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Perché la Commissione europea sbaglia a multare (di nuovo) Google

Quartier generale di Google nel 2004.

Martedi 17 luglio i rappresentanti delle autorità antitrust dell’Unione europea si riuniranno a Bruxelles per conoscere i risultati delle indagini, condotte dalla Commissione, relative a Google. La compagnia di Mountain View è accusata di sfruttare Android, il suo sistema operativo open source, per diffondere i propri servizi a scapito di quelli della concorrenza. Dopo un’indagine durata circa tre anni, la Commissione europea si prepara a multare nuovamente Google e Alphabet Inc. (la casa madre di Google). Esattamente un anno fa, il 27 giugno 2017, Google aveva già ricevuto una multa di 2,4 miliardi di euro per aver garantito al proprio servizio di acquisti comparativi un vantaggio illegale nei confronti dei concorrenti.

Come avvenuto un anno fa, quasi certamente Google riceverà una nuova ammenda multi-miliardaria, il cui importo potrà raggiungere fino al 10% del fatturato mondiale di Alphabet, ovvero circa 11 miliardi di dollari. Oltre a questa sentenza, la Commissione europea è giunta alla conclusione che Google abbia abusato della sua posizione dominante anche nell’uso di AdSense, il suo servizio di banner pubblicitari. In altre parole, la probabile multa nei confronti di Android rischia di non essere l’ultima per Alphabet.

Se da un lato la decisione di multare Google per il servizio di acquisti comparativi non ha comportato, fino ad ora, cambiamenti significativi nelle sue pratiche commerciali, dall’altro la sentenza contro Android rischia di colpire una delle parti centrali del business creativo di Google. Stando ai dati più recenti, infatti, nel 2017 Android ha ottenuto una quota di mercato a livello globale pari a circa l’86% degli smartphone venduti. In confronto iOS, il sistema operativo di Apple, si è accaparrata una quota “solo” del 14%. Symbian, RIM e Microsoft – che nel 2009 avevano una quota totale di mercato mondiale pari a oltre il 75% – oggi sono scomparse. Separare la stretta relazione tra Android e le app e i servizi Google rischia sia di creare un grosso problema strategico e finanziario per Google, sia di peggiorare l’esperienza dei consumatori.

Quote di mercato a livello globale detenuta dai sistemi operativi per smartphone dal 2009 al 2017.

Sotto molto punti di vista l’intero caso di Google e del suo sistema operativo Android ricorda da vicino le indagini già condotte dall’antitrust europeo nei confronti di Microsoft e di Intel. Quando Microsoft fu multata dalla Commissione, nel lontano 2004, il suo dominio era molto più vulnerabile di quanto i regolatori volessero far credere ai consumatori europei. All’epoca le autorità antitrust dell’Unione europea erano preoccupate che Microsoft potesse rafforzare ulteriormente il controllo su tutti i prodotti e servizi legati ai pc. Questa preoccupazione derivava dal dominio, da parte di Microsoft, del mercato dei software. Un decennio dopo le cose sono cambiate in modo sorprendente. Oggi Microsoft fornisce ancora software per molti personal computer nel mondo, ma l’ascesa degli smartphone, dove prevalgono Android e iOS, ha completamente rivoluzionato il mercato del software. In altre parole, la “distruzione” della leadership di Microsoft è avvenuta principalmente a causa dell’incredibile rinascita di Apple, dell’avvento di Google Android e di una maggiore concorrenza e innovazione. La decisione della Commissione del 2004 ha, dunque, poco a che fare con il lento ma costante declino della società di Redmond, che rimane ancora una delle più grandi aziende del mondo.

Non meno feroci erano (e sono tutt’ora) la concorrenza e l’innovazione all’interno del mercato dei chip, quando la Commissione multò Intel nel 2009. Negli anni precedenti la decisione della Commissione, dal 2000 al 2009, i prezzi dei chip sono diminuiti rapidamente e in modo netto. Inoltre, lungi dall’aumentare il proprio predominio, dal 2008 a oggi la quota di mercato globale di Intel è rimasta intorno al 70-80%, e le fluttuazioni di questa quota sono fortemente correlate ai lanci di nuovi prodotti. Un esempio viene dai dati più recenti: tra il 2016 ed il 2018 Intel ha perso quasi il 5% della sua quota di mercato, a causa dell’aggressiva strategia di ADM che, nel 2017, ha introdotto il nuovo processore Ryzen.

Come nei casi di Microsoft e Intel, la Commissione europea sembra credere ora che la posizione dominante di Android sia sinonimo di monopolio, in grado di danneggiare il mercato e i consumatori. Questa visione tuttavia è errata sotto molti punti di vista. Per prima cosa Android ha aperto alla concorrenza un altro mercato, quello delle app che, nel solo 2017, sono state scaricate oltre 178 miliardi di volte. Secondariamente, ha innovato incredibilmente il mercato degli smartphone, il cui costo in pochi anni  è calato di oltre il 20% (da una media di 348.6 dollari nel 2011 a 276.2 dollari nel 2015) ed è previsto scendere ulteriormente a 214,7 dollari nel 2019, dando una fortissima spinta alla creazione della “app economy” (un settore in cui oggi lavorano circa 2 milioni di europei). In altre parole senza Android avremmo un mercato delle app, degli hardware e dei software molto meno innovativo e competitivo.

Infine è giusto riconoscere che aziende come Google, Facebook, Apple e Amazon – tutte da tempo sotto la lente di ingrandimento dei regolatori europei – competono e cooperano su molti fronti diversi: un fenomeno chiamato “ecosistema incrociato”. Nonostante il suo dominio, Google deve combattere su diversi fronti organizzativi e deve costantemente offrire ai suoi clienti la migliore esperienza possibile all’interno della propria piattaforma, per risultare superiore rispetto alla concorrenza. In questo ecosistema, la competizione “all’interno della piattaforma” (within-platform competition) è dunque molto meno importante rispetto alla concorrenza “tra piattaforme” (between-platform competition). Di conseguenza, una qualsiasi analisi delle dinamiche competitive deve tenere in considerazione i vari stadi di funzionalità dell’industria di telefonia mobile.

Si pensi, ad esempio, al sistema verticale di Apple: iPhone, iOS, App Store, applicazioni da scaricare. La Commissione dovrebbe quindi analizzare la facilità con cui i consumatori possono passare da una piattaforma all’altra. Poco importa se, all’interno di una piattaforma, non ci sia molta concorrenza: installare sul proprio smartphone delle alternative alle app di Google è a portata di un tocco del dito.

La battaglia della Commissione europea nei confronti di Google non solo rischia di mettere in notevole difficoltà la volontà dell’azienda di trasformarsi da gigante del desktop search a leader della telefonia mobile, ma anche di condizionare fortemente i consumatori europei, i quali nel corso di questi ultimi anni hanno potuto beneficiare – grazie, tra gli altri, anche ad Android – di una maggiore innovazione, di una competizione sempre più forte e di prezzi più bassi.

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