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Business 3 dicembre, 2018 @ 4:18

L’italiano che ha lanciato l’“Uber africano” del vino di lusso

di Alessandra Mattanza

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Giornalista, scrittrice e fotografa fine art è cresciuta ed ha vissuto all‘estero per più di vent’anni, principalmente a Monaco di Baviera, Sydney, New York, Los Angeles e San Francisco. Collabora per Hearst Publishing, Mondadori, Sperling & Kupfer, Cairo Editore, White Star / National Geographic, Giunti / Feltrinelli, How To Spend It e IL de Il Sole 24 Ore / Financial Times e TV Studio Universal / Universal Pictures. Oltre che articoli, reportage e interviste, realizza grandi volumi fotografici di viaggio, natura, città e arte, ma anche libri, romanzi, gialli, sceneggiature e fumetti e ha vinto diversi premi ai Journalism Awards, premi giornalistici nazionali americani a Los Angeles. chiudi
Un vigneto in Sudafrica. (Getty Images)

Spesso il successo premia chi osa. È il caso di Nicolò Stortiglione Pudel, che, stanco di una Milano che non offriva opportunità, ha deciso di cominciare un’avventura in Sudafrica, che si è rivelata vincente. “In principio non pensavo esattamente a questo paese, ma comunque all’estero… Volevo vivere in un ambiente, dove potessi avere la massima libertà imprenditoriale e la possibilità di crearmi la vita che volevo” precisa. Così, dopo diverse altre fortunate attività, ha lanciato Port2Port, una sorta di “Uber” del vino di lusso, che ha giá conquistato l’Africa e ora si appresta a sbarcare in Europa e nel mondo. Incontriamo Nicolò al ristorante The Granary Cafè dentro The Silo Hotel, a Città del Capo, grazie all’imprenditrice e fondatrice di Roar Africa, Deborah Calmeyer, che si occupa di organizzare viaggi e safari esclusivi in Africa, oltre che a promuovere iniziative e marchi locali d’eccezione.

Ci racconta qualcosa di sé e come tutto è cominciato?

Sono nato a Milano nel 1984. Ho frequentato la scuola tedesca a Milano e a 14 anni sono entrato al collegio di Salem, sul Lago di Costanza, che ho frequentato per sei anni, prendendo la maturità in tedesco. Vengo da una famiglia di imprenditori, quella di mio padre, che è nel settore tessile da una ventina di generazioni, specializzata nel lino, con showroom a Milano, New York, Parigi, Londra e Monaco. L’azienda si chiama C&C Milano.

In principio non ha pensato di lavorare nell’azienda di famiglia, quindi?

Avevo un interesse iniziale di lavorare nel settore della moda e sono tornato in Italia per studiare scienze politiche e comunicazione allo IULM, ma ho sempre lavorato allo stesso tempo. Non era la mia ambizione essere uno studente a tempo pieno, quindi studiavo part time, mentre trovai lavoro per circa due anni in un’agenzia di pubblicitá, che lavorava per la candidatura al progetto EXPO e mi stimolava creativamente. Successivamente la mia esperienza nell’azienda di famiglia durò solo una decina di mesi, mi occupavo praticamente principalmente della realizzazione del sito web, perché ho sempre avuto una forte passione per la tecnologia. Ma ero nella fase, in cui mi chiedevo cosa volessi fare davvero nella mia vita. Decisi che dovevo dedicarmi a qualcosa che mi divertiva fare nel tempo libero, fuori ufficio. La risposta furono le soluzioni digitali: aiutare a risolvere problemi di tutti i giorni e rendere la vita più semplice a molte persone. Il settore tessile era un altro mondo, di certo interessante, ma non il mio.

“Noto una certa crisi nelle grandi distribuzioni, a vantaggio dei piccoli negozi specializzati perfino online. Nella gastronomia si assiste alla ricomparsa della figura del bravo macellaio, del formaggiaio, del viticoltore”.

Si diresse da subito verso la tecnologia?

Dapprima mi dedicai al giornalismo. Con un semplice scopo: imparare a scrivere in un modo in cui tutti mi capissero. Approfondire l’arte della comunicazione. Feci quindi una breve esperienza in un quotidiano, Il Giorno, per un annetto. Imparai a trascrivere pensieri in lettere, ad avere un approccio semplice. Anche se non volevo intraprendere una carriera giornalistica, lavorare in quest’ambiente fu una bellissima esperienza.

E poi?

Era il 2008 e Milano aveva un’atmosfera depressa. Si stava ancora lavorando all’EXPO, ma era lontana come idea. Milano ora è magnifica, ci sono stato di recente e per la prima volta negli ultimi dieci anni, ho pensato che potrei tornare a viverci, perché è un periodo stupendo. Ma allora era grigia, sporca e stanca. Mi sentivo perso, avevo 24 anni, e stavo valutando cosa fare. Diventare imprenditore in Italia, allora, era un pensiero remoto. Stavo considerando se prendere un master, non come obiettivo particolare, ma per mancanza di lavoro in attesa di tempi migliori, come stavano decidendo molti miei coetanei, od optare per un’esperienza di vita un po’ fuori dalle rotte tradizionali. E, magari, lasciarmi ispirare.

Come decise per il Sudafrica?

Mia madre era in vacanza a Città del Capo, dato che abbiamo amici di famiglia qui. Ci siamo parlati e io le dissi che avevo selezionato alcune città dove volevo fare un’esperienza di lavoro e vita, e dove credevo ci fossero buone opportunità, un bel clima e una cultura interessante. “Ho scelto Sydney, San Francisco, Montreal…” le spiegai. “Aggiungi Città del Capo!” mi suggerì lei. In quel periodo qui l’energia era incredibile, perché era stata eletta città del design e c’erano i Mondiali nel 2010, l’economia sudafricana era in crescita. Mia madre mi diede un contatto, Aldo, che nella mia storia ebbe un ruolo fondamentale. Era anche lui di Milano e stava costruendo un albergo a Camps Bay, aveva appena perso il manager e ne stava cercando urgentemente uno nuovo. Mi improvvisai così hotel manager. In fondo, si trattava di gestire un piccolo albergo di sette suite. Feci tre colloqui con gli altri soci e mi assunsero, probabilmente coinvolti dal mio grande entusiasmo. Non ero mai stato a Città del Capo, ma misi da subito il mio appartamento milanese in affitto, perché ero sicuro che se non avesse funzionato lì, non sarei tornato in Italia, ma avrei continuato il mio viaggio lavorativo in un altro paese. In quattro settimane avevo deciso il mio futuro e il 26 aprile 2009 arrivai a Città del Capo con una valigia in mano.

Si trovò da subito bene?

In realtà, meglio di quello che credevo. Avevo come la sensazione di trovarmi in una località di mare ibrida tra l’Europa e la California. Certo, l’ambiente era più pericoloso e avventuroso, ma la gente era molto simpatica e gentile, c’era già una bella comunità italiana presente. Mi integrai fin da subito, con italiani, britannici e tanti afrikaans.

Come andò l’esperienza in hotel?

Benissimo. Il Sea Five Boutique Hotel esiste ancora e continua a essere gestito da un italiano. Allora, prendemmo cinque stelle subito dopo l’apertura. Ma sapevo che non volevo restare in quel settore per tutta la vita, anche se fu un’esperienza molto interessante che mi insegnò a rapportarmi al meglio con la clientela e le sue necessità.

Come approdò invece al mercato del vino?

Nicolò ha creato nel 2015 Port2Port, una piattaforma che permette di connettere tutti i produttori, fattorie e viticoltori, con l’utente finale.

A quel tempo ancora non pensavo ai vini. Ma avevo ambizioni in altri settori e, di certo, nel campo imprenditoriale. Vedevo ragazzi di 24-25 anni che aprivano e chiudevano aziende, se fallivano si dedicavano ad altra attività, senza perdere tempo. Era qualcosa di contagioso. E in Sudafrica, non era come in Italia, c’era meno burocrazia, con circa 40 euro si apriva una partita Iva. Che si otteneva dopo tre giorni o poco più. E i pagamenti avvenivano subito, non a 90 giorni. Se il Sudafrica era lento e arretrato per certi aspetti, dal punto di vista imprenditoriale era efficiente. E poi c’era Silicon Cape, con sede a Stellenbosch, la zona dei vini fuori Città del Capo, che era una specie di Silicon Valley “in piccolo”.

E vide un’opportunità.

Parlai con la moglie di Aldo, Monica: aveva prima un’agenzia di pubblicità, poi l’aveva chiusa ed era diventata free lance. Le proposi di fondare un’agenzia di servizi, un “tuttofare”, che si occupava di preparare biglietti da visita, come di costruire siti, tra cui molti per hotel, di branding e tutto quello di cui si poteva avere necessità a 360 gradi. Cominciammo in un ufficio sul retro dell’hotel che gestivo. Questa agenzia esiste ancora e continua ad avere successo: si chiama Pier2Pier. Nel 2011 abbiamo vinto una gara per sviluppare l’ecommerce di Max Mara Weekend, eravamo in gara con due agenzie americane e ce l’abbiamo fatta anche se eravamo molto piccoli rispetto a loro.

Da qui ha mirato ad espandersi?

Abbiamo consolidato la nostra squadra, ma soprattutto siamo stati scelti dal gruppo di Johann Rupert, proprietario del gruppo finanziario svizzero Compagnie Financière Richemont SA, con brand di lusso come Cartier, Jaeger-LeCoultre, Montblanc, Panerai, Piaget, Van Cleef & Arpels. Ha anche un museo di macchine (il Franschhoek Motor Museum, n.d.r.) e un allevamento di stalloni, di cui la moglie è grande appassionata e organizza ogni gennaio a Queen’s Plate una famosa competizione. Ma oltre a questo possiede la proprietà vitivinicola Anthonij Rupert Wyne ed è socio in Rupert & Rothschild Vignerons. Sviluppammo per loro il nostro primo sito e-commerce nel mondo del vino di lusso e nel giro di un paio d’anni tutto quello che mi ritrovo a fare adesso è praticamente in questo campo.

Al mercato del vino è quindi arrivato per caso?

Prima per destino, ma ora è divenuta una mia grande passione, al punto che sono tornato sui “banchi di scuola”. Alla fine l’ambiente del vino di alta qualità è come una grande famiglia, si conoscono tutti e quindi ci siamo creati una reputazione. Al momento sto studiando per il WSET Diploma, oltre ad aver seguito diversi corsi di sommelier. Il Sudafrica, a parte il periodo nero dell’apartheid, in cui era il vino di massa a trionfare, ha una storia nella coltivazione vitivinicola che risale al 1700. E negli ultimi 20 anni si è assistito a una valorizzazione del prodotto, che l’ha fatto affermare a livello internazionale.

Come è nato quindi Port2Port e in cosa consiste esattamente?

È una piattaforma, creata nel 2015 e con successo immediato, che permette di connettere tutti i produttori, fattorie e viticoltori, con l’utente finale. È una specie di “Uber” del vino di lusso. In realtà come modello ci siamo ispirati sia a Uber che a Airbnb e abbiamo creato un ibrido tra questi due sistemi. Abbiamo avuto un venture capitalist che ci ha finanziato, Michael Jordaan, che è stato il più giovane amministratore delegato della banca FNB, a soli 27 anni, per dedicarsi poi ad altre attività, come l’alta tecnologia e il vino. Ci ha fatto da mentore e ci ha permesso di crescere e di svilupparci.

Il segreto del successo è stato di puntare su vini di lusso?

Il settore dei vini ultra-premium sta continuando a crescere nonostante la situazione economica e, al contratrio di prodotti di largo consumo come l’elettronica, la vendita online richiede piattaforme specializzate e non generiche come Amazon e Ebay. Ci sono problemi di contraffazione e provenienza, ma è anche una questione di presentazione dei contenuti. È un settore che richiede alta specializzazione e operatori con un’esperienza approfondita. Oggi abbiamo oltre 1.500 etichette di vini sul sito e riusciamo a essere competitivi, offrendo i vini direttamente dai produttori, scavalcando intermediari e facendo a meno di magazzino. Al momento stiamo lanciando un pacchetto software per le cantine che permetterà di vendere i vini durante eventi o quando si fanno le degustazioni. Forniamo noi i tablet in comodato d’uso. Oltre a questo, stiamo elaborando un sistema di intelligenza artificiale per creare una lista vini, con preferenze e gusti dei clienti. È un sommelier intelligente online, che prepara ogni due settimane una lista intelligente di vini basandosi su quello che viene consumato nella zona e nella cittá. In soli tre anni siamo divenuti così il più grande sito di vini in Africa e ora vogliamo prendere questo modello e aprire in USA e in Europa.

“Il Sudafrica, a parte il periodo nero dell’apartheid, in cui era il vino di massa a trionfare, ha una storia nella coltivazione vitivinicola che risale al 1700”.

Come mira a evolvere il suo business?

Venendo da una famiglia di imprenditori vecchio stile, valuto i valori di un’azienda costruita sul rapporto personale e sulle persone. In questo sono in conflitto con l’industria high-tech. Non credo nell’aprire una società e venderla il giorno dopo. Per questo mi trovo allo stesso modo a mio agio nel settore del vino, perché anche qui si tratta di una tradizione portata avanti da generazioni, che riconosce il sacrificio, il duro lavoro e il risultato.

Pensa che magari questo sarà il trend del futuro, passare dalla globalizzazione di nuovo alle imprese familiari?

In effetti noto una certa crisi nelle grandi distribuzioni, a vantaggio dei piccoli negozi specializzati che stanno riaprendo o riaffermandosi perfino online. Specialmente nella gastronomia si assiste alla ricomparsa della figura del bravo macellaio, del formaggiaio, del viticoltore. O basta pensare al fenomeno dei Farmers’ Market negli Stati Uniti, i mercati contadini, che sono divenuti popolarissimi, e di moda, addirittura nelle grandi città, come New York e Los Angeles, oltre che a Città del Capo. La gente pare stia tornando ai valori e prodotti veri, di cui conosce la provenienza. Perfino mio fratello Lorenzo a Milano sta lavorando a un progetto agricolo per riqualificare la zona di Porta Genova, che dovrebbe partire nel 2019.

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