Il nuovo skyline di Milano visto dal sindaco Giuseppe Sala

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Giuseppe Sala, sindaco di Milano

Articolo tratto dal numero di agosto di Forbes Italia

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“Per capire Milano bisogna tuffarvisi dentro. Tuffarvisi, non guardarla come un’opera d’arte”, scriveva Guido Piovene nel suo Viaggio in Italia a metà degli anni ’50. Chissà quale sarebbe stata la percezione del giornalista e scrittore nel girare oggi per il capoluogo meneghino, con i giardini dei palazzi privati che conservano intatti la loro eleganza, ma sempre più spesso sono affiancati da nuove costruzioni che si sviluppano in altezza. L’era del boom economico raccontata nel libro è una memoria che pochi conservano. Ma anche la Milano da bere e Tangentopoli sono ricordi sbiaditi per una città che ha saputo recuperare il ruolo di traino del Paese e che cresce anche grazie a uno straordinario sviluppo immobiliare, senza rinunciare al gusto italico e in un clima di armonica convivenza con opere artistiche che sono amate in tutto il mondo.

La svolta è arrivata nel 2015, anno dell’Expo, prova che Milano ha saputo superare a pieni voti smentendo le cassandre che affollavano la vigilia. In quell’anno, segnala Scenari Immobiliari, il capoluogo lombardo è stato oggetto di investimenti immobiliari per 3,4 miliardi di euro contro gli 894 milioni del 2014. Per lo più si è trattato di operazioni già studiate negli anni precedenti, ma la corsa non si è fermata. Fino a toccare nel 2017 il livello record di 4,3 miliardi di euro, la metà di quanto investito in Italia. La prossima sfida riguarda le periferie, come racconta a Forbes il sindaco di Milano, Giuseppe Sala.

Come è cambiato il volto della città alla luce del grande sviluppo immobiliare degli ultimi tempi?
Oggi possiamo vedere il risultato di almeno 20 anni di lavoro, che hanno ridisegnato la città guardando verso l’alto. Sono stati riqualificati interi quartieri, diventati nuovi simboli della città. Partendo da piazza Gae Aulenti, il cuore pulsante di Porta Nuova. Non solo si è costruito, lo si è fatto bene, realizzando grattacieli avveniristici che hanno messo in competizione ideale alcuni tra i migliori architetti del mondo: César Pelli per la Torre Unicredit, Lee Polisano e Paolo Caputo per il Diamante, Stefano Boeri con il suo magnifico Bosco Verticale.

Lo stesso è accaduto a CityLife.
Lì la progettazione di nuovi grattacieli ha toccato l’eccellenza con le realizzazioni di Isozaki, Libeskind e Hadid: i primi due già finiti e il terzo in fase di lavorazione rappresentano la Milano del nuovo millennio, che cresce verso l’alto e verso il futuro, come Londra, Dubai, New York e le metropoli dell’estremo oriente. Milano non resta indietro.

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Quali sono le linee guida a livello politico?
Stiamo lavorando per accompagnare questa trasformazione tenendo fermi due aspetti fondamentali: priorità alle periferie e condivisione. lo sviluppo della città dovrà essere organico e comprendere non solo le nuove aree ma anche i vecchi quartieri. Non vogliamo una Milano che procede a due velocità, ma un cambiamento che coinvolga ogni sua parte. Ogni progetto, per essere realizzato con successo, deve essere spiegato e discusso con la comunità. Questa è la via per realizzarlo con consenso e in tempi brevi.

L’architettura non è solo tecnica, ma anche progetto sociale. Come si combinano questi due fattori nello sviluppo di Milano?
Cambiare il volto di una città, trasformare aree dismesse in nuovi quartieri, rigenerare i vecchi affinché vi si possa vivere meglio e al pari con le altre zone significa promuovere un salto di qualità innanzitutto per la comunità. Milano, come altre città metropolitane, vive l’alternanza di aree nuove a quartieri che scontano anni di abbandono, non solo urbanistico, ma anche sociale. Con il nuovo Piano di Governo del Territorio, che ha come orizzonte operativo il 2030, stiamo provando a porvi rimedio. Se tra dieci anni avremo una città con meno differenze tra centro e periferia, con una buona qualità della vita in ogni quartiere avremo raggiunto l’obiettivo. E allora potremo veramente dire di aver reso a Milano ciò che merita, accompagnandola nella sua crescita internazionale, ma salda nella rigenerazione dei quartieri oggi in difficoltà.

Come sarà Milano nel medio termine?
Se guardiamo la Città metropolitana nel suo insieme, sarà un territorio più verde e più connesso grazie alla nuova linea della metropolitana, la quattro, che stiamo costruendo e ad altre infrastrutture. Sarà una città senza discontinuità dal punto di vista urbanistico, perché si colmerà il gap tra i quartieri periferici e il centro. Un ruolo primario in questa trasformazione lo avrà la riqualificazione dei sette ex scali ferroviari, per oltre 1,25 milioni di metri quadrati. Contiamo di iniziare presto i lavori. Saranno recuperate le aree Farini, Romana, San Cristoforo, Rogoredo, Greco-Breda, Porta Genova e Lambrate, destinando il 65% della superficie a verde e il 35% a housing sociale. Questo è il progetto più grande che abbiamo in campo, ma non l’unico. Realizzarlo vorrà dire contribuire a dare a Milano un volto nuovo, che si comporrà anche di altri interventi, in una visione d’insieme che costituisce davvero per noi la città da raggiungere in ogni sua direzione di sviluppo.

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