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Strategia 22 ottobre, 2018 @ 11:46

L’importanza di arrivare seconde nello sport. E in azienda

di Chiara Cecutti

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Autrice di “Quando il manager è donna” (Hoepli), è Executive e Life Coach, Team Coach, Team Building Expert e Professional Counsellor. Specializzata in “Coaching & Modeling” presso la NLP University di Santa Cruz – California, ha pubblicato il manuale di Self-Coaching “Corso pratico di PNL” (Red). Master Advanced in Programmazione Neuro-Linguistica e Master in Gestione Risorse Umane, ha maturato una lunga esperienza professionale supportando Middle e Top Management di aziende nazionali e multinazionali. chiudi
La nazionale italiana di volley
La nazionale italiana di pallavolo (Photo by Takashi Aoyama/Getty Images)

Arrivare seconde forse non è il massimo. Soprattutto per noi donne che da secoli siamo spesso costrette in seconda posizione rispetto agli uomini, soprattutto nel mondo del lavoro. A volte accadono però eventi inaspettati quanto piacevoli che ci sorprendono e ci fanno pensare. La nazionale femminile di pallavolo ha quasi vinto i mondiali 2018 lasciando la vittoria finale alle avversarie serbe, fortissime in campo, combattendo in una lotta tra leonesse che ha visto le azzurre conquistare una nobilissima e meritatissima medaglia d’argento. Eppure, dopo tanto impegno e sudore, la delusione ha rischiato di prevalere sulla gioia e sulla soddisfazione di aver portato a casa un risultato a dir poco eccezionale e che nessuno in realtà si aspettava: arrivare seconde è certo un buon esito, ma arrivare prime, si sa, è meglio e soprattutto quello è l’obiettivo di ogni gara.

Tutto ciò mi ha portato a una riflessione: lo sport ha molte caratteristiche in comune con la vita aziendale e altrettanti punti di contatto, a cominciare da termini quali obiettivo, spirito di squadra, strategie, performance, capacità, competenze (skills). Mi è dunque venuto spontaneo paragonare la seconda posizione guadagnata dalle nostre pallavoliste ai Campionati Mondiali alla possibilità di vincere, per noi donne, in ambito professionale, ed esaminare quella vittoria/sconfitta dal punto di vista delle donne in carriera. Cosa ha reso possibile l’impresa delle azzurre? La loro passione, innanzi tutto. Quale strategia? L’essere combattive, a tutti i costi, l’impegno, la solidità del loro spirito di squadra. Cosa ha impedito loro di conquistare l’oro? La tensione, forse, almeno a sentire i tanti commenti degli addetti ai lavori, la pressione eccessiva, o più semplicemente il fatto che le avversarie fossero più brave, più forti, più esperte. Quindi in sintesi queste splendide e combattive pallavoliste italiane hanno vinto l’argento o hanno perso l’oro? Dipende dai punti di vista.

Possiamo infatti vedere la situazione in due modi differenti, esattamente come ci indica la metafora del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno: ritenere un argento, e quindi l’assegnazione di un secondo posto in azienda, una sconfitta, e piangerci sopra e ripetere a noi stesse che siamo delle fallite, dimenticando che la posizione che abbiamo appena raggiunto è assolutamente prestigiosa e invidiabile. Oppure pensare positivo, che è sempre il modo migliore di affrontare la vita, e trovare dei vantaggi anche nell’arrivare seconde: non è trascurabile per esempio il fatto che questo ci permette di crescere, di potenziarci, di arrivare alla massima vittoria nei tempi giusti.

E allora ecco le strategie giuste per non dire addio al primo gradino del podio ma solo un arrivederci a presto: mai arrendersi o accontentarsi di ciò che si ha; imparare dai propri errori e trasformare un fallimento, o un accadimento vissuto come tale, in un vantaggio, in una spinta a rialzarsi e a fare meglio avendo imparato dai nostri errori; rivedere la strategia che ci ha avvicinato all’obiettivo senza però farcelo conquistare e valorizzare le nostre risorse in campo; mantenere alta la nostra autostima perché comunque siamo arrivate seconde e non è poco; impegnarci e prepararci per essere pronte alla schiacciata finale.  “Nella vita ho fallito molte volte ed è per questo che alla fine ho vinto tutto” Chi l’ha detto? La leggenda del basket americano Michael Jordan. Prendiamo esempio dallo sport…