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Tecnologia 25 gennaio, 2019 @ 8:00

Storia di Helperbit, la startup italiana per le donazioni in criptovaluta

di Daniel Settembre

Staff writer, Forbes.it

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Giornalista di Blue Financial Communication, dove cura contenuti per i prodotti editoriali del gruppo Bluerating, Private e Forbes Italia. Con un passato alla redazione televisiva di Class CNBC, è cresciuto professionalmente scrivendo di finanza, asset management, fintech e consulenza finanziaria. Appassionato di cinema, noiosi romanzi classici e videogames, è anche consulente editoriale. chiudi
Parte del team di Helperbit, da sinistra: Guido BaronciniTurricchia, Vincenzo Aguì, Davide Gessa e Davide Menegaldo. (Courtesy Helperbit)

Articolo tratto dal numero di gennaio 2019 di Forbes Italia. 

Portare trasparenza nelle donazioni umanitarie utilizzando la tecnologia blockchain è uno degli obiettivi di Helperbit, recentemente premiata come miglior startup fintech continentale dalla Commissione Europea. Nata dalla testa di cinque ragazzi – Davide Menegaldo, Guido Baroncini Turricchia, Vincenzo Aguì, Roberto Tudini e Davide Gessa – che l’hanno fondata in collaborazione con In-Time (società nata come spin-off dell’università di Tor Vergata di Roma), la startup permette alle organizzazioni no-profit di aprire raccolte fondi utilizzando le criptovalute come metodo di pagamento, sfruttando le potenzialità della blockchain per offrire la tracciabilità delle donazioni fino al beneficiario finale in tempo reale.

L’intuizione prende forma nel 2013 quando Guido Baroncini Turricchia, attuale ceo della startup, si avvicina al mondo delle criptovalute. In quel periodo divampano anche i primi scandali legati alla malagestione delle donazioni per il terremoto de L’Aquila: “Inizio così a pensare di utilizzare bitcoin e la tecnologia blockchain per tracciare il percorso delle donazioni umanitarie, per portare maggior trasparenza nel mondo della beneficenza e quindi più fiducia nell’operato delle organizzazioni no-profit”.

Serve però un intero anno per formare un team al completo che inizi a lavorare allo sviluppo della piattaforma. Il primo aiuto arriva nel 2016 da Coinsilium, la prima società di venture capital focalizzato esclusivamente sull’ecosistema blockchain, che ha selezionato la startup nel loro programma di accelerazione.

“Nell’agosto di quell’anno”, ricorda Guido, “avviene il drammatico terremoto del Centro Italia e da subito decidiamo di metterci in gioco per aiutare la popolazione colpita: dopo alcuni mesi di studio, grazie a noi, Legambiente è la prima grande organizzazione no profit italiana ad accettare donazioni in bitcoin e a offrire la tracciabilità delle transazioni”. Vengono così raccolte diverse decine di migliaia di euro a beneficio di giovani imprenditori locali, che hanno perso gran parte degli strumenti del loro lavoro. “Questo primo progetto di raccolta fondi ci ha permesso di testare le funzionalità della piattaforma e di migliorarne molti aspetti di usabilità, arrivando a, fine 2017 al lancio ufficiale del portale durante una conferenza stampa a Montecitorio”. Ad oggi si contano più di 300 donazioni e 17 raccolte fondi attive, per un volume totale di 26 bitcoin (circa 100 mila euro al cambio corrente).

Ma come funziona nella pratica? La piattaforma web permette alle organizzazioni non profit di crearsi sicuri portafogli bitcoin e di aprire raccolte fondi per cause solidali a cui si può donare utilizzando più di 25 criptovalute. “Associando pubblicamente un indirizzo bitcoin (che può essere comparato ad un Iban bancario) ad uno specifico progetto, chiunque può osservare nella blockchain i passaggi di denaro in tempo reale. Questo accade perchè nella blockchain vengono registrate tutte le transazioni che avvengono all’interno del network bitcoin: tali informazioni però non sono decifrabili dall’utente finale ed il nostro compito consiste proprio nel semplificare la lettura dei flussi”. Chiunque ha ricevuto le donazioni, può continuare la catena diretta della tracciabilità spendendo i bitcoin o può convertire il denaro in valuta locale. “Questa seconda opzione limita la trasparenza perché si ritorna sui sistemi bancari tradizionali e nella blockchain la transazione avviene verso un cambiavalute: per questo motivo viene richiesto di inserire fatture o ricevute, che vengono notificate in maniera permanente nella blockchain. In questo modo è sempre possibile rivedere le attività dell’organizzazione e monitorare il corretto utilizzo dei fondi”. È importante sottolineare che anche il singolo utente può diventare beneficiario diretto delle donazioni: questo può avvenire qualora sia colpito da una calamità naturale e preventivamente verificato sulla piattaforma. “Una mappa interattiva mostra gli utenti colpiti e permette di aiutarli in modo diretto senza intermediari. Si configura quindi un duplice beneficio per l’utente Helperbit, che può aiutare o essere aiutato”, precisa ancora Guido.

Mentre la startup continua a ricevere importanti riconoscimenti sia sul piano nazionale che internazionale, tra cui la selezione tra i 100 espositori più innovativi secondo le Nazioni Unite per il World Humanitarian Summit, nuovi progetti continuano a fiorire: “Riteniamo che la community possa svolgere un ruolo fondamentale nell’avvicinare la popolazione all’uso delle criptovalute applicate al no-profit. Abbiamo da poco lanciato le Campagne Fundraising, un servizio che permette a chiunque di festeggiare una giornata speciale (come una laurea, il compleanno o un altro traguardo personale) aprendo una raccolta fondi in criptovaluta con uno scopo ambientale o umanitario. Ogni evento è la giusta occasione e questa iniziativa permette a tutti di diventare ambasciatori di una causa solidale. Sempre con un focus sugli individui, stiamo pianificando il rilascio di ulteriori funzionalità che aumenteranno l’interazione tra utenti, portando i benefici dell’effetto network per fronteggiare le calamità”.

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