La rivolta degli Excel

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Numeri, maledetti numeri. Gran parte delle istituzioni economiche dipendono dal credito, e quindi in una certa misura dalla credibilità. Che si può ottenere soltanto in due modi: mostrando una serie di numeri – appunto – che fungano da corda tra passato, presente e futuro; oppure con la credulità. Nella Francia di fine ‘800, una signora di nome Thérèse Humbert costruì tutta la sua carriera su un baule che disse di aver ereditato da un misterioso milionario americano. Il forziere avrebbe dovuto contenere obbligazioni al portatore per cento milioni di franchi. Contraendo prestiti su quei titoli, Humbert e suo marito furono in grado di convincere molti avvocati francesi, comprare un lussuoso hotel a Parigi, acquisire la partecipazione di controllo in un quotidiano, e finanziare la campagna elettorale del consorte di Thérèse nel partito socialista. Solo quando fu finalmente chiesto di aprire quel baule, la verità venne a galla: dentro non c’era altro che un vecchio giornale, una moneta italiana e un bottone da calzoni.

Più recentemente, il ministro del Lavoro Luigi di Mai0 ha costruito il suo successo elettorale promettendo milioni di nuovi occupati e un reddito universale da centinaia di euro per abitante; appoggiato anche dalle parole di entusiasti consiglieri economici, che sventolavano mirabolanti moltiplicatori keynesiani. Dopo diverse settimane in cui l’agenda politica era stata interamente dominata dal ministro degli Interni leghista Matteo Salvini, Di Maio è uscito allo scoperto, finalizzando il suo “Decreto dignità” e presentandolo al capo dello Stato. Per sua sfortuna, al documento era allegata una tabella dalla quale è risultato che le limitazioni alle assunzioni a tempo determinato introdotte dal decreto causerebbero la perdita di circa 8mila posti di lavoro all’anno, per dieci anni. Erano numeri usati come previsioni, mica certezze, ma tanto è bastato perché Di Maio temesse di vedere incrinata la propria credibilità, andando su tutte le furie.

Con una diretta Facebook dal sedile posteriore di un’auto blu, il ministro se l’è presa con i funzionari dello Stato: sarebbero parte di un complotto ai suoi danni; lui quella tabella non l’aveva mai vista prima, nonostante il documento sia suo, e nonostante lui stesso l’abbia firmato e spedito a Mattarella.

Cosa diceva la Relazione tecnica al Decreto dignità, sulla norma relativa alla riduzione della durata dei contratti a tempo determinato (da 36 a 24 mesi)? Diceva che, degli 80mila contratti a termine con durata superiore a 24 mesi vigenti negli ultimi anni, il 10 per cento riguardano persone che dopo la scadenza abbreviata non troveranno un lavoro alternativo per un anno. Apriti cielo: secondo Di Maio, quella tabella dev’essere giocoforza stata aggiunta arbitrariamente, in malafede, da una “manina” misteriosa (addirittura “neoliberista”, ha aggiunto Stefano Fassina). Ma chi ci potrebbe essere dietro lo scherzetto? I collaboratori dell’ex ministro Padoan, forse. O nientedimeno quelli di Tria, cioè l’attuale ministro dell’Economia.

Perché lo stesso Giovanni Tria, che in questa occasione ha scelto di schierarsi con Di Maio e di accusare l’Inps di aver fatto un pasticcio qualche settimana prima aveva introdotto la lecture di un premio Nobel, Edmund Phelps, convinto che il reddito di cittadinanza tratti le persone “come bambini” e che la flat tax sia semplicemente “inaccettabile”. Aveva usato queste parole, Tria: “C’è una richiesta protezione a cui i governi devono rispondere, ma il futuro non si costruisce sulla difensiva”.

Eppure, mentre Tria sembra impegnarsi nella parte del “vincolo interno” – tra un governo per molti versi contraddittorio e l’Europa – la vicenda dell’Inps contro Di Maio fa prospettare l’apertura di un nuovo fronte: quello per il controllo della burocrazia, e degli istituti statistici in particolare. Il controllo dei numeri è una delle caratteristiche che spesso hanno contraddistinto i governi populisti.

L’Argentina, un vecchio pallino del guru economico della Lega Alberto Bagnai, è uno dei più eclatanti. Durante il lungo regno di Kirchner e dei peronisti di sinistra, si raccontava che il Paese si fosse ripreso dopo essersi sganciato dal cambio fisso col dollaro, stesse crescendo a ritmi elevati e senza eccessiva inflazione. Poi, tre anni fa, il nuovo governo fece riesaminare da una commissione indipendente i dati economici, trovando che tutti i valori di crescita del Pil e dell’inflazione dal 2007 in poi erano stati sistematicamente falsificati, col risultato che nel 2015 il reddito pro-capite reale argentino era identico a quello del 1998. Questo non ha salvato l’economia argentina dal baratro, né i suoi guai dipendevano unicamente dagli imbrogli statistici, ma la comunità internazionale ha potuto prendere le istituzioni di Buenos Aires un po’ più sul serio.

Un altro caso celebre è quello della Grecia, che negli ultimi vent’anni ha truccato i conti – e non di poco – pur di rientrare nei parametri previsti dal Trattato di Maastricht, e di conseguenza nell’Eurozona: tassi di interesse sui prestiti più bassi. Ma tra i complici delle furberie ci sono anche Goldman Sachs e parte della stessa burocrazia europea. In una vera tecnocrazia qual è la Cina, Xi Jinping ha dovuto mettere ai ferri diversi responsabili della statistica economica provinciale, che per farsi belli agli occhi di Pechino avevano l’abitudine di gonfiare i dati di crescita del Pil. Spesso è difficile discernere la malafede dall’incapacità degli statistici: i governi possono mentire spudoratamente, per ricevere sempre più denaro in prestito per sopperire alle spese – alzando però in questo modo il deficit e il debito barando – oppure per tranquillizzare i mercati, e dunque prendere tempo, in attesa che una specifica policy faccia il suo corso sperato. Altre volte le bugie sono soltanto il frutto di una burocrazia inefficiente, o terrorizzata dal governo centrale.

L’ex presidente dell’Argentina Cristina Fernandez de Kirchner.

Ma è possibile ottenere dei rapporti completamente affidabili, e indipendenti dalla classe politica del momento? Il sociologo Max Weber scrisse pagine mirabili contro il “potere degli uffici”, che ostacola la politica con vincoli e iter eccessivi, pur di raggiungere determinati obiettivi statali o addirittura personali, mentre al tempo stesso crea un corpo alieno dalla società. “Ogni burocrazia”, scrisse Weber, “si adopera per rafforzare la superiorità della sua posizione mantenendo segrete le sue informazioni e le sue intenzioni“. Non bisogna stupirsi se, in ogni ciclo politico, i partiti che ottengono la maggioranza cercano di installare nelle principali istituzioni economiche dei calcolatori umani che riflettono, in un certo senso, il loro modo di vedere le cose: in fondo, sia nella Roma dell’ex sindaco Marino – travolto da scandali formali piuttosto pretestuosi – che nella Napoli di De Magistris – il quale ha fatto dello “scassare” quello che c’era prima il suo slogan – gran parte dei boiardi di Stato al loro servizio erano, e sono tutt’ora, un “prodotto” del passato democristiano e del primo centrosinistra, con tutto ciò che ne consegue. Per quanto sia difficile credere alle loro parole, quando i difensori del Decreto dignità dicono che alla base di ciascun modello di previsione economica c’è un diverso paradigma politico, non hanno del tutto torto.

Il Decreto dignità è la classica montagna che ha partorito un topolino, e anche piuttosto malaticcio: interessa una fetta davvero limitata di forza lavoro, offre più onerosità contrattuali che incentivi, esclude del tutto la pubblica amministrazione e gli stagionali del turismo, mentre sulle imprese che delocalizzano si affida a un modello economico da Europa anni ’50. Ma sostenere che la riforma farà perdere 8mila posti di lavoro non ha davvero molto senso statistico: tant’è che anche il Post rileva che la stima “è effettivamente strana per come prevede con precisione un fenomeno che sembra piuttosto difficile da quantificare con tale anticipo”. Non bisogna dimenticare che la fretta di quantificare le conseguenze catastrofiche di una scelta politica, senza verifica empirica, ci ha regalato azzardi che non hanno giovato alla causa anti-populista: basti ricordare le stime di una crescita esponenziale dell’occupazione in Grecia dopo la cura della Troika, o le previsioni allarmanti di Confindustria in caso di vittoria del No al referendum costituzionale del 2016 (recessione a partire dall’anno successivo, meno 4 per cento sul Pil in tre anni, 600 mila posti di lavoro persi). Talvolta, insomma, i numeri da prendere con le pinze.

Una cosa è chiara: i politici non amano i tecnici che criticano loro misure, anche se il cosiddetto sistema di check and balances funziona in questo modo. L’allora premier Matteo Renzi si irritò moltissimo quando i tecnici della Banca d’Italia annunciarono che il “decreto 80 euro” avrebbe creato nel tempo squilibri alle finanze del Paese. Ma chiunque voglia portare avanti la guerra al precariato deve sapere che non sono le sole norme a creare occupazione (e nemmeno a tagliarla).

Parlamento, burocrazia fiscale, debito pubblico, banca centrale: il potenziale di sviluppo di un Paese è dato dall’azione congiunta di queste quattro istituzioni dalle radici storiche remote. Per il momento i gialloverdi hanno il pieno controllo della prima, lo vorrebbero sulla seconda per poter agire sulla terza, dato che sicuramente non possono far molto con la quarta. Ma non è solo la capacità di impedire le delocalizzazioni con le multe, o di costringere i lavoratori a scegliere tra precarietà e disoccupazione a rendere potente la combinazione di cui sopra: altrettanto importanti sono gli effetti collaterali, più o meno casuali, che le riforme hanno sull’economia privata, e il contesto culturale.

Non si possono censurare i modelli statistici che costruiscono ipotesi e le sottopongono al vaglio delle prove empiriche. Ma dobbiamo diffidare da qualsiasi dittatura dei fogli Excel che sembra poter fare a meno del controllo empirico. I lavoratori e gli imprenditori sono persone dotate di coscienza, ed essa non è sempre razionale. L’incidenza dell’egoismo padronale, dalla credulità dell’elettorato e della credibilità di un leader politico non può essere sempre previsto dalle equazioni. Con tutta probabilità, Di Maio sta fingendo di credere che un governo non ha nessun potere se non controlla anche gli apparati burocratici, i tecnici e i livelli intermedi. Ma quello che manca al governo in carica, come ai precedenti, è la capacità di costruire un discorso politico coerente attorno alle proprie sfide, una narrazione che sembri onesta, e la volontà di gettare basi culturali nuove che possano accompagnare il nuovo corso.

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