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Business 24 gennaio, 2019 @ 9:00

Davos, o la caduta degli dei

di Alessandro Turci

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Scrive poesie. A volte di politica estera, di stile, di viaggi. Per Panorama, Icon, il Foglio, Aspenia. chiudi

 

Pannello descrittivo dell'evento di Davos
(Shutterstock)

I segnali c’erano tutti. Dapprima timidi, poi colti, poi scaramantici, ma oggi siamo al capolinea. E non è solo l’assenza dei capi di Stato a renderla evidente: a Davos sta andando in scena la Caduta degli Dei.

“La compagnia era perfetta, affiatata, il repertorio di prim’ordine, non mancava che il pubblico…” la descrizione del salotto di Madame Verdurin nella Recherche proustiana sembra il ritratto perfetto del World Economic Forum 2019. Anche il pubblico sembra essersi disaffezionato ai grandi del capitalismo mondiale e al loro salotto innevato, divenuto ormai un tempio dell’autoreferenzialità impotente.

La ragione, si dice in questi casi, è in molte ragioni. Ma la prima si cristallizza in una parola – quasi iconica in quest’anno di ricorrenze tra Rivoluzione Francese e caduta del Muro di Berlino – e cioè “disuguaglianza”. Metà del mondo vive con 5,5 dollari al giorno.

Anche i capitalisti più convinti sembrano infatti essersi resi conto della dura realtà: livelli di disuguaglianza insostenibili finiranno per condannare il modello. La politica, non ce ne vogliano i suoi campioni pro tempore, è stata la prima a pagare dazio perché, come sensale tra le stirpi capitalistiche e i cittadini, non sempre ha tutelato quest’ultimi. E’ indubitabile che i Gilets Jaunes e le loro barricate alla Victor Hugo abbiano fatto desistere Emmanuel Macron da una passerella nelle Alpi svizzere. Ma ancora: manca Donald Trump, manca Theresa May e manca Xi Jinping.

Prima del 2012, prima cioè che Davos metabolizzasse la Great Recession iniziata col crollo di Lehman Brothers nel 2008, la liturgia era scontata. Un singolo Paese era il protagonista dell’edizione, rising era l’aggettivo che in genere lo accompagnava, e l’ottimismo veniva condito nelle diverse salse degli chef stellati che allietavano gli ospiti.

Negli ultimi anni Davos ha dovuto, gioco forza, sostituire il protagonismo di un Paese solista con lo smarrimento di tutto il coro. Dove vanno gli Stati Uniti? Nessuno lo sa; dove l’India o la più vicina Europa? Nessuno si espone; e i Brics? Tutto e il contrario di tutto. Così, a furia di esitare, la bonaccia dell’incertezza è stata scossa dal vento sovranista: in Europa, negli Stati Uniti, in Brasile.

Insomma, i tre pilastri di Davos: l’America forte, l’Europa stabile e i mercati emergenti, sono stati travolti uno a uno. Dell’affresco scettico e divertito fatto dallo scrittore Emmanuel Carrère nel 2012 resta poco; che fino hanno fatto, ad esempio, i ragazzi di Occupy Davos? Tutti in Linkedin a cercare un poco di luce nel cono d’ombra dell’instabilità cronica del Corporate Capitalism in crisi di consenso e di soluzioni?

Poco probabile. A Davos gli Dei cadono perché incapaci di dare una risposta equa al braccio di ferro tra la dura legge dei macro numeri e la legge del bene pubblico. Una riposta che in queste ore giunge non a caso lontano dalla Svizzera, e proprio dal cuore dell’identità democratica dell’Occidente, dalla Grecia. Il governo di Atene ha deciso di bloccare la vendita di 2.300 siti archeologici che erano stati alienati su volere della Troika in favore di un fondo privato.

A Forum ancora in corso le conclusioni sono già scritte: la globalizzazione 4.0 è solo un mantra; la bassa crescita per il 2019 è molto più di una diffusa convinzione; i 3,8 miliardi d’individui sotto la soglia di povertà l’unica certezza.

 

 

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