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Cultura 26 luglio, 2018 @ 2:32

Come la democrazia ha ucciso se stessa

di Andrea Vigani

Aka chamberlain.Leggi di più dell'autore
Vive in Lombardia, si occupa di diritto, talvolta scrive su Leftwing. chiudi

C’è un virus nella democrazia, una contraddizione interna che la infetta e ne provoca il collasso. L’ordine democratico è un organismo delicato e dall’equilibro precario, perché promette all’individuo la piena realizzazione di sé e il controllo sulla propria esistenza, ma perché funzioni ognuno deve rinunciare a questa pretesa di assolutezza, accontentandosi di un’approssimazione in nome di un interesse comune. Un atto di fede, insomma, verso una collettività che funziona ma restituisce soltanto una quota di benessere: perché quelle promesse, da sola, la democrazia non le può mantenere.

La democrazia garantisce di poter essere qualsiasi cosa si desidera, ma funziona solo se si desidera entro certi limiti. Ma cosa accade quando si rompono gli argini? Cosa accade se l’uomo democratico si trasforma in un narcisista che non riesce più a distinguere tra se stesso e la realtà che lo circonda? La democrazia del narcisismo – Breve storia dell’antipolitica (Marsilio), di Giovanni Orsina sviluppa questa tesi e prova a cercare risposte per capire come siamo potuti arrivare – di nuovo – a contemplare un disastro imminente. Nel mondo, la democrazia ha ceduto terreno a forme di autoritarismo e alle degenerazioni populiste e dei nazionalismi, e un’insofferenza sempre più acuta verso il funzionamento degli Stati democratici mette in pericolo la stessa esistenza di questa forma di governo.

L’autofagia democratica parte da lontano, dagli inizi del Novecento, attraversa le guerre mondiali e si diffonde quando la democrazia inizia a rivelare la propria incapacità strutturale di mantenere le promesse di realizzazione completa e libertà assoluta. Dall’inizio del Novecento fino a oggi, passando per Tangentopoli – manifestazione precoce del collasso nelle democrazie occidentali – il libro di Orsina racconta il lento incedere della dissoluzione democratica, con il rigore dell’interpretazione storica ma cercando modelli e risposte anche fuori dalla scienza politica e dalla storiografia, guardando a Tocqueville, a Ortega y Gasset, a Huizinga, a Montale e a Canetti: siamo così disorientati che per cercare di capire cosa sta succedendo dobbiamo rivolgerci alla filosofia e alla poesia, che ci soccorrono ogni volta che ci troviamo inermi e non riusciamo a dare un volto, un nome e una consistenza al mostro che dobbiamo affrontare.

L’inquietudine democratica si è manifestata sotto forma di antipolitica, di lotta contro le élite al governo: il potere non può mantenere le promesse, ma invece di cercare nuove forme di azione politica blandisce il cittadino democratico per sopravvivere, e regge finché resistono fattori di equilibrio – il benessere, la memoria delle guerre mondiali, un’idea di collettività – ma quando si spezza saltano le catene di comando e la fiducia stessa nella rappresentatività.

La degenerazione è andata fuori controllo quando nelle democrazie moderne è stato inoculato il narcisismo che ha sciolto il patto alla base della democrazia, trasformando il cittadino democratico in quello che Ortega y Gasset definisce “uomo-massa”: un individuo in cui prevalgono l’istinto di autodeterminazione e di affermazione di se stesso e l’indifferenza alla verità, che conducono alla pretesa di governare direttamente, senza diaframmi. Dalla democrazia di massa si passa all’iper-democrazia. Il problema è che questo uomo-massa vive alla giornata, non ha prospettiva storica e la sua è l’unica ragione possibile, “un individuo che vive esclusivamente nel presente, ha perduto il senso del passato ed è incapace di immaginare il futuro”. Il narcisista democratico pretende di vivere in un mondo in cui conta solo come si sente, cosa pensa (e cosa pensa in questo istante). Tutto è qui, e tutti lo devono sapere. Ma soprattutto, se la democrazia promette a ognuno la massima autonomia, non solo non riconoscerà più alcuna autorità, ma nemmeno l’autorevolezza: nessun comando, nessun insegnamento.

L’anti-politica e il populismo sono i sintomi di una malattia aggravata da cure sbagliate, e dalla politica che smette di arginare questa tendenza e la asseconda, entrando in un circolo vizioso che conduce alla sua dissoluzione: le molecole individuali possono essere tenute insieme solo grazie a sicuri generatori di coesione come rabbia, frustrazione, ostilità. Il narcisista è infelice, la società è polverizzata, la politica insegue questa sensazione universale di impotenza in un movimento esiziale.

La diagnosi del presente, nel saggio pubblicato da Marsilio, è altrettanto accurata: il lungo periodo non esiste più; sacrificio, complessità, bene comune sono parole di un’epoca passata. E del resto nell’epoca della democrazia diretta – in cui nemmeno il parlamento servirà più, secondo quanto ha appena dichiarato Davide Casaleggio – abbiamo abolito la ragione, affidandoci all’istinto e emozione: la repubblica del narcisismo è una repubblica di sessanta milioni di percezioni, e per tenerle tutte insieme si ricorre a un’illusione. Uno vale uno: ognuno è un mondo autosufficiente e in grado di realizzarsi pienamente. Nell’epoca della suscettibilità il confronto è bandito, dissonanza e problematizzazione sono espulsi quando toccano le singole sensibilità e la discussione è un encefalogramma piatto.

In questa condizione psicopatologica ed esistenziale, la politica diventa un capro espiatorio e in Italia – ed è la parte più interessante del libro di Orsina – ne abbiamo avuto un’anticipazione negli anni di Tangentopoli: la palingenesi di un nuovo mondo in cui nessuno è responsabile e gli unici a pagare sono i politici corrotti, la politica stessa. E in questo gioco al massacro si sono infilati tutti: opinione pubblica, televisioni, giornali e chi ha sperato fino a un certo punto di occupare lo spazio lasciato vuoto da chi veniva spazzato via.

Il giudice Antonio Di Pietro durante un’udienza di Tangentopoli.

Gli anni di Tangentopoli, però, oltre a dare alla crisi della democrazia italiana una prospettiva storica, servono anche per ricercare le analogie con il presente. Oggi, come allora, la sensazione più diffusa sembra essere il disorientamento, il panico. Manca la lucidità per fare scelte impopolari, per capire quale direzione prendere in un mondo in cui per tirare monetine non devi più uscire di casa e trovarti davanti all’Hotel Raphael, ma basta un click.

La domanda che Orsina lascia sospesa è la più interessante: come sperava l’Italia di costruire un sistema politico “normale” nel momento in cui reinseriva la morte (civile, non fisica: anche se spesso la morte civile ha portato a quella fisica) nel conflitto politico? La pulsione distruttiva dell’antipolitica, dopo Tangentopoli, è stata canalizzata dalla presenza di Berlusconi, un altro fattore a suo modo unificante e di equilibrio, ma è tornata in circolo, il virus è andato fuori controllo e oggi vince l’antipolitica pura, in un modello che ha assecondato ogni forma di narcisismo dell’opinione pubblica: si fa politica con i video, gli status emotivi su Facebook o su Twitter per eccitare una forza identitaria, in una moltiplicazione di pulsioni istantanee che hanno smesso di avere un orizzonte comune. Il narcisista ha vinto, governa, e da lui dipendono i destini della democrazia e si continua a citare – sbagliando – il Tom Wolfe sbagliato, e ai politici populisti che confondono educazione e sentimenti umani con l’essere “radical chic” si dovrebbe contrapporre il “me…me…me…me…” del Decennio dell’io.

“L’uomo-massa” – scriveva Ortega y Gasset – “non bada a ragioni, e apprende solamente nella sua stessa carne” che, per inciso, è anche la nostra. La diagnosi potrebbe trasformarsi in un’autopsia.