopo di replicare la storia della città: così come nei secoli fu plasmata dalle culture che la abitarono, oggi diventa la tela su cui gli artisti dipingono la loro idea di giardino come terreno d’incontro tra le diversità.

Il risultato, nell’edizione di quest’anno, è una rassegna diffusa che si estende a macchia d’olio infiltrandosi negli angoli più remoti della città, che coinvolge tanto gli edifici più maestosi quanto le periferie degradate. Gli interventi degli oltre cinquanta artisti internazionali selezionati stravolgono gli itinerari turistici, spingendo i visitatori ad addentrarsi in oratori, piazze, giardini e cortili incastonati tra palazzi e vie meno conosciute. Come nel caso della mostra collettiva Sacrosantum, che fa rivivere l’Oratorio di San Mercurio, oppure il progetto Becoming Garden di Gilles Clément e dello studio francese di progettazione multidisciplinare Coloco, che nel quartiere di edilizia popolare ZEN 2 ha realizzato un giardino che sarà teatro di un programma d’incontri, workshop e visite guidate che propongono uno scambio tra i cittadini.

L’arte, a Palermo, diventa lo strumento per portare attenzione in modo originale sui problemi della città. E chissà, dopo il 4 novembre – data di chiusura della kermesse – cosa resterà di questo grande dipinto fatto di sogni e utopie.