Dalla cattedra universitaria ad artigiano del vino

Maurizio Costa nei suoi vigneti.
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Maurizio Costa nei suoi vigneti.

Articolo apparso sul numero di settembre di Forbes Italia, nello speciale Forbes Lands of Wine, curato da Luca Gardini

Chi sa fa e chi non sa insegna. Detto popolare in molti casi vero, in altri per niente, senza contare poi che per insegnare bisogna prima avere imparato, mettendo in opera una qualità, la modestia, da sempre piuttosto rara. Maurizio Costa ha insegnato composizione architettonica a Valle Giulia (facoltà di architettura della Sapienza di Roma). Roba grossa, anche se il titolo non gli ha impedito di tornare a imparare, per potere fare qualcosa nella sua Romagna. La scelta si è addirittura arricchita di un’umiltà che non lo ha fatto salire in cattedra – anche se ci sarebbe abituato- facendolo piuttosto sedere al banco di chi voglia imparare a costruire la propria azienda vitivinicola, nel suo caso Torre San Martino. “Non essendo produttore per tradizione famigliare, ho deciso di approcciarmi al vino secondo il metodo che meglio conoscevo. Ho scelto perciò di studiare le caratteristiche (terreni, venti prevalenti, escursione termica…) che potessero rendere unica la produzione del mio prodotto”. Studiare, insomma, quello che i francesi condensano in un’unica parola: terroir.

Tra i tanti territori analizzati con questo modus operandi, uno di quelli in grado di soddisfare determinati parametri, ma anche il solo che fosse romagnolo – le radici per gli uomini, più che per le piante, non si riescono mai a estirpare del tutto – è stato Modigliana. Un luogo di confine, in bilico per anni tra Toscana e Romagna, che non ha tuttavia perso l’equilibrio alla sua attitudine vitivinicola, a base di altitudine, terreni in prevalenza sabbiosi e marnosi, oltre a numerosi altri fattori capaci di disegnare un orizzonte gustativo differente, per i Sangiovese che qui si sono sempre prodotti. Poi il caso. Quello di una passeggiata con la moglie Paola in cui l’empirismo, forse perché proprio contrapposto al metodo del professore, ha dato alla scelta di Modigliana legittimazione, per non parlare di benedizione. “Camminavamo su una collina piuttosto ripida, oltre che ricca di vegetazione. Per riuscire a salire con maggiore facilità, Paola si è aggrappata a quella che sembrava essere una piccola liana. Uno sguardo più attento ci ha rivelato che quella non era solo una parte di vegetazione selvaggia e disordinata, bensì una parte di vite”.

Il progetto Torre San Martino nasce grazie a un vigneto rimesso in ordine, che dà il nome al vino di punta della cantina: il Sangiovese Modigliana Vigna 1922.

Il progetto Torre San Martino nasce da qui e cresce grazie a un vigneto rimesso in ordine, che dà il nome al vino di punta della cantina: il Sangiovese Modigliana Vigna 1922 (l’etichetta e il fregio merlato del collo della bottiglia sono opera del prestigioso studio di design Minale Tuttersfield & Partners). La data si riferisce, come testimoniato da alcuni anziani di Modigliana, a quella di messa a dimora delle piante. Costa ha compreso immediatamente che questa parcella dovesse essere l’architrave su cui poggiare la sua azienda. Da qui in poi, ecco emergere il pragmatismo di chi impara alla svelta. “Non avendo una formazione vitivinicola, ho pensato di dovere esercitare una regia che, maturata nella conduzione di altre attività imprenditoriali, potesse combinare scientificità, tradizione e, all’occorrenza, improvvisazione”. Un eclettismo senza presunzione individualistiche, mettendo insieme persone in grado di estrarre il carattere del territorio, traducendolo dentro a un vino. “Torre San Martino mi ha permesso di conoscere persone straordinarie, dallo chef Paolo Teverini, alla cui tavola il progetto è nato, a Remigio Bordini (agronomo straordinario per la crescita della viticoltura romagnola), fondamentale per la scelta dei terreni da acquisire e per la successiva impostazione progettuale, senza dimenticare Francesco Bordini, attuale enologo dell’azienda”.

La lista di nomi di Maurizio in realtà è molto più lunga, anche se il denominatore comune che si coglie parlando con lui e con chi conosca questa realtà, è quello legato al luogo. Uno in grado di stravolgere l’idea classica del Sangiovese, e non solo a quello di Romagna, regalando un colore quasi pallido ma qui tipico, associato a bouquet sottile e a un sapore quasi scarno, ma mai scarso in quanto a sensazioni. Un vino insomma più di luogo che di cantina. Lo dimostra anche l’altro Sangiovese aziendale: il Gemme. Non un secondo vino, ma uno ottenuto dalle gemme della vigna 1922, un sorso che mantiene il dna saporito di Modigliana, declinandolo in chiave più giovanile, immediata, ma sempre mediata dal territorio. La sua valorizzazione per Torre San Martino passa dai vini, ma anche dalla creazione di spunti per scoprire Modigliana, in quanto costituita anche da persone, tradizioni e luoghi. “In quest’ottica, il recupero del convento benedettino del paese, dotato di un vigneto interno alle mura, potrebbe rappresentare una svolta per la creazione di un polo di servizi a favore della cultura del vino del territorio, per tutta quanta Modigliana”, svela il suo nuovo sogno il professor Costa. Una volontà di recupero, certo, ma un’occasione di una più compiuta espressione di terroir, da sempre al confine, ma con potenzialità ancora inespresse e, forse per questo, sconfinate.

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