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Life 24 settembre, 2018 @ 2:06

Marina Abramović, memorie di un’artista

di Valentina Lonati

Giornalista freelance. Scrivo di arte, design e teatro.Leggi di più dell'autore
Nata a Milano, si laurea in Scienze Politiche alla Freie Universität di Berlino. Dopo quattro anni di vita teutonica fa pace con le sue origini e si ricongiunge alle antiche passioni: la scrittura, prima di tutto, e l'arte. Ma anche la musica, il teatro e il design. Ne scrive per Icon, Icon Design, Rolling Stone e Flair. chiudi

“Artist Portrait with a Candle”, dalla serie Places of Power, 2013.

È una Marina Abramović in vena di pulizie esistenziali quella di The Cleaner, mostra monumentale dedicata alla sua carriera (la prima di queste dimensioni in Italia) in scena a Palazzo Strozzi a Firenze. “Come in una casa: tieni solo quello che ti serve e fai pulizia del passato, della memoria, del destino”, commenta l’artista. E proprio come in una casa, gli spazi di Palazzo Strozzi e del suo Cortile, della Strozzina e del Museo dell’Opera del Duomo sono costellati di ricordi. Memorie di giovinezza, di relazioni, di ribellioni e di consapevolezze. Ma solo quelle essenziali, da custodire senza gelosie, semmai da condividere e da rivivere attraverso gli altri.

A fare notizia, in queste ore, è l’aggressione di cui Abramovic è stata oggetto l’altro giorno, quando – proprio a Firenze – un uomo l’ha colpita con una tela leggera (per fortuna senza ferirla). Ma a meritare la nostra attenzione è soprattutto la mostra: con l’esposizione di 100 opere realizzate tra gli anni ’60 e i Duemila – tra cui video, fotografie, dipinti, oggetti, installazioni e la riesecuzione dal vivo delle sue performance – ripercorre alcuni dei passaggi fondamentali del percorso dell’artista serba, lasciando emergere le connessioni con l’Italia, le ispirazioni, i cortocircuiti con l’arte classica italiana. E allora, nel cortile del Palazzo, si parte con il simbolo di una fase professionale prolifica e sperimentatrice, ovvero il furgoncino Citroën con cui Marina viaggiò per tre anni negli anni ’70 con l’artista tedesco Ulay, compagno di vita e d’arte. Insieme concepirono decine di performance ai limiti dello scandalo: c’era Imponderabilia (1977), in cui costrinsero il pubblico della Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna a entrare nel museo passando attraverso i loro corpi nudi, finché la polizia non li interruppe (“se non ci fossero artisti, non ci sarebbero musei. Da qui l’idea di un gesto poetico: gli artisti sarebbero diventati letteralmente la porta del museo”), oppure Relation in Space presentato alla Biennale di Venezia nel 1976, in cui  misero in scena la propria relazione camminando nudi e urtandosi a vicenda in modo ritmico. O ancora, The Lovers (1988), la performance con cui celebrarono la fine della loro unione sentimentale e artistica. Si diedero appuntamento a metà della Grande Muraglia Cinese, dopo aver percorso a piedi duemilacinquecento chilometri ciascuno.

“The Hero”, 2001.

E del resto, tra vita, amore e arte, Marina non ha mai posto confini. A partire dal suo uso spericolato del corpo come strumento di espressione artistica. Ne è esempio Rhythm 10, presentato nel 1973 a Roma durante la mostra Contemporanea, in cui Marina replicava un gioco da osteria diffuso tra i contadini russi e jugoslavi. Funzionava così: si metteva una mano sul tavolo e con l’altra mano si colpivano velocemente gli spazi tra le dita con un coltello affilato. Ogni volta che si mancava il bersaglio e ci si tagliava si doveva bere. Oppure un altro esempio ancora più estremo è Rhythm 0 (1974) in cui Abramovic si abbandonò completamente ai visitatori lasciando che usassero sul suo corpo uno dei settantadue oggetti a loro disposizione, tra cui un martello, una sega, una piuma, una rosa, un paio di forbici e degli aghi. “In quel momento mi resi conto che il pubblico può ucciderti”, commentò più tardi.

La mostra mette in scena le opere più significative e controverse della carriera della Abramović, rivelando il suo approccio viscerale e “totale” all’arte. Procedendo in ordine temporale, si arriva poi all’opera che le fece guadagnare nel 1997 il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia: Balkan Baroque. Mentre in Bosnia risuonavano gli echi della guerra, Marina si rinchiudeva in uno scantinato insieme a centinaia di ossa di bovino insanguinate: per quattro giorni si mise a pulirle una a una cantando litanie della tradizione popolare serba, finché le ossa non iniziarono ad andare in putrefazione, riempiendosi di vermi. “Il lezzo era tremendo, come quello di cadaveri sul campo di battaglia. I visitatori entravano in fila e osservavano, disgustati dalla puzza ma ipnotizzati dallo spettacolo”. Ancora in Italia, questa volta all’ex ospedale neuropsichiatrico di Volterra, venne presentata nel 2001 l’opera Mambo at Marienbad, che chiedeva al pubblico di indossare delle scarpe da mambo e di incamminarsi in un corridoio, mentre i performer erano stesi su alcuni letti e Marina ballava Mambo italiano rievocando Silvana Mangano nel film Mambo del 1954. È del 2005 invece la re-performance Seven Easy Pieces, con cui l’artista replicava le performance di Valie Export, Vito Acconci, Bruce Nauman, Gina Pane, Joseph Beuys e di lei stessa negli spazi del Guggenheim di New York.

“Rhythm”, 1974.

Proprio ispirandosi a quest’opera, la mostra a Palazzo Strozzi proporrà alcune reinterpretazioni delle sue più celebri performance: protagonisti sono alcuni performer selezionati da Marina Abramovic stessa e formati da Lynsey Peisinger, una sua stretta collaboratrice. Attraverso la loro rilettura, le performance dell’artista riprenderanno vita. A coinvolgere i visitatori saranno anche i lavori della serie Transitory Objects for Human Use, che inviteranno a sedersi su una sedia, aprire cassetti, sdraiarsi su un divano, contare i chicchi di riso.

L’esposizione prosegue con alcune delle ultime performance come The Artist is Present, messa in scena nel 2010 al MoMA di New York, in cui Marina rimaneva seduta su una sedia, immobile e in silenzio, mentre i visitatori si alternavano davanti a lei. “L’opera esprime la mia completa vulnerabilità e apertura nei confronti del pubblico. La mia performance è durata 736 ore, durante le quali ho mantenuto il contatto visivo con 675 visitatori. È stata una delle opere più difficili che abbia mai realizzato: ho provato una stanchezza mentale e fisica mai sentita”. The Cleaner si conclude negli spazi del Museo dell’Opera del Duomo, in cui sono esposte Pietà (Anima Mundi) (1983/2002), in cui Abramovic e Ulay reinterpretano l’iconografia sacra della Pietà di Michelangelo, e il video The Kitchen V, Carrying the Milk (2009), in cui rende omaggio a Santa Teresa d’Avila. La retrospettiva fiorentina, un evento per il mondo dell’arte, rimarrà visitabile fino al 20 gennaio 2019.